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«La stazione era sventrata. Le sirene ululavano. Militari e volontari, fianco a fianco con le mascherine al naso, scavavano le macerie in cerca di un segno di vita. Qualcuno piangeva, i più moltiplicavano gli sforzi per rimandare l’appuntamento con la rabbia e lo sgomento. Arrivarono le troupe televisive. Una folla di parenti angosciati assiepava i binari. Circolava una parola maledetta e rivelatrice: strage. Le lancette del grande orologio del piazzale Ovest erano ferme sulle 10 e 25. L’ora in cui il cuore dell’Italia aveva preso a sanguinare»
Giancarlo De Cataldo
(intervista a La Storia siamo Noi, puntata dedicata alla strage del 2 agosto alla stazione di Bologna)

Ieri ero su un regionale che mi portava a Bologna e con una cara amica parlavamo del momento. Io le ho detto di essermi rotto di Instagram, lei mi ha risposto che Instagram è sempre la stessa storia. Gioco di parole involontario, per questo ancora più geniale. Lo so, è un discorso da snob un po’ hipster che ascoltano Duke Ellington mentre si profumano, ma dato che sul mio Google Play c’è Romina Falconi penso di poter stare tranquillo. Scorrendo tra le pallette in alto della mia home vedo in loop immagini di mare, autostrade, aperitivi, mamma-mia-che-bello-il-tramonto, discoteche e viandanti sul mare di nebbia della mutua. Oggi però ogni tanto nello scorrere le storie qualcosa di diverso c’è. E per fortuna.

Bologna 2 agosto, bus 37 piazza medaglie d'oro

Oggi è il 2 agosto e per chiunque ami Bologna questa data ha sempre un peso non indifferente. Erano le 10:25 del 2 agosto 1980 quando una bomba è esplosa nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione felsinea, uccidendo 85 persone e ferendone più di 200. La più grande strage della storia della Repubblica Italiana, una cicatrice permanente sul volto di una democrazia fragile come la nostra. Ma soprattutto, un dramma esteso e profondo per una città che in quell’attimo è morta un po’, per poi fortunatamente risorgere sotto il vessillo della ricerca della verità e della giustizia per chi insensatamente ha perso la vita il primo giorno di vacanza.

Quel 2 agosto, colpire la stazione di Bologna , in quegli anni, in quel periodo dell’anno e a quell’ora significava voler instillare a tutto il popolo un sentimento di paura che sarebbe stato difficile scrollarsi di dosso, un’insicurezza quotidiana presto traducibile in angoscia per tutto ciò che resta aldilà della porta di casa. Lo insegnava Machiavelli e molti quella lezione l’hanno imparata: fare in modo che il popolo abbia timore, perché la paura è quasi impossibile da estirpare. E allora vale tutto, anche disintegrare il corpo minuto di Angela Fresu, la vittima più giovane, 3 anni. Vale tutto perché le persone non contano più e conta solo il potere, come per i mafiosi, come per tutti quelli che della vita umana se ne fottono perché o’ cummannà è megli ro’ fottr. 

Devo davvero scrivere che questi sono dei bastardi senza dignità?

Devo davvero richiamare al fatto che lo Stato debba essere il primo a difendere chi è seduto in una sala da aspetto?

Devo davvero urlare lo sdegno per una giustizia lenta e rallentata ulteriormente dai depistaggi di chi dovrebbe difendere i diritti esplicitati dalla nostra Costituzione?   

Sì, lo devo fare io come lo devono fare tutti gli altri. Per quanto scontate possano sembrare le domande, sono quelle che dobbiamo continuare a porre perché ad archiviare il caso non sia l’oblio di un popolo che dimentica se stesso.

I Ciaravandini, Fioravanti e Mambro della strage del 2 agosto alla stazione di Bologna stanno marcendo in galera, il Maggi che sfregiò la mia amata piazza Loggia è crepato poco dopo essere stato condannato in via definitiva, ma loro sono solo la punta di un iceberg immenso ancora da far venire in superficie. Non esistono parti della verità, o questa è completa oppure stiamo solo prendendo in giro la memoria di chi innocentemente si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Per questo le domande continuano ad essere fondamentali, perché altrimenti quella che verrà messa in atto sarà una vera e propria prescrizione, non giuridica ma storica. In questo l’interesse, l’informarsi, il supporto di noi che abbiamo vent’anni e che in quegli anni non c’eravamo è fondamentale. Imparare, leggere, ascoltare i racconti di chi ha vissuto quel momento tragico, quel 2 agoato 1980 in cui il cuore di Bologna si è fermato come l’orologio. E poi esserci, come oggi ero in piazza con qualche amico e migliaia di bolognesi (di nascita o d’adozione) pronti a far valere quella medaglia d’oro al valore civile conquistata tra sudore, sangue e lacrime.

Le lacrime, sì. Oggi non sono proprio riuscito a trattenerle ascoltando le parole del sindaco Merola, il quale ha richiamato alla necessità di instillare l’amore per la giustizia e il conseguente impegno per la ricerca a tutto il Paese, perché Bologna non sia solo la solita grande eccezione bensì la luminosa e virtuosa regola. Piangere per morti che non sono miei, ma sono anche miei. Piangere per Antonella, Leo Luca, Errica, Eckhardt (figlio di Horst Mader che ha perso la vita con il fratello e la madre: il padre è tornato oggi a Bologna per la prima volta), Vittorio, Clementina e potrei andare avanti per pagine e pagine. Piangere e incazzarsi, perché è umano ed è giusto così, perché la vera nemica in questo caso è l’indifferenza, mischiata al già citato oblio.

manifestazione bologna 2 agosto 2019 via indipendenza

Ecco perché è importante rifarsi alla storia e fare in modo che questa sia vissuta, perché il rischio è che tra le migliaia di storie di ogni giorno non resti nulla in grado di costruire quell’identità che necessita della prospettiva, la quale ha imprescindibile bisogno della memoria. E allora, aldilà dei discorsi da cattedra, vediamo di esserci e di partecipare, perché prima o poi potremmo accorgerci di come avvilente possa essere una vita in cui in fondo, osservandola bene, è sempre la stessa, identica storia.

Un video da vedere. In silenzio.

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