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da qualche parte in provincia di Brescia

A giorni alterni mi sveglia l’ambulanza. Una sirena, lontana, più chiara del sibilo del telefono. Più prepotente della voce di mia madre quando dormivo fino a tardi da piccolo la domenica. A giorni alterni il mio mattino non è ancora iniziato mentre per qualcuno ha già preso una terribile piega. Tuffo a bomba nel vortice di schermi, libri, partite a carte e caffè. Pulizie generali due volte a settimana. Videochiamate almeno una volta ogni due giorni, a turno su tutti gli amici. Che poi, alla fine, ti sembra di non averli visti abbastanza comunque. A giorni alterni #andràtuttobene ha il retrogusto fiacco del cibo scondito.

Eccoci allora, bresciani nella salute e nella malattia. Tra le quattro pareti – chi più chi meno – a mangiarci le mani per il rischio che c’è là fuori. Quando tutto finirà? Non perché dobbiamo tornare al lavoro, a Bologna, al Caffè Belmeloro o a pranzo con gli zii a Pasquetta. Famiglie che conosci, là fuori fra le strade che percorreresti a memoria, piangono per un nonno che forse non hanno salutato, un padre o una madre costretti a respingere un loro abbraccio. Sopravvivrò per le ore di ozio e noia che sto cestinando in queste settimane; farò tesoro dei nuovi baci e degli amici fraterni, quando mi sarà permesso tornare da loro. Questo sì che #andràdavverobene. Ma tra il deserto di case attorno sono in molti, troppi a doversi preoccupare e rattristare per una batosta ben più grande, spesso enorme.

Hanno detto che l’infamia di questo nemico sta nell’essere così piccolo da non potersi vedere. Scientificamente accurato, televisivamente d’impatto. Per me non è così. Le telefonate di amici di famiglia che hanno perso il padre, il messaggio di un’amica a distanza da sua mamma infetta bruciano quasi come se la frustata fosse calata anche sulla mia schiena. E ancora seguono le campane che suonano a morto dodici volte in tre giorni, le sirene delle ambulanze che si rincorrono e gli strilloni – ormai senza fiato – dei giornali. L’infamia del nostro nemico sta nel lasciarci vedere e sentire tutto questo.

Radio1088 non si occupa però di prontuari di empatia, che pure sarebbero doverosi di questi tempi. Non obbligherò nessuno che stia passando la quarantena in salute e senza ansie a sentire il peso reale di quanto sta davvero accadendo. Queste righe non sono altro che la fotografia e il sentimento di una terra – la stessa dei telegiornali, dei dati macabri, dei guerrieri che lavorano in ospedale e cadono feriti o peggio – che oggi sta piangendo. Tocca a noi metterla in fondo allo scatolone o commuoverci tutte le volte che la vediamo sulla bacheca della cucina.

Un augurio alle vittime, alle famiglie e a chi finora è un triste testimone.

Si ringrazia Enea Zani per il contributo fotografico