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«Ho avuto una vita meravigliosa. Me lo dico sempre.  Avere una vita meravigliosa vuol dire aver dato e amato tanto»

E l’amore resta, caro Ezio.

Quest’oggi Bologna piange: è un puzzle al quale manca un tassello. Eppure non c’è spazio per le lacrime. Ho pianto anch’io, non lo nego, quando dall’altra parte della cornetta una cara amica mi ha raccontato che era andato via. Dopo pochi minuti, però, sorridevo. Lui aveva la straordinaria capacità di raddrizzare anche le giornate più storte. Ci mancherà. Mi mancherà.

«Io non ti so dire se sono felice però ti so dire che tengo stretti i momenti di felicità, che li vivo fino in fondo, fino alle lacrime. Sono una persona normale. Ho una filosofia che è quella di legarsi ai momenti felici perché sono quelli che, poi, ti serviranno da maniglia per ritirarti su quando sei nel letto e non riesci ad alzarti»

Così Ezio Bosso, compositore, direttore d’orchestra e pianista, aveva risposto qualche mese fa ad un giornalista. Nessuna ipocrisia. Lui era fatto così. Ricordo ancora il nostro primo incontro, sotto i portici di Bologna. Lo fermai, una sera, mentre passeggiava con uno dei suoi amatissimi cani. Ero in ritardo, dovevo correre in radio, ma qualcosa mi convinse a fermarmi. Gli chiesi come stava e ricordo che la sua risposta mi spiazzò. La cosa che più mi colpì, però, fu il suo essere sensibilmente interessato a sapere come stavo io. Mi chiese cosa studiavo, poi parlammo un po’ di musica, lo ringraziai e gli chiesi una foto. Era davvero una persona “normale”. Lo incontrai poi svariate volte ma non riuscimmo mai a scambiare due chiacchiere.

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Lo scorso settembre aveva dovuto dire addio al pianoforte perché le sue dita non rispondevano più bene ed i dolori nel forzarle sui tasti si erano fatti insopportabili. Non aveva però abbandonato la sua orchestra, la Europe Philharmonic, con cui lo scorso gennaio aveva tenuto le ultime trionfali serate all’insegna di Beethoven e Strauss al Conservatorio di Milano per la Società dei Concerti. La quarantena imposta dal dilagare dell’emergenza sanitaria era diventata la sua peggior nemica ma non aveva smesso di pensare al futuro, dedicandosi totalmente allo studio delle partiture e alla lettura di libri di storia. Gli mancava però il fare musica con e per gli altri. Sognava il momento in cui avrebbe potuto abbracciare nuovamente i suoi amici ed i suoi musicisti. Quelle braccia esili sapevano comunicare una grande forza.

«Ho smesso di domandarmi perché. Ogni problema è un’opportunità. La musica è una fortuna ed è la nostra vera terapia»

Come una fenice aveva imparato a rialzarsi dopo ogni caduta; non dava mai troppa retta al dolore. Amava la vita, ne era follemente innamorato e proprio per questo non aveva mai permesso alla malattia di impedirgli di suonare e di dirigere la sua orchestra. Era riuscito, attraverso la musica, a convertire la tristezza in bellezza. Proprio lui che la bellezza sapeva vederla anche dove i più non riuscivano a scorgerla. «Non conta quanto vivi, ma come vivi» ripeteva spesso Nadia Toffa, scomparsa lo scorso agosto. Ezio ha amato tanto, e tanto di più ci ha donato in questi 48 anni di vita. Questa notte si spento nella sua casa, qui a Bologna, a causa del degenerare delle patologie che lo affliggevano da anni. Mi consola non saperlo solo, ma circondato dall’affetto della sua compagna, Annamaria, e dei suoi amatissimi cani. Maestro, non mi resta che dirti grazie, ancora una volta. Adesso spicca il volo; un pezzetto del nostro cuore quest’oggi viene via con te.

«Sono in ogni nota che ho curato. Esisto in ogni nota insieme alle mie sorelle e fratelli, figli o nipoti. Sono ogni nota studiata, suonata e donata, amata perché non c’è nota che non ami e che non abbia amato»