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Un articolo di Lorenzo Orsini

Le divinità possono cadere. Harvey Weinstein, l’ex re di Hollywood, è stato condannato per stupro e crimini sessuali lo scorso 24 febbraio: la pena, da stabilire, potrà comportare fino a venticinque anni di carcere. L’uomo più ringraziato alla cerimonia degli Oscar, produttore di oltre trecento candidature alla statuetta d’oro, oggi è un sessantacinquenne in cattiva salute. Oggi, Harvey Weinstein è uno stupratore. Anche gli intoccabili cadono davanti alla giustizia.

Quando il New Yorker pubblicava nell’ottobre del 2017 le prime storie sul caso Weinstein, ancora forse non si comprendeva la portata dell’accaduto. Un centinaio di ragazzine, ragazze e donne: molestate, toccate, palpeggiate, forzate al sesso orale e sedotte con la forza. La scoperta fu graduale, ma ben presto chiara: nei comportamenti di Weinstein risiedeva una consuetudine nota a molti. I favori sessuali erano la merce di scambio per l’ingresso tra le fila delle star di Hollywood. Il tutto veniva fatto senza troppe ansie: registrazioni, video, testimonianze: tutto per cercare di denunciare questo sistema malato.

La posta in gioco è stata alta. Le donne accusatrici, poi generatrici del movimento #meToo, hanno dovuto subire ogni genere di vessazioni e accuse. Da chi le reputava soubrettes in cerca di attenzione, a chi arrivava a dire che se lo erano sicuramente cercate: la convinzione comune era quella della supremazia dell’uomo. La donna, debole e indifesa, deve stare al suo posto: silenzio e profilo basso da mostrare come tratti distintivi. Le donne la corazza l’hanno indossata per combattere e non per difendersi. Per una volta, il maschilismo vacilla. Anche un mostro sacro di Hollywood, anche chi “ha sempre fatto così”, tutti possono cadere. Perfino Harvey Weinstein.

Sulla base di due delle oltre cento denunce ricevute, Weinstein è stato condannato. Una condanna che non deve spazzare via decenni di indifferenza: si scorge tra le parole imbarazzate di tanti un’enorme struttura basata su fondamenta di colate di omertà, gli occhi chiusi di chi sapeva e mai ha detto. L’11 marzo Weinstein sarà condannato dalla corte di New York per molestie sessuali: da quando tutto è esploso, l’esercito di combattenti attendeva questo giorno. Una condanna che non cancellerà gli stupri, che non restituirà a nessuna la dignità di essere umano, tolta con una becera palpata. Poco importa ora il genio artistico del produttore hollywoodiano, che dovrà rispondere alle stesse accuse anche in un tribunale di Los Angeles. Di Weinstein resterà la colpa di aver macchiato il sogno di tante donne, costrette a entrare in un mondo marcio e contaminato alla radice dalla molestia come passe-partout.

Il caso Weinstein ha mostrato come l’omertà e il silenzio possano nascondere e insabbiare vent’anni di molestie. L’urlo dell’indignazione ci ha ricordato come con la collaborazione e le armi giuste anche un qualcosa che è abitudine possa finalmente diventare un fatto pubblico. Anche le nefandezze finite più in fondo, sotto la sabbia dell’indifferenza, possono essere riportate alla luce, davanti agli occhi di tutto il mondo. Ci vuole tanto – forse troppo – coraggio.