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Lux Express è una compagnia di viaggio estone che mette a proprio agio il cliente offrendo sedili reclinabili con smart-pad personali su cui ascoltare musica, vedere film o giocare ai videogames mentre offre acqua, thé e caffè gratis, con la possibilità di comprare anche headphones brandizzate. Allacciare la cintura, l’unico obbligo per cui l’autista potrebbe persino fermarsi in mezzo al nulla e assicurarsi che tutti la stiano indossando. In questo contesto di apparente pace e puro godimento dell’attesa, mentre guardo qui e là un paesaggio bucolico che dell’afa estiva non ha mai sentito parlare, sto ascoltando Anima, l’ultimo sognante lavoro di Thom Yorke.

Thom Yorke

Proprio così, il sogno, la nuova (si fa per dire) ossessione del cantante di Oxford, che ti spinge da una parte all’altra del tuo cervello, ma a suo piacimento. Ben lontani dal 2006, quando con The Eraser le parole assumevano un tono spasmodico, istintivo, quasi come se il leader dei Radiohead volesse divertirsi a capire sé stesso fuori dall’ala del gruppo-madre.

Con Anima, tredici anni dopo, le parole sono essenziali e dirette: come puoi capirlo? Forse guardando “dall’altro lato”, prendendo come punto di fuoco parole pesanti e apparentemente senza contesto come Foie gras (Traffic), cul-de-sac (Dawn Chous), Woe betide (Twist) e tanto altro che ti invito a scoprire. Queste parole, o affermazioni, fungono da reggenti per tutto il percorso delle canzoni, aiutate anche dall’enfasi sonora della strumentale che si ferma sui punti più importanti e ti ferma. È lì che le pulsazioni aumentano e il cervello lavora, già ti condiziona. Parole come improvvise esplosioni, che possono rappresentare il momento del sogno, così dettato dall’attimo che pensi sempre di non avere la giusta interpretazione a riguardo. L’Internet no, non aiuta mai in quei casi, ma Jung forse sì.

L’autore lo definisce un lavoro distopico, che vuole rappresentare i turbamenti e i monologhi interni dell’homo novus fra tecnologie e distacco dal passato, in un purgatorio che produce sofferenza, ansia, perché non dà risposta. E se non dà risposta, l’uomo prova a darsela da sé, agendo solo, allontanandosi dalla comunità. Non esistono domande, perché chi è dentro questo mondo pensa di avere già una visione del corso degli eventi: non resta che dire«“Won’t bother me», prendendosela con la dannata tecnologia («You wooden soldiers, i’m daring you to turn yourselves on»), personificandola nel ruolo di soldati bisognosi di qualcuno che gli dica cosa fare, per continuare a esistere. Sogno o realtà?

I testi delle canzoni sono caratterizzati da versi che vengono ripetuti quasi allo sfinimento, contrapponendoli alle parole pesanti, come se dopo il sogno avvenga il trauma che a sua volta condiziona il sogno futuro. Il ritmo delle ripetizioni si mescola al ruolo di spegnimento ed accensione che le reggenti possiedono, dando un esempio perfetto del motivo principale dell’album: come sia facile entrare in un sogno, uscirne e pensare sia sempre stato realtà, agendo con la stessa follia che nella finzione.

D’altronde, viviamo nell’era del contenuto per immagine che diventa sogno nella realtà e viceversa, che virtualizza il timballo di nonna senza che lei, effettivamente, capisca perché continui a fotografarlo ogni domenica poiché tu stai in silenzio, fotografi e mangi: un modo folkloristico e mediterraneo per definire la memoria che va in crash.

Il disco è stato anticipato da una campagna di marketing virale. In varie città sono stati distribuiti dei volantini riportanti il titolo Anima Technologies, un’azienda che offriva il recupero dei propri sogni attraverso una speciale camera, appunto, dei sogni. Non sarà Lux Express con le sue playlist romantiche o energiche, ecco, ma di sicuro questo album mi ha convinto a viaggiare con Thom Yorke.

thom yorke intervista