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L’uomo comune sotto i riflettori

recensione doppia

RICHARD JEWELL di Clint Eastwood,
IL DIRITTO DI OPPORSI di Destin Daniel Cretton

Ci sono due avvocati, uno è bianco, vive ad Atlanta, è infastidito dall’arrivismo imperante dell’ambiente forense e spaventato dal suo stesso governo ancor più che dalla minaccia del terrorismo; l’altro è di colore, neolaureato ad Harvard, mosso da una sincera vocazione civile e deciso a prendere le difese dei prigionieri destinati alla pena di morte nello stato dell’Alabama. Oltre la professione null’altro sembra legare questi splendidi personaggi –  e persone reali –  che in Richard Jewell di Clint Eastwood e in Il diritto di opporsi di Destin Daniel Cretton fanno fuochi e fiamme insieme ai loro assistiti, protagonisti dei film e vittime di due tra i più rinomati errori giudiziari della recente storia americana. La storia di Jewell è celeberrima: addetto alla sicurezza per un evento al Centennial Park organizzato in occasione delle Olimpiadi di Atlanta del 1996, Jewell nota uno zaino sospetto sotto una panchina. Nutre grande fiducia nella struttura delle forze armate, e la sua sollecitudine mette in moto la macchina di sicurezza che permette di individuare una bomba e limitare, per quanto possibile, il numero dei morti in quell’occasione. L’uomo comune diventa eroe per un giorno, finché lo stesso apparato della legge che aveva giurato di proteggere e onorare non lo tradisce, trasformandolo in un capro espiatorio e accusandolo di essere l’ideatore dell’attentato. Se con la storia di Walter McMillian ci troviamo decisamente più a sud, il ritornello non è tutto sommato troppo diverso: il contesto è quello della comunità di colore di Monroeville, cittadina dell’Alabama nota per aver dato i natali a Buio oltre la siepe di Harper Lee. Qui nel 1986 una diciottenne bianca della città viene uccisa brutalmente e McMillian, che di mestiere lavora con la pasta degli alberi estratta dai boschi del posto, viene subito accusato di essere il carnefice sulla base di alcune discutibili testimonianze e di un processo mediatico impietoso. Finirà in carcere, destinato a percorrere la rinomata death row dalla quale, nello stato dell’Alabama, nessuno è mai riuscito a uscire.

I toni, gli intenti, persino i generi sotto il cui segno queste due storie diventano cinema sono diversissimi, eppure guardandoli entrambi a breve distanza l’uno dall’altro sembra davvero di poter cogliere un preciso tracciato che ripercorre una parte della storia giudiziaria americana, mostrandoci come le strette maglie delle strutture nate per proteggere la nazione rivolgano le loro stesse armi contro i cittadini che sono parte vitale di quella nazione, soffocandone talvolta i più integri valori di onestà, duro lavoro e rispetto delle istituzioni. Al di là delle pur cruciali questioni razziali che in Il diritto di opporsi definiscono tutto un sotto-testo culturale e sociale su cui il cinema molto si è esercitato negli anni, ciò che affascina delle opere dei due registi è innanzitutto la passione per il racconto di storie di verità sottratte ai propri possessori, negate da quegli apparati che ne dovrebbero essere garanti e infine rigirate,  rivendute alla stampa per creare il caso della mela marcia in una società mossa dalla logica del working man. Se gli americani sono dei maestri nel creare tempeste mediatiche, all’interno di queste specifiche narrazioni è lampante la contraddizione nella quale i mediocri passacarte degli apparati burocratici e investigativi spesso cadono: colui sul quale si puntano i riflettori è davvero l’uomo della porta accanto, il vicino che forse non brilla per genialità ed è portatore di passati infelici e piccole debolezze, ma che conosce alla perfezione la fatica del vivere con onestà e sa distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è. E’ proprio il working man sul quale la retorica americana falsamente si basa a diventare target della calunnia, ma piuttosto che giocarsi sulle banali logiche del pietismo che spesso regola le storie di scontri tra il singolo e il sistema, entrambi i film con grande intelligenza puntano a restituire allo spettatore le sfumature di ambiguità nelle quali quegli stessi sistemi si impantanano, corrompendone ogni singolo componente e offrendo alla pubblica piazza il risultato di queste mostruose deformazioni. Il piccolo e insignificante protagonista è quello che perde tutto in nome di un presunto ritorno all’ordine. Ci si è dimenticati però della giustizia, così se nel personaggio di McMillian troviamo l’incarnazione della verità che deve essere riportata alla luce in una lotta dal puro tono di cinema civile, con Richard Jewell Eastwood va a toccare le più profonde corde del cuore umano come solo lui sa fare: mostrandoci la forza che muove l’uomo comune nel suo quotidiano, il regista ci offre anche la più precisa immagine di ciò che le strutture della legge potrebbero essere se decidessero di agire in nome della verità. È allora veramente commovente seguire la vicenda di questo semplice addetto alla sicurezza che senza clamore e per amor di patria diventa davvero l’eroe di cui l’America ha bisogno, dentro e oltre gli sforzi compiuti per essere degno di questo titolo. La persona è messa di certo in prima linea e filmicamente in primissimo piano, i lineamenti di Jamie Foxx e Jon Hamm brillano quando mescolano l’indignazione alla paura, concedendosi quelle note di gioia liberatoria tipiche di chi si convince finalmente di aver lasciato l’inferno alle spalle.

Tuttavia la potente eco di queste storie raggiunge i suoi picchi più alti quando si eleva a dimensione collettiva, raccontandoci di ciò che lo storytelling mediatico si avviava a diventare già negli anni’80 e ’90 e di come una storia costruita a tavolino possa diventare una potentissima arma in mano al potere politico; al di là del singolo che combatte per affermare la propria dignità si mette allora in gioco la necessità di ricostruire la credibilità di un intero apparato sociale e giuridico: su questo fronte davvero vincenti sono i nostri due avvocati, eletti quasi a coprotagonisti delle vicende e calati alla perfezione nelle vesti di collaboratori in controcanto dei due eroi. Se il giovane e privilegiato Stevenson (Michael B. Jordan) con i suoi gesti di gentilezza e la sua pratica fa rinascere sotto una nuova luce la solidità dell’azione morale in nome del bene comune, il percorso del Watson di Sam Rockwell è quello di una risalita dal fondo della disillusione nei confronti un mestiere fatto di gabbie ed etichette verso una ricostruzione delle ragioni più profonde della pratica forense, e forse, ancora oltre, dell’amicizia tra pari e oltre i limiti dei propri ruoli. Nel rapporto tra Watson e Jewell, come in quello di Stevenson e McMillian, sarà infatti sorprendente leggere prima di tutto la forza della compassione che anima l’uomo quando decide di guardare negli occhi di colui che sta davanti a sé ancor prima che alla sua storia: decifrarne le ragioni ultime del suo agire tramite la spontaneità delle parole e l’immediatezza dei gesti permetterà di partire dalla gratuità di quella fiducia per iniziare a mettere le basi di una nuova visione sulla legge e sulla giustizia; una prospettiva che elegga l’uomo e la sua capacità di sacrificio quale perno intorno al quale costruire un’intera società, il suo coraggio di dichiararsi nella sua vergognosa semplicità quale verità ultima, condivisa tra uomini forse comunissimi, ma attenti all’altro e dotati di quella lunghezza di sguardo necessaria per costruire un bene che sia veramente e ultimamente comune, di tutti e tra tutti equamente diviso.