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Da giovane ho attraversato le due Germanie a piedi, lungo il confine e secondo tutte le irregolarità del territorio. È stato come se volessi provare a tenerle insieme con la cintura che avevo ai pantaloni. Quando incontrai Mikhail Sergeevich sapeva cosa avevo fatto. Io gli risposi che lui aveva fatto lo stesso nelle campagne della sua regione. Poi si è spinto ancora più in là.

La citazione d’apertura è quasi un racconto questa volta, una delle perle trapelate dall’intervento a sorpresa di Werner Herzog al Cinema Galliera prima delle proiezione del suo documentario Meeting Gorbachev (Herzog, 2018). Sorriso spalancato, niente barba, voce pacata di chi ha una vita intera di storie da raccontare: questa colonna del cinema mondiale si è seduta di fronte all’ultimo leader sovietico per chiacchierare, come potrebbero fare due vecchi compagni di scuola che si ritrovano senza essersi mai persi del tutto. Intervista diversa per gente normale, intervista comune per gente speciale.

Un documentario divertente. La sagacia del suo regista è il vero sfondo della pellicola. L’immobilità della classe dirigente moscovita dei primi anni Ottanta è delineata da un susseguirsi di esplicite frecciate per l’uomo di gesso, il vecchio mentore e “l’ultimo dei fossili” – nell’ordine Breznev, Andropov e Chernenko. La tocca piano, diremmo noi.

Un documentario interessante. Il periodo storico che tratta è ricco di eventi cruciali, spesso ostici da spiegare a chi non è del mestiere. Meeting Gorbachev, tuttavia, rispolvera quegli anni con la giusta dose di calore e leggerezza. Non si sente il peso di un’intervista ad uno degli uomini politici più influenti del XX secolo. I due vecchietti, sulle loro seggiole, ci tengono ad ascoltarli come nipotini che aspettano una storia prima di addormentarsi. Forse è per questo che Herzog scandisce le sue parole con la calma di un nonno davanti ad un libro di fiabe – o per mettere a suo agio il suo interlocutore, che fa altrettanto ma per problemi di salute. Al contrario di altri documentari con voci fuori campo lente, questo tiene comunque il pubblico sull’attenti.

Un documentario triste. Il protagonista è portato anche a parlare dei suoi affetti, in particolare il ricordo dell’adorata moglie morta ormai vent’anni fa. Tuttavia, non è fatto per indurre alla tenerezza o per muovere a compassione. Forse è addirittura la chiave di volta del discorso di Herzog: Gorbachev vive la solitudine. Ripeto, non fa venire le lacrime agli occhi a nessuno, è un dato di fatto reso evidente dal suo attaccamento al ricordo di lei. È un uomo che, dopo aver fatto tanto e aver ottenuto risultati là dove prima non si credeva nemmeno di poter muovere un passo, ha visto il mondo attorno a lui implodere fino ad impacchettarlo ed appiattirlo, annullarlo, come quando si chiudono le pagine di un libro pop-up. I fan del regista riconosceranno qui un po’ del pessimismo di fondo che lo ha caratterizzato fin dai suoi primi lavori.

Dico spesso di essere un fan del patto narrativo, che si stia leggendo Dostoevskij o che si guardi La Signora in Giallo su Rete 4. Questa pellicola chiede di essere guardata senza giudizio, perché non racconta l’eredità di un uomo politico ma la memoria di un uomo, con i suoi idealismi e le sue parzialità. Herzog non vuole impartire un modello, ma raccontare la storia per come lui la vede. Accettate il patto narrativo e avrete messo nel cassetto un punto di vista intelligente su un personaggio che ha fatto qualcosa di epocale. Controverso, ma epocale.