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Modena Pride, 1 giugno 2019.

Ore 09:55.

Un capannello di persone è riunito davanti al Palazzo dei Musei di Largo Sant’Agostino, attorno a loro ci sono una dozzina tra poliziotti, carabinieri e vigili urbani. I migliori sono però due signori alti con un borsello, dal quale estraggono di tanto in tanto un walkie-talkie. È risaputo: l’essere in borghese della Digos è la divisa più riconoscibile.

Ci fissano, mentre perlustrano la zona. La mia amica ed io ci siamo uniti a due signori di mezza età, accorsi per vedere in faccia chi avrebbe sfilato per le vie della loro città. Siamo alla processione di riparazione per la “blasfemia manifesta” chiamata Modena Pride, un evento piccolo arrivato anche sulle pagine dei giornali nazionali. Non mancano infatti giornalisti e curiosi, nonché modenesi interessati a vedere chi scende in piazza portando alto il nome del santo cittadino. A organizzare il tutto è stato infatti il Comitato di San Geminiano Vescovo, il quale, nei giorni precedenti alla processione, non si è certo risparmiato nell’alzare i toni attraverso i suoi canali social:

«qualcuno, erroneamente, potrebbe pensare che riparare prima che un fatto nella sua concretezza avvenga sia illogico. E sbaglierebbe, dal momento che il Modena Pride è peraltro l’ultima e spiacevole passerella per la richiesta di “diritti” contrari alla Legge naturale. Gli eventi che hanno e continuano a preparare il terreno per la manifestazione del 1º giugno, uniti all’intenzione già pubblica di realizzare quest’ultima, sono già gravissimo ed improcrastinabile motivo per riparare pubblicamente»

Queste parole le ho copiate dalla descrizione dell’evento Facebook, senza invenzioni. Eppure quando, concedendosi un elegante quarto d’ora accademico, prende il microfono il prete che avrebbe condotto la processione, i toni diventano improvvisamente più teologici e gli attacchi di livello politico si fanno sentire solo nel finale, così da barricarsi sotto l’egida della legge, la quale giustamente tutela lo svolgimento di una libera attività religiosa. Ma pensandoci, nascondersi all’ombra della croce è un gioco a cui non pochi sono stati avvezzi. Ovviamente, nessuno parli coi giornalisti.

Ore 10:15

Ha inizio la processione/corteo, quindi si alzano gonfaloni religiosi e crocifissi e l’incenso si accende come il motore alla pit lane. I 258 (più o meno) partecipanti si mettono in fila per due, ben ordinati. Pronti anche microfono e altoparlanti: si può partire. Serpeggiamo tra i partecipanti come a loro volta essi serpeggiano tra i vicoli della città emiliana, sotto gli occhi di chi si vive un soleggiato sabato mattina che inaugura giugno. C’è chi non ha ben chiaro cosa stia succedendo, c’è chi invece lo sa fin troppo bene e non lesina a dimostrarlo. Ad un certo punto, mentre stavo girando un video durante il passaggio in uno slargo, un signore con la camicia bianca viene a chiedermi a muso duro se sono un giornalista. Lo rassicuro, ma non sembra convinto e anche quando torna in fila continua a girarsi per fissarmi, sospettoso. Alla quarta volta in cui mi fissa, alzo il tesserino della radio e mi giro, mandandolo sinceramente -tra me e me- potete-capire-dove. Alla fine è lui che si riavvicina di nuovo per scusarsi. Ma se anche non fossi stato un giornalista?

10:50

Siamo ormai nel cuore di Modena e nei punti di passaggio del corteo ci sono sempre più capannelli di persone incuriosite. Talvolta ci fermiamo assieme a loro, li informiamo sul significato della processione oppure scambiamo con loro qualche parola, per capire come la città, nell’attesa del Pride pomeridiano, accolga manifestazioni di entrambi i generi. Molti osservano in silenzio, ma non manca lo sdegno. Due ragazzi sono usciti dal loro negozio con un arcobaleno gonfiabile e sorridono sotto il portico al passaggio della processione, anche quando un chierico quarantenne manda loro qualche stoccata con l’acqua santa. La giusta rinfrescata in questo primo caldo tardo primaverile.

modena pride

11:13

Arriviamo sotto il Duomo, anch’esso parte inconsapevole della lotta politica in corso. Il celeberrimo rosone, infatti, è stato ripreso dal movimento Modena Pride, il quale lo ha fatto diventare un fiore stilizzato arcobaleno per poi utilizzarlo come simbolo della sua campagna. Sia questa una buona mossa o no, non sta a me dirlo. La cosa certa è che l’effetto e la risonanza sono stati forti. Dopo un centinaio di ora pro nobis, il prete conclude la processione benedicendo i presenti e intonando un’ultima canzone.

modena pride

È difficile commentare, forse perché tra me e loro ci sono assunti di base troppo diversi. La mia amica ed io ci siamo voluti essere per provare a capire, ma anche certamente per pungolare e dimostrare che in piazza scendiamo, anche e soprattutto per rispondere a chi non ci trova d’accordo. È probabilmente anche inutile confutare molte delle cose scritte sulla pagina Facebook di questa associazione, dato che queste sono tranquillamente commentabili da tutti ed è fin troppo ovvia la mia lontananza.

La cosa che trovo veramente inaccettabile è però una: l’ipocrisia. Non sto parlando di pedofilia, ordinamento ecclesiastico o altro, ma del banale tentativo di nascondersi dietro la scusa della funzione religiosa. Quello che il Comitato di San Geminiano ha fatto, prima sui social e poi per le strade, è stato un atto politico tanto quanto lo è il Pride, il Fridays for Future o la manifestazione per Làbas. È questo innalzarlo ad altro e verso l’alto a rendere insopportabile questa manifestazione agli appassionati di democrazia, perché quest’ultima la costruiamo con le persone e non con Dio o qualsiasi forma di entità divina. Se vogliono opporsi alle istanze del Pride lo facciano come cittadini, si manifestino in quanto contrari ai diritti civili e allora lì potremo avere un dibattito. Nascondersi all’ombra della croce, con la scusa di avvalersi della legge, non è altro che un atto codardo e inutile, anche perché (fortunatamente) dietro quella croce andremo sempre a dare un’occhiata.

Noi vogliam Dio, nel giudicare

a Dio s’ispiri il tribunal.

Noi vogliam Dio, perché al soldato

coraggio infonda nel guerreggiar,

sì che a difesa del suo amato

d’Italia sappia da eroe pugnar.

 Noi vogliam Dio nella coscienza

di chi l’Italia governerà!

Così la patria riavrà potenza

e a nuova vita risorgerà.

 

                                                        (Uno stralcio del canto conclusivo, copiato dal libretto distribuito dagli organizzatori)

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