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Blondes Have More Fun, secondo una credenza popolare nonché per un brano del 1978.

In verità, non pare esserci alcun dubbio sul fatto che, nel corso della sua carriera pluridecennale, quell’arzillo 73enne biondo che di nome fa Sir Roderick David “Rod” Stewart, se la sia effettivamente spassata. Gli anni passano inesorabili, e Rod “the mod” (Rod “il ribelle”) – inglese di nascita ma scozzese di cuore – non ne vuole sapere di lasciare, anzi raddoppia con un nuovo album: Blood Red Roses, in uscita il prossimo 28 settembre su etichetta Republic.

Rose rosse come il sangue, dunque; ma soprattutto come la passione, un autentico leitmotiv della produzione artistica del britannico. Una passione da declinare nelle mille sfaccettature che le sono state date da quella voce armoniosamente graffiante che è il vero marchio di fabbrica del baronetto biondo: dall’infatuazione giovanile verso una donna più anziana (“Maggie May”) alla passione carnale da “una notte e via” (e qui se ne potrebbero elencare a decine, tra cui una menzione speciale va a “Da Ya Think I’m Sexy“ e “Tonight I’m Yours [Don’t Hurt Me]”), fino ad arrivare alla passione delusa (quella del cuore spezzato di “I Don’t Want to Talk About It” e della riflessiva “Every Beat of My Heart”). Senza dimenticare, ça va sans dire, la genuina ed incondizionata passione platonica di un padre verso il proprio figlio (“Forever Young”).

È proprio in quest’ultimo filone che andrebbe inserito Didn’t I, il primo singolo del nuovo album. Ascoltandolo, emergono puntuali diverse caratteristiche del repertorio di Stewart, sia musicale che concettuale. Quanto al primo, le sonorità appartengono a quel pop rock che è stata croce e delizia del britannico: lo ha sì consacrato nell’Olimpo degli anni ’70 e ’80, ma gli ha pure attirato non poche critiche da parte di chi mal vedeva la contaminazione del rock “puro” dei primi anni con un sound decisamente più pop e disco (siamo negli anni d’oro dello Studio 54 newyorkese). Didn’t I aggiunge poi quel tocco di country, forse retaggio di alcuni album passati, in cui “the Mod” ha rivisitato (con successi alterni) alcuni capisaldi della musica statunitense, da Bob Dylan a Whitney Houston (!).

La voce di Stewart ha poi una particolarità più unica che rara: che invecchia sì, ma come invecchierebbe un pregiato whiskey scozzese.

Quanto al lato concettuale, è evidente l’evoluzione: sono passati gli anni del mantra “Giovani cuori, siate liberi stanotte” perché “il tempo è dalla vostra parte”. Sono passati gli anni del giovanile carpe diem, rimpiazzati da una saggezza senile e dall’amore asessuale entro le mura familiari. Didn’t I è l’accorata esortazione che un padre preoccupato rivolge alla giovane figlia, un’amorevole offerta di aiuto per combattere la tossicodipendenza della figlioletta. Nel brano, peraltro, è possibile ascoltare la giovane voce statunitense di Bridget Cady, componente della band di Stewart, che i suoi fan italiani hanno potuto notare in occasione della tappa di gennaio al Mediolanum Forum di Assago.

Blood Red Roses entra quindi a pienissimo titolo tra gli album potenzialmente più interessanti dell’anno: perché se è vero che, come è stato detto, proprio perché quella di Rod Stewart è una voce sublime che potrebbe cantare qualsiasi cosa, il guaio è che spesso Stewart abbia appunto cantato qualsiasi cosa, vale senz’altro la pena di correre il rischio. Parola di speaker.