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Una delle cose che mi preoccupa maggiormente di questo tempo è la fine dell’ironia

Quando si incontra un giornalista di questo calibro si è sempre un po’ scettici, il rischio di incappare in un discorso lungo e noioso è altissimo. Forse troppi relatori hanno una dote poco invidiabile: riuscire a rendere inascoltabile anche il più interessante fra gli argomenti, facendo venire un latte alle ginocchia tale che, una volta finito l’intervento, non si vorrà più sentir parlare di quel personaggio per almeno un paio mesi. Mario Calabresi è quanto di più lontano possa esistere dal prototipo del “professorone” e talvolta ascoltandolo sembra di assistere ad uno spettacolo di stand-up comedy, di quelli fatti bene.

Giunto a Camogli per il sesto anno consecutivo, è sicuramente uno degli ospiti più fedeli del Festival della Comunicazione e ogni volte riscuote un successo incredibile. “La civiltà dell’esagerazione e la ricerca del silenzio”, questo il titolo dell’incontro, in cui Calabresi ha voluto innanzi tutto mettere in luce gli aspetti contraddittori della nostra società, da una parte sempre più opulenta e dall’altra più spirituale. Una spiritualità che non sempre ha a che fare con la religione e, al contrario, spesso si manifesta nella sua natura estremamente umana, improntata sul singolo. Non è un caso, dice il direttore, che il cammino di Santiago de Compostela stia continuando a crescere in popolarità (nel solo mese di maggio 2019 sono stati oltre 46.000 i pellegrini che hanno raggiunto il Santuario) o che ai vertici delle classifiche vi siano i libri di Marie Kondo.

Se è vero che “il troppo stroppia”, allora veramente tutti dovremmo fare mesi di voto del silenzio per riuscire a fronteggiare gli eccessi di questo periodo; perché fra Salvini al Pepeete e Trump che vuole comprarsi la Groenlandia nemmeno il più ligio dei monaci tibetani riuscirebbe ad espiare i loro peccati.

“Una delle cose che mi preoccupa maggiormente di questo tempo è la fine dell’ironia” sostiene  inoltre Calabresi, riportando l’esempio del vignettista politico del New York Times che si è visto licenziato poiché i suoi capi si erano stancati di doversi sempre giustificare per le sue battute, ritenute ogni volta cattive, inappropriate, eccessive e chi più ne ha più ne metta. Questa non può che ritenersi una sconfitta, non solo per il giornalismo, ma anche per i lettori che si sono privati della satira per inseguire un “politicamente corretto” che comunque resta sempre fine a sé stesso.

Viviamo quindi nel tempo degli opposti: il trionfo dell’esagerazione (politica e non) insieme alla ricerca sistematica della calma. È possibile trovare una sintesi o siamo condannati agli estremi? Sì, secondo Calabresi, ma dobbiamo scendere a patti con la sobrietà, rifiutando le classiche frasi da circolo di anziani che rimpiangono i “bei tempi andati” e ricordarsi che, alla fine, quei tempi non erano nemmeno poi così tanto belli e semplicemente si rimpiangono i vent’anni. Cosa ben diversa.