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La politica che verrà. O anche no.
Non poteva esserci titolo più azzeccato per la conferenza che a Camogli ha visto come relatori il sindaco di Milano Giuseppe Sala e il governatore della regione Liguria Giovanni Toti. Una cosa in comune ce l’hanno: dicono di essere dubbiosi riguardo la cosiddetta “politica che verrà” e il governo appena formato.

La terza giornata del Festival della Comunicazione di Camogli ha avuto tra i suoi appuntamenti principali un particolare dialogo tra i due esponenti del mondo politico di oggi, moderati con sapienza (e forse anche pazienza) dal direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Quest’ultimo ha cercato fin da subito di istituire un dibattito, partendo da un commento alla recente crisi fino a toccare i temi principali dei singoli programmi.

Giuseppe Sala

«Salvini ha un vizio che hanno tanti uomini politici: avere troppi yes men intorno» commenta Beppe Sala, e non può non stupire vedere Giovanni Toti trovarsi d’accordo. Dato che proprio lui ha adulato il “Capitano” e lo ha abbandonato soltanto quando, commettendo l’errore fatale, si è giocato il governo con le sue stesse mani; tutto ciò ovviamente, dopo aver lasciato i lidi di Forza Italia.

A suo dire, la sua amministrazione ha condiviso pochissimo con lo schieramento giallo-verde e anzi ne è stato scettico fin dal principio, ritenendo che le due forze avessero opinioni troppo distanti. Definisce quanto accaduto lo scorso agosto come “una crisi di sistema”, per cui le forze di maggioranza una volta raggiunto lo stremo della sopportazione sono arrivati a perdere il focus: “costruire un paese con fatica e progetti”. Condivide il sindaco di Milano, secondo cui i cittadini abbiano bisogno di “veder fare” e sia importantissimo per le istituzioni avere il coraggio di investire le risorse fornite per i progetti pubblici.

Il confronto continua e Fontana, da buon maestro di cerimonie, cerca di sviscerare sempre più le opinioni dei due politici, toccando argomenti pian piano più sensibili. È la legge elettorale ad essere messa in discussione ed entrambi convergono su un’idea di sistema maggioritario a discapito del vigente proporzionale. «Vorrei una formula che possa garantire stabilità» sostiene Giuseppe Sala, non mancando di informare il pubblico di Camogli circa le statistiche dei governi italiani che si sono susseguiti con un’eccessiva frequenza, tanto che ad oggi dal dopoguerra se ne contano addirittura 71, con una durata media di un anno e un mese.

Toti, Meloni, Salvini

Contro ogni aspettativa, però, il vero dibattito tarda ad arrivare e proprio quando si inizia a pensare a una possibile convergenza tra i due pensieri, il tema della autonomie li divide irrimediabilmente. Il pubblico di Camogli sembra aver finalmente ricevuto ciò che stava attendendo.

Toti intende “autonomia” come sinonimo di efficienza e per questo renderla possibile è un imperativo, non per dividere l’identità nazionale, ma piuttosto per favorire lo sviluppo, anche perché “tanto l’Italia va già a due velocità”. Si scaglia contro i costi degli investimenti, forniti seguendo due pesi e due misure tra le regioni del nord e quelle del sud che, oltretutto, non sarebbero in grado di farli rendere a dovere.

Il sindaco invece si dichiara contrario alle “scorciatoie autonomistiche”, ma ammette comunque il fallimento del regionalismo a venti risalente agli anni ’70. Le sue proposte infatti sono piuttosto semplici (e prevedibili): riformare tale sistema al fine di attribuire più poteri alle città importanti e, per ricordarci quali siano, ricorda il grande successo delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Giusto per non lasciare troppo spazio all’immaginazione.

L’ultima delle domande del direttore Luciano Fontana non poteva che essere sul futuro e sulle nuove intenzioni dei due politici. Il governatore della regione Liguria taglia corto dicendo di aver già espresso la sua intenzione di ricandidarsi. A stupire è invece Giuseppe Sala che si dice ancora insicuro circa il suo futuro nell’amministrazione milanese e, siccome la prima volta aveva deciso dopo aver intrapreso il Cammino di Santiago, ora deve ancora scovare il prossimo pellegrinaggio.

 

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