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Sul Monte Grappa (Veneto) c’è spesso una nuvola pronta a coprirne il cucuzzolo, come se volesse nasconderlo. In questo modo, dall’alto non si vede la pianura e dal basso non si vede la cima.

E nemmeno i 22000 morti onorati nel suo sacrario

[http://www.turismo.it/cultura/articolo/art/venento-il-monumentale-sacrario-del-monte-grappa-id-12050/]

Lascia senza parole il susseguirsi di nomi e cognomi di uomini morti su quella cima, ma soprattutto lo sgomento giunge al contare dei tanti militi ignoti, signori Nessuno assassinati dal mondo e da esso anche dimenticati.

Questa fu la Grande Guerra, questo fu il triennio tra il 1915 e il 1918 in Italia: militari messi su un fronte a morire sotto il fuoco “nemico” per ordine “amico” di superiori tanto incapaci quanto impotenti. E questa, sia chiaro, era la migliore delle ipotesi. L’alternativa era una lenta e sofferente morte per fame o per freddo, nella lunga attesa da guerra di trincea.

Nel frattempo, nel resto del Paese, oltre alle illusioni, strazianti attese con poco pane e industria bellica. C’è chi fu capace di chiamarla “Vittoria mutilata”, personalmente preferisco l’essenziale e siderale appellativo “strage”. Non la prima per la nostra Italia e come sappiamo nemmeno l’ultima, tuttavia incontrovertibilmente di una rilevanza davvero eccezionale perché non si lavori attentamente sulla memoria di un evento che a distanza di un secolo resta complesso e controverso, nonché ispido da comprendere nel suo profondo.

la grande guerra

Wu Ming 1 ha pubblicato un interessante lavoro a tal proposito. In Cent’anni a Nordest (Rizzoli, 2015) [https://www.wumingfoundation.com/giap/2015/06/centanni-a-nordest-prime-recensioni-e-interviste/] la firma del collettivo bolognese si è concentrata sulla memoria della Prima Guerra Mondiale in Veneto e Friuli-Venezia-Giulia (non me ne vogliano, ma triestini compresi), andando a svolgere un’analisi antropologica di chi abita quei territori e del loro racconto della realtà, il quale si proietta nella comune memoria storica. Non solo, Wu Ming 1 ha anche evidenziato elementi del trattamento che l’Italia in quanto Stato unitario ha attuato riguardo la percezione di sé e dei suoi cittadini. Essenzialmente, l’autore ha fatto un lavoro di ricerca antropologica sulla percezione del passato, la quale avendo effetti sul presente fa traslare il tutto in un’analisi dell’odierna idea d’Italia all’interno delle comunità del nordest, mantenendo però la forma di articoli tematici indirizzati alla larga diffusione. Un lavoro mirabile e a tratti illuminante, capace di far porre alcune domande a cui non è certo semplice trovare una risposta. La prima, quella forse più automatica, è sicuramente questa: perché? Nella storia non è mai saggio agire seguendo questo interrogativo, meglio per esempio chiedersi come sia stata possibile un’escalation della tensione simile, capace di giustificare sofferenze immani nel nome di una bandiera, proprio quell’oggetto in vendita su Amazon a €6,90, direbbe oggi Bill Hicks. È una bella domanda, davvero. Ma in un mondo dove dopo ventun anni da una Guerra Mondiale si è stati capaci di farne un’altra (peggiore), forse cercare un senso è la cosa meno sensata da fare. Infatti, non credo si debba conoscere la storia per i suoi insegnamenti, credo si debba conoscere la storia anche solo perché è storia, perché il passato non può ridursi ad essere un nulla.

Nel caso della Grande Guerra, il cinema può aiutarci. E lo fa con grande stile.

la grande guerra

La Grande Guerra di Mario Monicelli, capolavoro del 1959 con Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Una storia italiana (ma non quella raccontata da Fedez) di anti-eroismo e disagio nel quotidiano del fronte. Una pellicola magistrale, in cui i tanti dialetti diventano un coro straziante ritmato con sprazzi di risa amare. Ci sono l’attesa, la sofferenza, la speranza, l’inettitudine, lo stravolgimento e la paura. Insomma, c’è l’uomo, per una volta strappato dalla leggendaria cazzata del naturalmente soldato.

No, alcuni di noi non sono fatti per imbracciare un fucile, così come non è eroico solo chi combatte e uccide. Ci sono tanti diversi tipi di eroismo, ma la guerra ne insegna soltanto uno. Dei Brad Pitt su un carrarmato in Fury dei Tom Hanks in Salvate il soldato Ryan non ce ne facciamo poi molto, se non trasformare l’uomo in idolo, concetto assai caro al cinema americano. Monicelli però parla da italiano, perché per fortuna o purtroppo questo siamo.

L’eroismo tricolore assume tutt’altri caratteri, anche quelli dell’inettitudine. L’eroismo italiano sulle medagliette ha incisi i nomi di Giovanni Busacca (Vittorio Gassman) e Oreste Jacovacci (Alberto Sordi), emblemi di quell’Italia che ha Milano e Roma come estremi di una linea al cui interno trovano spazio mille sfumature di una Nazione che, a cent’anni da quella follia, s’ha ancora da fare.