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Come al solito, una canzone ad accompagnare il tutto.

È un pezzo sulle mamme e me l’ha fatto amare la mia. Magari, dedicatelo alla vostra.

Mi viene incredibilmente in testa Nolan e il suo Joker, quando nel memorabile scambio di battute a testa in giù con Batman cita la particolare situazione di quando una forza irrefrenabile incontra un oggetto inamovibile. È abbastanza strano perché il film di cui vado parlando non è certo di stampo nolaniano (che poi per non esserlo basta non avere il libretto di istruzioni allegato al biglietto), è bensì una pellicola pensata per un pubblico che riempie le sale tra il 23 dicembre e il 6 gennaio, ovvero quel peculiare periodo in cui si tolgono le riduzioni agli studenti perché “dai, avete avuto le mance”. Lo sappiamo tutti, quando un film esce nelle sale a Natale il suo obbiettivo è ben chiaro fin da subito: fare numero riempiendo la sala. Cosa né positiva né negativa, semplicemente la presa d’atto che durante quel periodo di certo sullo schermo non vediamo l’ultima Palma d’Oro. E meno male, dato che è Natale.

Perché scrivere questo inciso? Perché non è possibile prescindere dal target quando si discute di un film. E allora quando il film in questione riesce a dire qualcosa di scomodo e di vero (le due cose vanno a braccetto, direi) pur essendo indirizzato ad un pubblico di ampio respiro, allora abbiamo quello scatto in più per il quale 96 minuti di cinema bastano per lasciare una traccia anche una volta abbandonata la sala. Ben is back è stato capace di fare proprio questo, ovvero raccontare quella storia che ai piedi dell’albero non vorremmo sentire. Non una storia geniale o monumentale, solo vera nel senso più cinematografico del termine. C’è della sincerità, anche nella volontà di lanciare un messaggio donando al pubblico un problema. Non ci sono risposte o soluzioni, ma la semplicità con la quale le cose delle volte non vanno come razionalmente vorremmo vederle andare, senza che in questo ci sia davvero un senso. Per questo mi viene da concedere un plauso alla scelta di non voler parlare della droga puntando allo stomaco, come altri hanno fatto (cito per esempio Funeralopolis di Redaelli), ma al cuore, al sentimento, agli affetti. Anzi, si parla della droga e della morte, fisica o affettiva che sia, pensando a chi resta.

Ecco, questo è un bel soggetto, perché di solito è chi muore che pare diventare un angelo, ma poi è chi resta a pagare il conto. Allora ben venga un film dove possiamo vedere cosa significhi pagare il conto di una cena amara che di certo non si avrebbe voluto consumare. E’ la vita, capace delle volte di scalfire quel diamante chiamato amore. Tornando al principio: una forza irrefrenabile, un oggetto inamovibile. Da qui in poi tutto è dato e nel migliore dei modi, con una Julia Roberts capace di sbatterci agli occhi la tragedia di una madre esausta da tutto, ma impossibilitata a non amare il frutto del seno suo. E finché c’è amore, c’è speranza. Ma anche dolore.

Ben (interpretato dal bravissimo Lucas Hedges) è tornato. Ben, di lui almeno il nome c’è ancora.

Cara mamma, un abbraccio.

 

A Bologna potete ancora trovarlo al Cinema Teatro Bellinzona: http://www.cinemateatrobellinzona.it