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Country roads, take me home
To the place I belong
West Virginia, mountain mama
Take me home, country roads

Nel 1998 Rob Billot è una stella nascente dell’avvocatura e neosocio di un rinomato studio legale di Cincinnati. È originario del West Virginia, ha una moglie e dei figli e si prepara a inserirsi nelle fila dei rappresentanti difensori delle grandi industrie chimiche del paese. Mentre il suo studio prende i contatti con la DuPont quale potenziale futuro cliente, un allevatore di Parkesbourg bussa alla sua porta chiedendogli supporto legale: più della metà delle sue mucche sono morte nel giro di pochi anni, uccise da qualcosa che la vicina discarica della DuPont ha sversato nell’acqua del posto. Starà a Rob scoprire la verità e decidere da che parte far pendere la sua bilancia morale.

Parte direttamente dall’interesse di Mark Ruffalo l’iniziativa di questo Cattive Acque, americanissima storia di inchiesta civile nota alle cronache grazie all’articolo The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmare (dal New York Times del gennaio 2016) e trasposta sullo schermo dal sapiente lavoro del regista Todd Haynes. Militante ambientalista tra i più attivi di Hollywood, l’attore ha coinvolto alcuni tra i migliori professionisti del settore, dagli sceneggiatori premio Oscar Tom McCarthy e Josh Singer (per Il caso Spotlight) al navigatissimo e geniale direttore della fotografia Ed Lachman già assoldato, ai suoi tempi, per Erin Brockovich. Come per il film di Soderbergh di cattive acque infatti si parla, solo che qui ci troviamo tra gli alti ranghi dell’avvocatura americana e in compagnia dei dirigenti delle più potenti industrie chimiche del paese. Le due istituzioni vivono della spavalderia di chi riesce sempre a spuntarla e sembrano godersi i loro profitti e la loro concordia, finché un anonimo ma sanguinario allevatore del West Virginia non arriva a disturbare una quiete che sin dall’inizio puzzava di verità non dette e omertà. Il film di Haynes ha una messa in scena rigorosa che sceglie di esporre i fatti, puri e semplici, prima di ogni cosa: qualcosa di velenoso infesta le acque di un torrente nei dintorni di Parkesbourg, un uomo vede morire giorno dopo giorno il suo bestiame e non se ne dà ragione. Nasce il sospetto, quel sospetto diventa evidenza e poi prova. Il dilemma è: come tirare avanti se tutto ciò che si ha intorno è contaminato? Niente retorica del buono contro il cattivo dunque, nel racconto di questa tragedia si sceglie piuttosto un’adesione completa al dramma visceralmente umano di questi americani, lavoratori che vivono dei frutti di un terreno sottratto alle loro stesse mani in nome di un amore per il profitto malcelato dietro la retorica della buona industria americana: «chemichal not for chemichal’s sake, but for people’s sake», ma con una piccola omissione sul prezzo di questo presunto benessere, costruito per dei consumatori che ancor prima di poter godere delle meraviglie dell’ingegneria americana si stanno condannando a morte certa senza saperlo.

La sapienza di Lachman e la trasparenza della regia di Haynes fanno qui uno sforzo di grande precisione nel mostrare i punti più insondabili della storia ancor prima che il mistero sia rivelato, così che lo spettatore di fronte ad alcune inquietantissime sequenze non possa far altro che trovarsi completamente spiazzato: i camera car che indugiano su dettagli di per sé irrilevanti, un Rob Billot che vaga per le strade della città tappezzate dal logo DuPont, la prepotenza con cui i corpi degli animali e degli uomini sofferenti cercano di lottare contro un male che non sanno individuare. Tutte piccole spie che diventano significative man mano che lo sguardo del protagonista si immerge più a fondo in un quelle cattive acque che con la loro virulenza invadono anche la sua mente, fino a diventare vera ossessione. Oltre e quasi a servizio deI fattore umano si pone poi il piano dell’analisi certosina di dati materiali, spesso iper-dettagliati e specialistici fino all’esasperazione, ma sviscerati con una chiarezza di cui i personaggi stessi si fanno portatori tramite alcune oculate pause esplicative: il piano psicologico e quello materiale si intrecciano alla perfezione, e se il trattamento dei protagonisti come tali non ha tutto sommato nulla di rivoluzionario, la ricaduta etica e l’imponenza del fatto raccontato riescono a oltrepassare l’occasione della stessa narrazione, mettendo in discussione le logiche del sistema industriale e della sua (finta) regolamentazione in materia ambientale. Quando il micro diventa macro il film acquista dunque un più ampio respiro e riprende la carica, dando voce a un’intera collettività e provocando nello spettatore stesso non poche paranoie sulle gabbie che il sistema capitalistico costruisce per intrappolare coloro che dovrebbero beneficiarne senza riserbo. A scavare nel torbido lo sporco inizia a venir fuori, e i puntini disseminati senza alcuna apparente logica durante tutta la durata del film si ricongiungono per offrirci una visione limpida del crimine e dei suoi responsabili; a questo punto la distinzione tra la presunta scaltrezza dell’urbano e l’ingenuità del campagnolo crolla sotto il peso delle evidenze, il cittadino ingannato dai propri stessi epigoni non fa più distinzione di ruoli o di classe, un unico moto di rabbia dà il via a un contrattacco che parte dal basso, una rivendicazione della dignità umana quale mezzo per far collassare un sistema marcio e garantire una giustizia che troppo a lungo era mancata all’appello. Nel racconto di questa lotta del tocco di Haynes emerge ancora quel logorio del corpo dei protagonisti invischiati troppo profondamente nei loro drammi, una consunzione del soggetto che avevamo visto – e ammirato – in Carol e Wonderstruck (ma anche nel più antico Safe, del 1995) e che ora torna in una veste più controllata e supportata dalle ottime interpretazioni di Ruffalo e di Anne Hathaway, qui nei panni di una moglie battagliera, spalla e scudo di un eroe-martire non sempre in grado di tenere lontani i propri fantasmi dalla stanza in cui si trova. Il cammino per portare alla luce la verità è lungo e pieno di vicoli ciechi, il rischio di accomodarsi sulle proprie autoassoluzioni è dietro l’angolo, ma una volta scoperchiato il vaso di pandora l’oblio non è più contemplato, reagire è un imperativo morale: «I’m still here» dice Billot nel 2015, a diciassette anni dall’inizio dell’inchiesta; continuano a ripeterlo ancora oggi le centinaia di migliaia di persone avvelenate dalla DuPont in attesa di giustizia. «Siamo ancora qui», bistrattati, aggirati e trascurati, a sopportare i soprusi del potere e a smascherare gli inganni delle istituzioni, sempre fedeli a un’altra umanità, fiduciosi nella sua vittoria.