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Una storia vera

Ogni volta che aprite un sito di informazione relativo al virus, o anche solo il sito del Ministero, trovate tra i numeri quello dei pazienti al momento ricoverati. Oggi per me quel numero ha anche un nome, oggi per me quel numero ha il mio cognome. 59 anni, buona salute, medico di base: questo è il profilo di una persona che mi sta molto a cuore. Combatte in prima linea nelle prime settimane del virus, rispondendo a più telefonate contemporaneamente, sopperendo all’assenza di altri colleghi già malati e vedendo, ad un certo punto, cominciare ad arrivare quella sentenza ormai molto comune tra chi porta il camice in Lombardia. Però il tampone non arriva, nessuno dei numeri messi a disposizione risponde, la debilitazione c’è ma troppi hanno bisogno di lui nell’ecatombe della Bassa Bresciana e allora qualche linea di febbre può aspettare, ma non per sempre. Peggiora, un esame mostra come i polmoni siano già implicati e allora isolamento totale e riposo assoluto, ma non basta più nemmeno quello. Ospedale, ricovero e ora vallo a sapere cosa succederà. Non ve lo sto raccontando per impietosirvi e so come non sia etico mettere negli articoli vicende strettamente personali, voglio però che come me cominciate a dare un nome e un cognome a quei dati (al ribasso) sviscerati ogni pomeriggio dalla Protezione Civile. La situazione in Lombardia è questa: sono davvero poche le famiglie così fortunate da non avere una persona implicata nel Covid-19, anche detto (tra chi è dell’ambiente) #AndràBeneStoCazzo.

Inappuntabili, la settimana scorsa, le parole di Stefano Bonaccini: “Qualcuno mi venga a spiegare perché non può rinunciare al jogging, lo prendo e lo porto a vedere i reparti ospedalieri”. Una frase forte per chi ha l’aplomb del presidente emiliano-romagnolo, ma ben inserita in un approccio comunicativo ormai essenziale per la sensibilizzazione e la prevenzione, nonché la messa in ridicolo di alcune follie da vita da annoiati sui social network. Altrettanto veritiere sono le parole del primario della Rianimazione di Cremona, quando ha raccontato di come questo virus sia tutto fuorché invisibile. Basta con la narrazione del nemico invisibile, si rischia di non vederlo più e sappiamo come sia facile non accorgersi delle cose quando queste non sono poste direttamente davanti ai nostri occhi. Cosa c’è di invisibile nel corteo di camion carichi di bare a Bergamo? È forse invisibile un respiratore o un infermiere con i segni delle ore di occhiali e mascherine a contatto con la pelle? Mi fermo con le domande dirette, perché nel giornalismo è buona regola non metterne più di due. Tra il MAMMAMIAQUANTOMISTORISCOPRENDOSTANDOACASA e le persone che continuano a fare come se nulla fosse, c’è una cruda realtà fatta di apprensione per ogni notifica ricevuta, perché anche un messaggio che ti avverte di un familiare in ospedale non è invisibile. E non dura nemmeno 24h, perché è una storia vera.

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