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Un diamante è per sempre

Howard commercia in diamanti e pietre preziose, possiede una gioielleria che è anche il centro delle sue attività più o meno lecite e cerca di gestire i precari equilibri della sua vita giostrandosi tra la famiglia, l’amante, i creditori e l’ossessione per le scommesse sportive. Quando dall’Etiopia arriva un opale di rarissima fattura da lui scoperto e acquistato direttamente dai minatori del posto, Howard si convince che il suo momento sia arrivato e si prepara a fare il colpo della sua vita.

C’è una frenesia nei personaggi che i fratelli Safdie eleggono come eroi delle loro storie che è al contempo la sintesi e la negazione di ciò che l’uomo comune è diventato nell’ultimo cinquantennio. L’uomo contemporaneo è l’indolente che si appoggia sulla propria mediocrità nella speranza di spuntarla da vincitore sugli altri; ma è anche colui che in un mondo che sembra offrirti tutto con uno schiocco di dita non riesce a darsi ragione di quella stessa limitatezza, e allora si mette a inseguire il caso consacrandosi a esso, giocando d’azzardo con la propria esistenza fino a negarne il limite ultimo, e avanzando nella tenue speranza che la Dea fortuna, alla fine, decida di prendere le sue parti. Ma quando si punta forte, si sa, c’è un grosso prezzo da pagare, e l’eroe-antieroe di Diamanti grezzi lo sperimenta sulla sua pelle ogni giorno quando tra vendite, baratti e scommesse avventate decide di farsi scivolare il denaro tra le mani, come se quelle banconote non fossero davvero il discrimine tra la vita e la morte. In questa corsa contro il tempo, contro il caso e contro la propria ragionevolezza c’è tutto il nucleo del nuovo film dei fratelli Safdie, che dopo le tinte più scure di Good Time tornano a raccontare la disperata e meschina lotta del loser che, divorato da parte a parte da un americanissimo sistema, tenta di sottrarsi ad esso sfidandolo fino all’ultimo colpo. Ma se nella loro precedente prova il Robert Pattinson protagonista viveva una sorta di viaggio infernale in cui era la denuncia alla società ingabbiante la cifra principale della narrazione, con la vicenda di Howard è il soggetto in prima persona a esporsi nella sua tendenza autodistruttiva: il vortice di assurdità in cui questo piccolo e fallibilissimo personaggio è immerso scorre senza che allo spettatore sia data alcuna tregua, coinvolto in un ritmo asfissiante nel quale ogni tragedia possibile pare poter accadere da un momento all’altro. Le responsabilità delle sue scelte più avventate e insensate non vengono mai segnalate da stacchi narrativi o rallentamenti dialogici, tutto scorre come se un destino fosse già stato scritto e al protagonista non fosse concessa altra opzione che accettarlo. Ovviamente non è mai così, e infatti un Howard inseguito dagli strozzini sceglie di giocarsi centinaia di migliaia di dollari sulla vittoria dei Celtics, così come decide di dare in prestito come porta fortuna il prezioso opale che ha appena ricevuto dall’Etiopia al superstizioso cestista Kevin Garrett. Il piccolo uomo sa che tutto potrebbe andare in fumo da un momento all’altro, ma la brama di realizzazione gioca sul sottile filo della propria mania di onnipotenza e si situa nelle viscere del personaggio: quegli stessi interstizi di sangue e carne che vengono esplorati nella curiosissima scena della colonscopia iniziale e che poi si proiettano nelle crepe abbaglianti dell’opale attorno al quale gira tutta la vicenda. La scrittura dei due registi è dunque indiavolata ma mai superficiale, e non manca di una tagliente ironia quando si fa veicolo di battute folgoranti, che emergendo dal fluire infinito del parlato riescono a offrire un respiro più ampio rispetto al puro attaccamento alla contingenza dei fatti. Diamanti grezzi non si limita infatti soltanto a raccontare il completo spaesamento dell’uomo nel marasma della propria esistenza, e raggiunge i suoi vertici più alti quando ci mostra la lotta che il protagonista intraprende con se stesso e con le proprie debolezze: non a caso i rarissimi momenti di pausa narrativa si modulano nei dialoghi con i personaggi che costituiscono il nucleo affettivo del personaggio, il quale si sforza di ritagliarsi uno spazio per loro e tenta di occuparlo nella maniera più adeguata possibile.

I risultati sono per lo più esilaranti, nel fingere naturalezza Howard è sempre una parodia di se stesso, e il suo essere costantemente larger than life è in qualche misura anche la cifra di un americanismo immerso, anima e corpo e fino alle soglie del nulla, nell’inseguimento del suo sogno; nella sottilissima contrapposizione tra Howard e il giocatore Kevin Garrett si gioca infatti il contributo più raffinato dei due registi, che sberleffano il proprio protagonista mostrandoci come a un sistema che funziona con due pesi e due misure si possa affiancare una Fortuna egualmente crudele e vendicativa: l’opale – che è poi anche uno dei ‘diamanti grezzi’ del titolo – ne rappresenta il feticcio, e se nelle mani di Garrett diventa pietra filosofale e garanzia di vittoria, in quelle di Howard ha degli effetti a dir poco catastrofici, quasi che l’esito negativo dei suoi compromessi sia da attribuire a una forza che va al di là delle proprie capacità di dominio. In questa sorta di schizofrenia tra una sorte che sta a metà tra il fare e il subire il lavoro più grande lo compie un enorme Adam Sandler, calato finalmente nei panni del personaggio che merita e brillantissimo nell’interpretare un uomo comune che nello strazio del quotidiano lotta per raggiungere una meta promessa e sempre differita. Tutto il dramma del suo Howard risiede infatti nel convincersi di essere sempre un passo avanti al mondo trovandosi, nella realtà dei fatti, almeno un paio di passi indietro rispetto al destino che quella stessa realtà gli ha preparato, cosicché al di là degli esiti dei propri sforzi è piuttosto il perseverare nella lotta ad assumere il valore centrale all’interno di un’esistenza votata all’insuccesso: credere nella propria buona stella fino alla fine, provare a piegare il destino alla propria verità, ricordandosi infine che al di là di tutto e in ogni cosa, come un grande e italianissimo autore del Novecento avrebbe detto:

La nostra vita interiore si volge tutta tra un’illusione di dominio sugli oggetti e un’umile richiesta ad essi. Richiesta di che? Evidentemente del nostro proprio volto, di una nostra consistenza non ipotizzata dalla volontà e non figurata per compenso dalla disperazione, ma tanto o quanto reale.

E chissà, viene da domandarsi, che in quell’ultimo e definitivo gioco d’azzardo che si consuma nelle due sequenze finali Howard Ratner – come il Tommaso Landolfi della citazione -, non abbia trovato infine il fondo e la consistenza di quel volto che tanto andava mendicando…