Condividi:

Un pezzo che mi sta a cuore, per una tematica che lo è altrettanto.

Potrei spendere ben più di un articolo nel tentativo di comprendere quale sia il valore della risata, in ogni ambito andiamo a porla. In particolare, sarebbe interessante comprendere l’efficacia di quel sorriso, talvolta riso, mescolato all’amarezza dell’angosciosa comprensione della caducità delle cose del mondo, tra le quali c’è la vita. Il primo motivo per cui sono felice di aver visto Domani è un altro giorno (remake di Truman di Cesc Gay) del giovane Simone Spada  è infatti l’aver potuto apprezzare il tentativo di apportare una visione che culturalmente ci appartiene poco, con tutta la leggerezza della romanità verace e comica dei suoi due protagonisti: Marco Giallini e Valerio Mastandrea. Probabilmente siamo di fronte alla miglior coppia/non-coppia di attori italiani, con tutte le loro differenze stilistiche e artistiche. Questa pellicola non avrebbe mai potuto vedere in scena l’uno senza la presenza dell’altro, perché uno degli elementi su cui s’impernia è il più concreto e sincero sentimento di amicizia, la stessa che caratterizza gli attori sia dentro sia fuori dal set.

La storia inizia con il rientro a Roma di Tommaso (Mastandrea) dal Canada, dove da anni vive e ha famiglia, per passare quattro giorni con Giuliano (Giallini), suo migliore amico malato di tumore ai polmoni. Le cure sono in corso già da un anno, senza apportare miglioramenti. Anzi, il tumore presenta ormai delle metastasi e per questo motivo, convinto nel voler preservare la dignità e il carisma dell’attore, Giuliano decide di abbandonare le terapie. Tommaso, giunto in Italia per tentare di dissuadere l’amico dalla rinuncia delle cure, si ritrova invece a vivere un’esperienze in bilico tra assurdo e realtà all’interno dell’umanità entro la quale il tutto si sviluppa. È la morte la vera protagonista di questo film, in quanto essa non può essere scartata e messa da parte, c’è e tutti devono imparare a conviverci. Allo stesso tempo, quella che si delinea alla fine della pellicola è una storia carica di vita, sostenuta dall’intreccio di sentimenti basilari e complessi allo stesso tempo. Il tutto è lasciato poi libero da preconcetti morali e insegnamenti da catechesi, così da potersi sviluppare maggiormente attraverso l’imbarazzo di chi non sa cosa fare, con l’inadeguatezza dell’assenza di risposte, ma anche con la dinamicità della libertà di poter essere atei e pensare allo stesso tempo a chi rincontreremo dall’altra parte. C’è sincerità in questo lavoro, c’è il tentativo di portare istanze su cui è bene riflettere.

Il fine vita, per tanti anni argomento tabù, dal 2017 è nella legislazione italiana con la legge 219/2017, la quale nell’immeritato silenzio mediatico ha rivoluzionato la realtà giuridica del Paese. Basti pensare come con questo testo di legge parole come rispetto, fiducia, dignità, diritto e libertà abbiano assunto un significato molto diverso nella loro nuova effettualità. Serve però uno sforzo coadiuvato tra società civile, arte e politica perché si educhi alle novità di un mondo diverso da come ce l’hanno raccontato, nel quale nulla ha più un significato perfettamente delineato. Infatti persino il concetto di morte, così come il concetto di vita, non è più univoco, in quanto il valore e il significato dei suddetti concetti passano attraverso gli antri delle biografie, ovvero del vissuto di ognuno.

Il film di Simone Spada tenta di portare in scena alcuni di questi elementi e per farlo usa la sincerità dei suoi interpreti e della sua scrittura e anche quella del cane Pato.

Questa, sicuramente, è già una piccola, ma divertente, vittoria.

 

In programmazione a Bologna al Cinema Chaplin e al The Space