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Dove son finiti tutti quanti? Mi sentivo bene, volevo urlarlo: avevo il fuoco dentro il petto.
Sai non l’avevo messo in conto che se il vento è forte ci spinge al largo. Bottiglie senza alcun messaggio.

Solitamente, quando mi trovo in procinto di scrivere un pezzo, la prima domanda che mi pongo è: qual è la parola con cui tradurresti la cosa che ti ha colpito di più di quell’artista, album, concerto? Sembra strano ma, stavolta che scrivo dei Fast Animals and Slow Kids, penso alla timidezza. Ciò che ho visto ieri o meglio, sentito poiché il “pianoforte decisamente eccessivo” (Aimone Romizi, vocalist della band n.d.r.) mi negava la vista degli attori, è quanto di più imprevedibile, ancora, si potesse percepire riguardo la musica dei FASK. L’evento che apre le danze della Bologna energica settembrina e unisce sport e musica, Tutto Molto Bello, che quest’anno spegne nove candeline, ci ha regalato un rito che sarà difficile da dimenticare. Palco circolare al centro della piazza, bandierone del festival ai quattro lati del “rettangolo di gioco”, la cornice come al solito magica di Piazza Maggiore fra tramonto e luci che si accendono tutte contemporaneamente intorno alle venti, a sua volta contorno di un’orda di fan e curiosi seduti tutti intorno al luogo deputato. Uno stadio fai-da-te. Unico, in cui hanno suonato dei ragazzi che sembrava fossero usciti ieri dalla prima sala prove tutti insieme: attenzione, non parlo di tecnica o robe del genere, parlo di entusiasmo e, appunto, timidezza.

Quel modo introverso di giustificarsi ad ogni presentazione di brano, di ripetere “è un po’ difficile ma ce la faremo” o “è un po’ strano fare questa canzone in acustico” o ancora “ai nostri concerti questo pezzo vi fa saltare tutti, quindi scusate”. Ecco, sono modi di fare che alla lunga, in uno spettacolo musicale o chi ne ha più ne metta, possono stancare, far perdere il filo del discorso percettivo fra band e pubblico. I FASK, però, a cui non frega un cazzo di risultare mielosi o etichettati in un determinato modo come, ad esempio, a me che ho scritto due volte cazzo in questo periodo, hanno dato vita al motivo del loro ultimo disco Animali Notturni. Rappresentato unplugged, il lavoro è un elogio alla pazienza, parso proprio scritto per animali notturni, per me, per te che hai un sogno ma preso dalla rapidità plastica di questo giornaliero viaggio nell’etere hai deciso di accantonare i tuoi desideri più puri, i tuoi amori, quelle emozioni su cui hai investito memoria e che probabilmente rimarranno tali. Scrivo probabilmente perché è attraverso le parole di rappresentanti di sogni avverati come la band in questione, i loro movimenti e modi di essere reali, naturali, “grezzi” e “zarri”, è attraverso questo che un concerto assume una valenza sociale non indifferente. Aggrega, disintegra l’alienazione parlando di essa, unisce gli incubi chiusi nella mente e li fa diventare uno solo. Quindi individuabile, percepibile, fatto materia e perciò battibile.

Raccontate i vostri mali agli amici, parlatene, solo così non li porterete con voi mentre camminate e affrontate il mondo in silenzio, dovete parlarne per distruggerli!

tuona il vocalist, mentre si va verso la conclusione che diventa un finale rituale in cui, tutti insieme, ci si alza e si va verso il centro. Mentre cantavo Non potrei mai con molta difficoltà e non solo tecnica ma causa-groppo in gola, la spalla della mia t-shirt è stata bagnata, come la mia vista nell’osservare, tralasciando i soliti smartphone memory-substitute, una comunità che allentava le proprie tensioni e rialzava la persona a fianco, caduta in balia di un pogo diverso dal solito.