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I bambini ci guardano

Un’estate calda e minacciosa, quartiere Spinaceto, periferia di Roma. In una sfilza di anonimi villini bifamiliari costruiti a forza di mutui e lavori mal tollerati, un’umanità furente e miserabile si attacca alla banalità della propria piccolezza per tirare avanti: tra illusioni di magnifiche sorti riservate ai propri figli e piccole, quotidiane malvagità, l’esistenza di un gruppo di famiglie vicine di casa si consuma lentamente, mentre una strisciante disperazione senza possibilità di ritorno s’insinua in menti e anime di ciascuno di loro.

Nelle migliori favole raccontateci dalle nonne sin da bambini c’è sempre un momento della narrazione in cui le linearità dell’immaginario e della storia si spezzano, il mondo edulcorato si apre alle logiche più perturbanti, e sono l’abisso del dubbio e il massimo dello spaesamento a dominare la scena. Per un attimo la perfezione di quel mondo (falso) viene sospesa, si fa largo un’adesione all’incompiutezza della realtà (vera) che disturba il lettore e i piccoli ascoltatori; spiazzati dall’improvvisa rottura dell’equilibrio, ci si preoccupa per le sorti degli eroi, si fa il tifo per la ricostituzione di un mondo ordinato nel quale risolversi e ricominciare da capo. Sconfitto il mostro ci si apre alla possibilità di una vita migliore, a patto che quel mostro lo si riesca a indentificare, a trovare una antidoto contro il suo potere o una via di fuga dai suoi mondi labirintici e velenosi. Se invece questa prospettiva di risoluzione viene esclusa le favole diventano favolacce, le storie false s’ispirano a storie vere, vicende nerissime che da puri e semplici fatti di cronaca sono capaci di diventare racconti di universale e insieme personale disperazione.

Da questo ricercato gioco tra i toni del realismo e della fantasia ha inizio il secondo film dei fratelli D’Innocenzo, Favolacce di uomini-mostri e di bambini che osservano la violenza della realtà intorno a loro senza riuscire a trovare una guida che li possa accompagnare verso l’uscita dal groviglio incubico. Presentato al Festival del Cinema di Berlino e vincitore dell’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura, il film dei due gemelli si distacca infatti dal racconto realistico alla gangster movie perseguito con il già ottimo La terra dell’abbastanza e si orienta verso quei toni del perturbante che riescono a far filtrare la stessa disperata realtà attraverso un impianto estetico incredibilmente più raffinato, perché giocato tutto sulle logiche della reticenza del parlato e dell’espressività delle immagini. Immagini aggressive e primissimi piani, che privilegiano i particolari dei volti o dei gesti attraverso i quali passa davvero il male che muove l’uomo giunto al suo ultimo stadio di degradazione.

Il racconto procede con episodi isolati, spesso incompiuti e animati da parole bisbigliate, investite di un grado di ordinarietà dietro il quale si tenta di nascondere il vuoto che domina coloro che le pronunciano. Situazioni di normalissima quotidianità famigliare vivono poi di rituali insieme monotoni e inquietanti, come se le grigie grigliate estive, le camicie sbottonate e i buoni propositi fossero solo il primo round di un lento gioco al massacro modulato tra i toni dell’incubo e del surreale: la consueta cena in giardino interrotta per un attimo da un boccone andato di traverso si trasforma così in una scena da teatro dell’assurdo, lo spazio privato e idilliaco dei bambini viene continuamente violato da scambi di sguardi, gesti e parole completamente fuori contesto e spesso spiazzanti per uno spettatore poco avvezzo a questi improvvisi cambi di registro. Si potrebbe forse citare il cinema di Lanthimos, ma la partecipazione e l’affetto mostrato dai due registi per i piccoli protagonisti è talmente forte da spazzar via quella patina di freddezza artificiosa (e troppo spesso compiaciuta) che caratterizza l’autore greco.

Oltre all’elevata qualità delle interpretazioni offerta dai piccoli attori, ciò che s’impone della loro prospettiva è una precisissima capacità di lettura del reale fin nelle sue pieghe più disdicevoli, uno sguardo che ha bisogno tanto di spensieratezza quanto di risposte, e che nel cercare l’uno e l’altro nei luoghi sbagliati finisce per essere condannato a un destino insieme paradossale e ineluttabile. Se i loro sono corpi fuori luogo e continuamente minacciati da un male subdolo e invisibile, spaventosamente adeguate sono invece le attitudini degli adulti, che hanno fatto del rancore provato verso la propria esistenza un metro con cui giudicare tutti coloro che riconoscono come diversi: la bruttezza delle loro vite e persino la follia dei loro sguardi non può dunque non riversarsi anche nelle loro parole, pochissime ma abiette e non di rado prive di qualsiasi filtro dettato dalla comune decenza. Davvero azzeccata, in tal senso, anche l’interpretazione di Elio Germano (qui nei panni di uno dei padri), che con tanto di capelli rasati ai lati e piglio da attaccabrighe riesce a concentrare sul suo volto un’ira troppo a lungo trattenuta per non esplodere, di tanto in tanto, contro qualsiasi cosa gli si trovi intorno.

Di un continuo tira e molla tra emozioni esplose e parole trattenute è peraltro fatto l’intero film dei fratelli D’Innocenzo, che buttandosi a piè pari in una normalità viva e senza salvezza riesce a liberarsi della retorica di un cinema (molto italiano) che spesso ha fatto della necessità didascalica di distinguere tra giusto e sbagliato la cifra di un’estetica ripetitiva e ammuffita. In tal senso Favolacce segna nettamente l’ingresso di una nuova – e più europea – autorialità nel nostro cinema, con la quale tutti coloro che intendono trattare la difficile materia che è il dramma dell’esistenza umana non potranno d’ora in poi non misurarsi. Nessuna redenzione, nessun sentiero per uscire dalla tana del bianconiglio: coloro che sentono odore di marcio possono forse tentare la fuga e sperare di seppellire quel fetore sotto la chimera di nuovi spazi e nuove verità. Sul divano nuovo, con una nuova compagnia e dopo l’ennesima cena fatta di mistificazioni, sorridere ironicamente delle disgrazie altrui potrà addirittura farci stare a posto con la coscienza per qualche momento. Riusciremo però a dormire sereni sapendo che le nostre personali miserie rimarranno forse inconfessate, ma onnipresenti e infestanti compagne di viaggio per tutto il resto della nostra vita?