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Radio 1088 e il Festival del Cinema di Venezia

Per la prima volta nella sua storia, Radio 1088 è stata presente al Festival del Cinema di Venezia, o meglio, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica de La Biennale di Venezia, un evento dalla rilevanza internazionale e porta d’ingresso del cinema che verrà. Per noi al Lido ci sarà il nostro Michele Sabbadini, impegnato in proiezioni, conferenze stampa, soirée e photocall, alla ricerca delle stelle che popolano il red carpet della Laguna. Un’occasione per noi di crescere e per voi di restare aggiornati sulle ultime dal magico mondo della settima arte. Ciak, si gira! 

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Teniamoli d’occhio: recensioni e anticipazioni dei migliori film in concorso

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Pur rispettando sempre la serendipity tipica dei festival, è ovvio che nell’ampio (fidatevi: è un eufemismo) cartellone della 76esima Mostra del Cinema di Venezia ci sono alcune pellicole capaci di far venire l’acquolina alla bocca di un cinefilo. Il primo di questa lista è il film J’accuse – L’ufficiale e la spia (FRA-ITA, 132′) del maestro Roman Polanski, sceneggiato cinematografico basato sul celeberrimo “Affaire Dreyfus” di Emile Zola. Le parole del regista:

Il film è basato sull’affaire Dreyfus, argomento cui penso da molti anni. In questo scandalo di vaste proporzioni, forse il più clamoroso del diciannovesimo secolo, si intrecciano l’errore giudiziario, il fallimento della giustizia e l’antisemitismo. Il caso Dreyfus divise la Francia per dodici anni, causando una vera e propria sollevazione in tutto il mondo, e rimane ancora oggi un simbolo dell’iniquità di cui sono capaci le autorità politiche, nel nome degli interessi nazionali.

Protagonista di quest’ultima fatica di Polanski è Jean Dujardin, attore francese di punta negli ultimi anni. Il film è in corso nel Concorso internazionale Venezia ’76 e si gioca quindi il Leone d’Oro, anche se sembra essere più probabile una corsa per il Leone d’Argento alla regia. Il progetto è ambizioso e io sono molto, ma molto curioso. [Prima proiezione per il pubblico: VENERDI’ 30, ore 19:15, Sala Grande]

All’interno del Concorso Internazionale verrà presentato anche Martin Eden (ITA-FRA, 129′) di Pietro Marcello, con protagonista l’asso del cinama italiano Luca Marinelli. Il film promette una storia dai toni quasi epici per una narrazione in cui i protagonisti sono le realtà dello stare in società. Ovviamente si tratta di un adattamento al libro omonimo di Jack London, del quale autora parla in questi termini: “Il libro racconta la nostra storia, la storia di chi si è formato non nella famiglia o nella scuola, ma attraverso la cultura incontrata lungo la strada“. La bravura di Marinelli e la potenza del soggetto fanno presumere di essere dirimpetto non a un vincitore, ma a film da non perdere per chiunque apprezzi l’idea di un cinema socialogico. E sociale. [Prima per il pubblico: LUNEDI’ 2 SETTEMBRE, ore 19:45, Sala Grande]

Dal regista conosciuto per la trilogia di Una notte da leoni arriva invece un’opera molto interessante con protagonista il grandissimo Joaquin Phoenix, attore per il quale non ho mai nascosto un amore immenso. Joker (USA, 118′) è un dietro le quinte di uno dei più interessanti personaggi della storia del fumetto, una lettura psicologia del disagio esistenziale capace di portare alla follia e alla malvagità. Una vita sdoppiata, come la personalità del personaggio. Sicuramente un progetto ambizioso che vuole esaltare la complessità del rapporto tra l’uomo e la città che lo circonda. L’ambizione sarà stata ripagata? [Prima proiezione per il pubblico: SABATO 31 AGOSTO, ore 19:15, Sala Grande]

Esistono due possibilità: o siamo soli nell’universo, o non lo siamo. Entrambe sono terrificanti”: sono le parole che hanno ispirato James Gray e appartengono a Arthur C. Clarke, autore di 2001: Odissea nello spazio. Il film Ad Astra (USA, 124′) parte da qui e si sviluppa verso confini molto sfumati. Lo spazio e la famiglia si uniscono e cercano di comprendere l’esistenza e con essa la vita umana stessa. Per farlo il regista si è servito del talento di Brad Pitt e Tommy Lee Jones, può bastare? [Prima proiezione per il pubblico: GIOVEDI’ 29 AGOSTO, ore 22:00, Sala Grande]

L’ultimo film della mia selezione dei “Teniamoli d’occhio” per quanto riguarda il concorso internazionale è l’interessante Wasp Network (BRA-FRA-SPA-BEL, 123′) di Olivier Assayas, una storia che si sviluppa tra L’Avana e Miami all’inizio degli anni ’90, una storia di dissidenza e problematizzazione di un periodo storico controverso per un paese dalla storia peculiare come Cuba. Protagonista della pellicola è Penélope Cruz, fresca del successo di Dolor y gloria di Almodovar, il quale sarà premiato al Lido per la brillante carriera. Dal commento del regista: “Mi interessa la storia moderna vista attraverso la lente della sua umanità, per come rivela nei suoi attori l’intima verità che definisce le azioni, la fede e gli errori. C’è un motivo per cui facciamo ciò che facciamo?“. [Prima proiezione per il pubblico: SABATO 1 SETTEMBRE, ore 21:45, Sala Grande]

Tutti gli altri film del Concorso Venezia 76 sono elencati a questo link

 

Orizzonti

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Negli anni la kermesse a pelo d’acqua si è attestata il merito di aver compreso in anticipo il cinema che verrà e quindi di aver ampliato gli orizzonti di questa arte e del modo di farla in tutto il mondo. Per questo motivo la selezione della categoria Orizzonti è sempre molto interessante per qualsiasi cinefilo, in quanto si lasciano da parte i grandi nomi e le realtà affermate per fare spazio ai racconti e dunque a nuove personalità capaci di farli vivere.

Il primo della mia personale lista da tenere d’occhio è il film Sole (ITA-POL, 102′) di Carlo Sironi, una pellicola dedicata alla devianza e alla marginalità ma lette alla luce dell’istinto paterno di qualsiasi essere umano. “Sin da giovane mi sono chiesto come sarebbe stata la mia vita se fossi diventato padre: cosa significa diventare padre, diventare genitori? Ovviamente non ha a che fare semplicemente con il mettere al mondo una creatura con il proprio corredo genetico“: sono le parole di Sironi e spiegano nello specifico il punto di vista da cui poi si è sviluppata la narrazione. Il suo è un racconto di formazione imperniato su un personaggio che riscopre un mondo dai colori più veri rispetto a quelli di una sala slot.

[Prima proiezione per il pubblico: GIOVEDI’ 29 AGOSTO, ore 17:30, Sala Darsena]

Dagli Stati Uniti arriva invece una storia in perfetto american style, con qualche spunto esistenziale. Giants being lonely (USA, 81′) di Grear Patterson promette una racconto sull’adolescenza vissuta in un contesto protetto solo in apparenza. I giovani del suo film fanno spola tra sesso, solitudine. baseball e omicidi in una realtà bucolica dell’America profonda. La domanda che sorregge il film è: un fatto accaduto nell’adolescenza può alterare il percorso di una vita? L’opera di Patterson potrebbe portarci a una risposta. Elemento chiave: è una storia vera.

[Prima proiezione per il pubblico: DOMENICA 1 SETTEMBRE, ore 17:00, Sala Darsena]

I film LGBTIQ non fanno quasi più notizia, soprattutto dopo il successo del meraviglioso Call me by your name di Luca Guadagnino. Moffie (ZA-UK, 103′) sembra essere però qualcosa di diverso, soprattutto perchè protagonista non è un personaggio bensì la storia di uno stato. Oliver Hermanus porta al Lido un’opera problematica già dal titolo, in quanto “moffie” significa letteralmente “checca”, una parole descritta in questi termini: “L’arma sudafricana della vergogna, usata per opprimere i gay o gli uomini effeminati. Quando ti chiamano in questo modo per la prima volta, ti nascondi. Ti cancelli. È il momento in cui, per la prima volta, fingi di essere qualcun altro. Istantaneamente, ti rendi conto di essere visibile. Tutto ciò che sai di questa parola è che significa che sei sbagliato“. Una vicenda di emarginazione e criminalizzazione dell’io all’interno di un contento aberrante come quello dell’apartheid. I presupposti per un’opera magistrale ci sono tutti, il fatto che siano riusciti davvero a compierla è una speranza per tutti.

[Prima proiezione per il pubblico: MERCOLEDI’ 4 SETTEMBRE, 16:45, Sala Darsena]

Tutti gli altri film di Orizzonti sono disponibili a questo link

 

Fuori concorso

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I film selezionati nella categoria Fuori concorso hanno spesso dato soddisfazioni ai produttori sia per quanto riguarda la critica sia per quanto riguarda i risultati al botteghino, Basti pensare, a titolo d’esempio, al fatto che l’anno scorso A star is born di Bradley Cooper sia stato presentato proprio in questa sezione in anteprima mondiale. Anche quest’anno la categoria è ricchissima e promette spettacolo. La mia selezione.

Francesca Archibugi torna al cinema dopo la parentesi un po’ insipida de Gli sdraiati e lo fa sfoderando la cavalleria pesante, ovvero la bravura attoriale di Micaela Ramazzotti, Marcello Fonte e Enrico Montesano, in aggiunte alla genialità creativa del co-sceneggiatore Paolo Virzì. Vivere (ITA, 103′) è una pellicola made in Italy che vuole analizzare il cuore del nostro Paese, ovvero la famiglia e la sua complessità, in particolare quando è posta dirimpetto alle vicissitudini dell’esistenza e alle contingenze socio-economiche. Francamente, spero che il risultato sia esaltante quanto la premessa. La regista: “Sempre più raramente si vedono film di grandiosa semplicità, che sprigionino la complessità dell’esistenza senza averne l’aria. Con un po’ di testardaggine difendo questa idea di cinema. Nessuno rapina, nessuno ammazza, nessuno vola, nessuno muore di overdose. Eppure vivere non fa meno male“.

[Prima proiezione per il pubblico: DOMENICA 31 AGOSTO, ore 21:00, Sala Giardino]

Non è mai facile trasformare un’attrice in un personaggio, ma ancora più difficile è sicuramente per un’attrice entrare nei panni di una collega e farne uscire l’essenza. Kristen Stewart, ormai da un po’ ai lati dell’olimpo di Hollywood, torna sul grande schermo con coraggio ed ambizione e per questo merita già un applauso. In Seberg (USA, 102′) di Benedict Andrews è lei la protagonista, interpretando il ruolo della mitica attrice Jean Seberg. Thriller politico, romanzo storico, racconto biografico: sono molteplici i generi racchiusi in questo film, il che rende molto interessante il tutto. Il regista afferma: “Seberg ridefinì i parametri della presenza e della verità scenica. Mi affascinano le contraddizioni di Jean, il suo incarnare allo stesso tempo fiera indipendenza e apertura emotiva, tristezza e ingenuità, idealismo e gioia di vivere“. Nel cast anche l’eccezionale partecipazione di Yvan Attal. Non mancherò.

[Prima proiezione per il pubblico: SABATO 30 AGOSTO, ore 22:00, Sala Grande]

Da grandi ritorni a stelle sempre più splendenti: quest’anno al Lido ci sarà anche Timothée Chalamet, accompagnato dal veterano Joel Edgerton. Bastano questi nomi per far diventare The King (UK-UNG, 133′) di David Machod una delle pellicole più attese quest’anno. Si aggiunga poi la febbre GOT degli ultimi anni e la ricetta è completa. Resta da vedere se questa narrazione del Medioevo sia una reale necessità o semplicemente un cavalcare un’oda commerciale molto potente. A presto per l’ardua sentenza. Dal commento del regista: “Mi entusiasmavo all’idea di ritrarre il Medioevo – con le sue ombre, la sua brutalità, la precarietà tra la vita e la morte, il suo misticismo – in modo crudo e umano allo stesso tempo“.

[Prima proiezione per il pubblico: MARTEDI’ 2 SETTEMBRE, ore 22:30, Sala Grande]

Impossibile non sottolineare l’arrivo del nuovo film di un regista italiano premio Oscar, Gabriele Salvatores, soprattutto quando nel cast ci sono Claudio Santamaria, Valeria Golino e Diego Abatantuono. Tutto il mio folle amore (ITA, 97′), scritto anche con l’aiuto del bravissimo Umberto Contarello, è un film sul rapporto padre e figlio alla luce di una vita fatta di musica e di sogni, ma soprattutto di assenze. Il tema sembra essere il ritrovarsi dopo che la vita ha portato a dividersi. “Un ragazzo di sedici anni si trascina dietro, per strade deserte, i tre adulti più importanti della sua vita. E li costringe a fare i conti con sé stessi e con l’amore che ognuno di loro è riuscito a conservare dentro di sé“: è la sinossi del regista. Non solo nomi quindi, ma un soggetto che promette emozioni. Bentornato, Salvatores.

Tutti gli altri film Fuori concorso li trovate a questo link

In aggiunta alla lista, voglio segnalare un documentario molto interessante sulla vita di un gigante del cinema italiano contemporaneo: Se c’è un aldilà solo fottuto. Vita e cinema di Claudio Caligari (ITA, 105′). Opera a quattro mani di Simone Isola e Fausto Trombetta, i quali hanno volontariamente voluto far passare un po’ di tempo tra la morte del cineasta piemontese e il film, per evitare sia la retorica sia il cinismo. Il loro intento è quello di portare un’opera autentica e sincera in cui Caligari è al centro con la sua arte e non con le sue vicende di vita: “Vogliamo semplicemente riflettere sul percorso di un autore coerente con le proprie idee di cinema e di vita, geloso delle sue convinzioni, intransigente anche con sé stesso, che ha riversato la sua personalità nelle poche opere che è riuscito a realizzare con quella libertà espressiva che riteneva inderogabile“. Per farlo hanno avuto anche l’aiuto di tre cavalli di razza diretti dallo stesso Caligari: Alessandro Borghi, Valerio Mastandrea e Luca Marinelli. Da vedere? Per me la risposta è ovvia.

[Il film è presentato nella sezione Venezia Classici Documentari. Prima proiezione per il pubblico: DOMENICA 1 SETTEMBRE, ore 16:45, Sala Volpi]

 

 

Tutti i film visti

Ed ora che il Festival è iniziato? Man mano che vedremo i film, ve ne racconteremo in questa sezione con le nostre recensioni e pareri. Buona vision…ehm, lettura!

Ad Astra

Un anno fa al Lido fecero vedere in anteprima il racconto del primo uomo sulla luna, con “Ad Astra” la luna diviene una banale località turistica.

In un solo anno, il Mare della Tranquillità riflesso nel casco di Ryan Gosling è diventato un JFK in un pianeta conteso tra le forze statali e non statali terrestri, perché guardando la nostra storia è dura pensare una specie più brava a colonizzare. Un solo anno ed eccoci non in un altro mondo, ma in un’altra visione dei mondi.

Eppure, per quanto la società sia sensibilmente cambiata, la vera protagonista di Ad Astra di James Gray è la famiglia, nel senso dei legami indissolubili che continuano a tangerci anche quando sono a distanze siderali.

Un figlio (Brad Pitt. E che Brad Pitt!) che cerca un padre (Tom Lee Jones) alle prese con le trappole dell’ambizione. Una meraviglia, su tutti i fronti. E a dirlo è chi non ha mai amato le avventure spaziali, Gravity a parte. Protagonista e coprotagonista in odore di Oscar, così come il film. Forse non un Leone d’Oro, ma sicuramente quel tocco di mainstream (in senso positivo) che alla Biennale può far bene, in un’edizione apparentemente tornata a rivolgersi ai palati fini dopo la parentesi sbrilluccicosa dell’anno scorso.

Spettacolo, suoni, immagini mozzafiato, parole: in Ad Astra c’è tutto, ma soprattutto c’è l’arte cinematografica. Perché Venezia è la Mostra Internazionale di quest’ultima, meglio non dimenticarlo.

Marriage Story

Quando il cinema diventa anche teatro, difficilmente il risultato non è grandioso. Se poi nel cast c’è Adam Driver, attore con un fiuto eccezionale nel selezionare soggetti, le cose non posso che andare bene.

Marriage story di Noah Baumbach è eccezionale dall’inizio alla fine nel trattare un tema delicato come l’amore che s’infrange. Quando il battito del cuore lascia spazio ai segni della lama, meglio ricordarsi i motivi per cui vale la pena innamorarsi o il rischio è di cedere al vuoto e al dolore, proprio e altrui.

Driver e la diva contemporanea Scarlett Johansson riescono a gettare lo spettatore in una doppia empatia traumatizzante, benché lenita dalle risate tipiche di quando dramma e commedia danzano assieme. Questo è un film da non perdere, perché è un meraviglioso assolo di cinematografia contemporanea.

J’accuse

Nota sincera per l’onestà intellettuale: sono di parte. Anzi, sono super di parte, perché quando si parla di Zola è un po’ come quando si parla del mio Milan ed è meglio stare attenti a quello che si dice. E così come secondo me sul Milan l’unico che può proferire parola è Arrigo Sacchi, su Zola accetto commenti solo dalle menti più illuminate (motivo per il quale io mi limito a leggerlo e mai a commentarlo).

Roman Polanski, caso politico di questa Biennale, ha presentato al Lido la sua ultima fatica alla regia: J’accuse. Il film, basato sulla mitica inchiesta giornalistica esplosa dalla penna del romanziere francese sulle pagine de L’Aurore alla fine dell’800, ricostruisce il celeberrimo affaire Dreyfus, capovolgendo però il consuetudinario punto di vista.

Il protagonista infatti, interpretato dal militarmente perfetto Jean Dujardin, è il colonnello Picquart, artefice delle controinchiesta che ha portato all’esplosione della verità e allo stravolgimento della Francia della Terza Repubblica. Questa è storia del giornalismo 1, 12 crediti, ma è anche storia contemporanea nella sua versione più pura.

Con la lettera a Felix Feure il buon Zola diete vita al giornalismo d’inchiesta e film come questi gli rendono onore, anche se in questo le scene con lui sono molto poche. Strano? No, è giusto così. Perché il giornalista non è il protagonista delle storie, è il loro scopritore. Il coraggio di raccontare e affrontare la verità con le sue conseguenze, conscio del rischio ma disposto a tutto perché verità e giustizia, parole care a chi ha fatto del bene a questo mondo, trovino la strada per fuoriuscire e scorrere libere.

Zola non c’è molto nelle 2 ore di “J’accuse”, eppure non esisterebbe questo film senza il suo lavoro. Così come senza il buon lavoro di ogni giornalista, non possiamo pensare di percorrere la strada dei nostri diritti.

Il sindaco di rione Sanità

È retorico dire che l’arte è senza tempo? No, se tra le firme c’è Edoardo De Filippo. Il sindaco del rione Sanità arriva al cinema e nonostante i suoi anni non smette di sorprendere il pubblico.

A regalarci questo è stato Mario Martone, tra i pochissimi ad avere quel talento utile per un’operazione di questo genere. Teatro e cinema, ancora una volta, si incontrano e il risultato è un film partenopeo difficile da dimenticare.

La Sala Darsena, gremita per la prima per la stampa, non ha di certo trattenuto gli applausi per una pellicola che pone l’Italia in una posizione di rilievo per il Leone d’Oro. Ed esserci per grande onore artistico è davvero emozionante.

Joker

Se c’è un personaggio dall’immensa difficoltà interpretativa, causa altissimi rischi di macchiettizzazione e conseguente superficialità, quel personaggio è proprio Joker. Antieroe pazzo, direttore d’orchestra della follia, amico fraterno del caos: lui in ogni film è questo ma è anche tanto altro. E quegli elementi in più, elementi caratterizzanti di ogni pellicola in cui compare, sono dati dal lavoro e dalla dedizione con le quali ogni attore riempiono la propria interpretazione.

Nella pellicola di Todd Phillips, celebre per essere l’ideatore e il regista di “Una notte da leoni” e ora in concorso per il Leone d’Oro (e pure quello d’argento alla regia, noi che ne sappiamo?), il mitico personaggio DC diviene protagonista di uno spin-off interessato a sviscerare il dietro le quinte del sorriso che ha eccitata e inquietato tutto il mondo. Questa volta a prestare il suo volto è Joaquin Phoenix, arrivato ieri a Venezia, il quale si è detto ben conscio dell’inarrivabilità dell’interpretazione di Ledger e probabilmente questo è stato il punto di vista ideale per non incorrere in banali imitazioni.

Il Joker di Phoenix è solo e soltanto suo e nessuno avrebbe potuto fare niente di simile. Ci sono risate stridule, c’è più del disagio mentale di questo personaggio e la famiglia Wayne è uno sfondo chiaroscuro in cui chiedersi quanto affidabili siano i racconti di Alfred. Non troppo sangue, ma sicuramente molta violenza intensificata dalla spettacolarità insita al personaggio. Il film eccita perché mira al lato asociale di ognuno di noi, quello per cui forse davanti una molestia vorremmo in tasca una pistola.

È un racconto di follia indotta ed ereditaria allo stesso tempo, perché le due cose non sono più così diverse. E anche se c’è Robert De Niro, per fortuna non è una follia alla David O. Russell. Difficilmente, prima di oggi, si poteva dire di aver visto qualcosa di tale potenza su uno schermo del Lido.

Ema

Ema è quell’outsider che non ti aspetti, la ragazza con la felpa e i capelli biondo platino che all’improvviso ti sbalordisce con un passo di danza di rara grazia. Pablo Larraín conosce bene il gioco dell’estetica e la potenzialità dell’immagine quale elemento chiave per sconvolgere lo spettatore.

Un Sudamerica inedito, un Sudamerica urbano e ritmato dal reggaeton, perché ballare il reggaeton è come avere un orgasmo e dall’orgasmo sgorga la vita. Avete capito quanto unico possa essere questo film? Una storia di amore tossico e maternità alternativa, una storia di arte fatta per sentirsi sempre di più. Il sesso, poi, libero ed esplosivo, energizzante, eccitante.
Anche per chi si limita a guardare.

Wasp Network

«Non riesco a capire come gli Stati Uniti, il paese più spione del mondo, possa accusare Cuba, il paese più spiato del mondo, di spiare»
Fidel Castro

Quando c’è in ballo Penelope Cruz per me è davvero difficile restare obbiettivo, un po’ come quando c’è suo marito Javier Bardem. Sono troppo belli, dovrebbero essere illegali. Soprattutto perché oltre che belli sono incredibilmente bravi e la combo è qualcosa di devastante. Se poi sono assieme sul set, si veda Vicky Cristina Barcelona di Allen, allora buonanotte ai suonatori.

Per fortuna in Wasp Network c’è solo la Cruz e non è nemmeno la protagonista, quindi si può stare tranquilli e avere giudizio. Olivier Assayas porta al Lido un film basato su fatti reali e dall’ampia respiro storico-politico.

Un intrigo internazionale tra la Cuba di Castro e gli Stati Uniti e una serie di giochi di spionaggio in cui è difficile capire dove siano i confini tra stato e non-stato, tra illegalità morale e criminalità, tra umanitarismo e traffici. Una finestra su un periodo storico dal punto di vista di una famiglia, come spesso sta accadendo in questa Venezia 76.

Non è certo la créme di quest’anno, però il suo essere allo stesso tempo didattico e cinematografico è un aspetto da premiare. Penelope (serve dirlo?) perfetta. È già un buon motivo per vederlo.

Seberg

Kristen Stewart ritorna dal dimenticatoio in cui era caduta alla fine di quel periodo di Hollywood chiamato Twilight e per farlo sceglie di interpretare i panni di un’attrice controversa e tormentata, la mitica Jean Seberg.

L’avrà fatto per invidia? Non credo. Probabilmente il mettersi nei panni di un’attrice come la Seberg le era utile per rientrare nell’ottica del cinema che conta, quello con le dive e i lustrini ma anche con tante, tantissime ombre e a cui deve riabituarsi se vuole anche solo pensare di entrare nel pool di attrici capaci di farsi cucire grandi film addosso. Sicuramente, dovrà essere più spigliata sui red carpet, perché rifiutare gli autografi a ragazzine urlanti che ti invocano non è certo il modo per riconquistarsi il pubblico.

Però, va detto a suo favore, in “Seberg” di Benedict Andrews fa il suo e lo fa bene in un film che prosegue la critica sia alla società media americana sia alla cultura dello spionaggio degli Stati Uniti. Non è imperdibile, ma è vero e conoscere storie vere (da buon frequentatore di Biografilm) non fa mai male. Daje Kristen, le tue fan della prima ora sono cresciute. Tu?

The Laundromat

Bisogna essere sinceri: The Laundromat di Soderbergh potrebbe tranquillamente avere come titolo “The big short 2”. Non è infatti nuova la proposta del regista americano, tuttavia resta interessante, anche perché parla di casi di cronaca ipercontemporanei ma già caduti nel dimenticatoio generale.

Panama Papers, ricordate qualcosa? Nel caso in cui abbiate bisogno di ripassare, ci pensa Antonio Banderas nei panni di Fonseca. Oppure Gary Oldman in quelli di Mosseck. Nomignoli insomma, soprattutto se affiancati a quello della professionista di red carpet Meryl Streep. Cast stellare e nel film le stelle brillano e questo è uno dei pregi.

I 100 minuti di The Laundromat scorrono, portando non pochi sorrisi. Forse il suo problema è proprio nel fatto di non riuscire a portare lo spettatore in quello stato di rabbia e inquietudine come fece “The big short”, il che denuncia una certa superficialità della pellicola. Resta però l’interesse nella ricostruzione dei fatti e la capacità registica di raccontare una storia di matrice economica con il linguaggio di tutti e quindi con la massima fruibilità. È un bel film, per il tempo libero.

 

IL PAGELLONE

1) “The perfect candidate” di Al Mansour (4/10)
2) “Sole” di Carlo Sironi (6,5/10)
3) “Marriage story” di N. Baumach con S. Johansson (9+/10)
4) “Ad Astra” di J. Gray con B. Pitt (8-/10)
5) “Il sindaco del Rione Sanità” di M. Martone (8/10)
6) “This is Not a Burial […] di Mosese (7,5/10)
7) “Electric Swan” di K. Kotzamani (3/10)*
8) “No One Left Behind” di G. Arriaga (7,5/10)*
9) “J’accuse” di R. Polanski con J. Dujardin (❤️/10)
10) “Seberg” di B. Andrews con K. Stewart (7/10)
11) “Ema” di P. Larraìn (8/10)
12) “Vivere” di F. Archibugi con M. Ramazzotti (6/10)
13) “Citizen K” di A. Gibney (8-/10)**
14) “Joker” di T. Phillips con J. Phoenix (9-/10)
15) “Adults in the room” di Costa-Gravas con V. Golino (7,5/10)
16) “Wasp network” di O. Assayas con P. Cruz (7+/10)
17) “The laundromat” di S. Soderbergh con M. Streep (7+/10)
18) “Giants being lonely” di Patterson (7,5/10)
19) “Ji Yuan Tai Qi Hai” di Yonfan (4,5/10)
20) “Se c’è un aldilà sono fottuto – Vita e cinema di Claudio Caligari” di S. Spada (8+/10)**
21) “Effetto domino” di A. Rossetto (7/10)
22) “Martin Eden” di P. Marcello con L. Marinelli (7-/10)
23) “The King” di D. Michod con T. Chalamet (8,5/10)
24) “The Painted Bird” di V. Marhoul (NC/10)
25) “Il varco” di F. Ferrone (7/10)**
26) “About Endlessness” di Andersson (7,5/10)
27) “Guest of honor” di A. Egoyan (7+/10)