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Parto chiarendo una questione: non me ne frega niente se lo sbarco sia successo davvero o meno. «Oh my darling, fortuna abbiamo punti fermi e saldi e provo a concentrarmi», scriveva il poeta. A me può bastare.

In questo sabato che è diventato moonday, ci sono alcune cose da fare assolutamente. La prima è ascoltare Space Oddity di David Bowie e questo Radio1088 ve lo ha già fatto fare. La seconda è richiamare frasi celebri anche se talvolta completamente fuori contesto, come per esempio la mitica «Houston, abbiamo un problema», giusto per stare in tema cinema. Poi bisogna vedere lo speciale della RAI con il Gigi Marzullo della scienza e alla fine concedersi un film, ma stavolta (vi scongiuro) non Apollo 13 (quello domani, merita).

Venezia 2018 ci ha lasciato molte pellicole che resteranno nel tempo, basti citare La Favorita o Sulla mia pelle. Non pensavo che l’avrei detto anche di First Man di Damien Chazelle (USA, 2018, 141’), ma dopo averlo rivisto qualche giorno fa un pochino mi sono dovuto ricredere. Dopo lo straordinario Whiplash e l’imbellettato La La Land, il regista americano si è presentato al Lido con una pellicola al cui interno ci sono i temi che vanno caratterizzando le sue direzioni, con un l’aggiunta però di un apparato tecnico importante, d’altronde imprescindibile per il genere spaziale. Il risultato è un film in cui ai momenti di tensione tipici delle missioni spaziali sul grande schermo (penso per esempio a Gravity, The Martian o Space cowboys) si alternano sequenze dominate dal sentimento e dalla tenerezza, sebbene siano inserite in un contesto fortemente drammatico già dai toni delle immagini. Questo perché è rappresentativo del contrasto presente in tutte le pellicole di Chazelle, ovvero quello che intercorre tra la carriera personale e la dimensione familiare della persona. Insomma, in ogni suo film è rappresentata la lotta tra due modelli di esistenza: quello della completezza della singolarità e quello dell’incompletezza della singolarità. Di conseguenza, il focus si pone sul personaggio nel suo barcamenarsi tra le due realtà, senza per forza dover trovare un trait d’union tra le parti. È esistenziale, ma un esistenziale all’americana con tutto ciò che è criticabile della visione americana delle cose. Chazelle mi piace perché non può piacere a tutti, perché non sempre vince l’amore e perché non sempre vincere significa convincere se stessi. Questo lato sottile e profondo riesce a far dimenticare molte stelle e molte strisce, anche se alcune non possono certo restare nascoste all’occhio.

Quindi, stasera guardatevelo, magari proprio al chiaro di luna. Forse saranno stati i profumi dell’estate e il suono delle cicale a farmelo piacere di più. Ma, in fondo, sarebbe poi un problema?

Happy Mooday a tutti

 

 

PS

Nel film ci sono Ryan Gosling e Claire Foy. Per me potrebbe anche bastare.