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Una canzone di qualche anno fa, una canzone sembra stata scritta durante la marcia.

Mi ricordo, sì mi ricordo di quel 4 ottobre 2014 in cui, in compagnia di una cara amica, sono andato al Parco Montanelli (celeberrimo proprio in questi giorni) di Milano per prendere parte all’Ice Ride, la biciclettata urbana di Greenpeace per la salvaguardia dell’Artico mentre quest’ultimo era minacciato dalle nuove trivellazioni della Shell. “Mi ricordo, sì mi ricordo” penso mentre attendo al Nettuno l’inizio della manifestazione per il #FridayForFuture, arrivata a Bologna così come in altre 178 città italiane. Mi ricordo che solo 5 anni fa parlare di ambiente significava autoproclamarsi migliore amico degli alberi agli occhi dell’opinione altrui. L’ambiente era qualcosa di lontano, chi parlava di ambientalismo era sullo stesso piano del tifoso di una determinata squadra o un semplice attivista di una delle tante ONG presenti nei territori, ognuna con il suo campo e la sua importanza. Oggi le cose sembrano cambiate o comunque in evoluzione, alla luce di questo sole che bacia una giornata in cui in tutto il mondo si fa univoco il grido: salviamo il nostro pianeta. Solo in Italia siamo più di un milione, a Bologna circa 15 mila.

Tantissimi i bimbi, accompagnati da genitori coraggiosi e coscienziosi di avere un debito con i loro figli, così come gli altri adulti presenti. Molti i ragazzi di medie e superiori, dai quali però mi riservo di escludere (non pochi, ma per fortuna la minoranza)  quelli che a fine manifestazione sono entrati da McDonalds o hanno gettato la carta del panino per terra: non ci siamo proprio capiti. Pochi, davvero troppo pochi i miei colleghi universitari, probabilmente impegnati a trastullarsi su Hegel, Fusaro docet. Però alcuni ci sono e la loro presenza è carica di convinzione e consapevolezza. Durante il lungo percorso, in parte improvvisato, del corteo (Torri, Zamboni, Moline, Indipendenza, Bassi, Marconi, Amendola, Medaglie d’oro, Pincio, Indipendenza, Nettuno) a dominare sono i canti, i colori e i fantasiosi slogan inventati dai ragazzi, come richiesto dagli organizzatori. Io tengo per tutto il tempo in mano il bellissimo libro Prepariamoci di Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico molto impegnato sul tema dei cambiamenti climatici, il quale ho avuto l’onore di intervistare nella puntata “Piovono pillole” de Il Secolo X88, mentre chi mi accompagnava stringe una copia dello scioccante Se niente importa di Jonathan Safran Foer.

Se aspettiamo i governi, sarà troppo poco e troppo tardi. Se agiamo da soli, sarà troppo poco. Ma se lavoriamo alla scala di comunità, può essere abbastanza e appena in tempo

                                                                                                                                          Rob Hopkins

 

Insomma, si è voluto tramutare lo stile delle “Sentinelle in piedi” in qualcosa di un po’ più intelligente. Principalmente però trascorro le tre ore di passeggiata divertendomi ad ascoltare gli altri e a leggere l’incredibile quantità di cartelli esposti dai manifestanti. La piazza sarà anche ricca di contraddizioni, però resta sempre la piazza e per chi ha una certa sensibilità è ogni volta un elemento al limite del commovente. La cosa importante è comprendere che nel caso dei cambiamenti climatici il lavoro tra la piazza manifestante e la piazza lettrice deve andare assolutamente in tandem, perché per ottenere quel cambiamento richiesto servono menti preparate, serve la conoscenza, serve l’impegno di ognuno ad approfondire le questioni e studiare i modi per cambiare il paradigma, iniziando anche dalle piccole azioni. Nessun esponente cardine del movimento per questa lotta direbbe mai il contrario, perché alla base dell’importante e necessario scossone a livello politico ci deve essere una sorta di rivoluzione a livello culturale, sia per quanto riguarda le idee e le azioni quotidiane sia per quanto riguarda le conoscenze e dunque le letture in cui tutti dovremmo impegnarci.

Il grido di oggi delle piazze di tutto il mondo è un grido già sentito nel 2001 a Genova e nel 2015 a Parigi, solo che ora si è (forse) compreso dell’assenza effettiva di tempo a disposizione. No, di tempo non ce n’è più, il futuro di intere generazioni, il mio futuro si sta giocando oggi, in questo derby (visto che siamo in “clima”, ah-ah) tra la possibilità e la certezza. Mi auguro vinca la prima. Bologna, come una curva, unita a tante altre piazze nel mondo, si è coreograficamente schierata. Questa città, principessa delle lotte per i diritti civili, ha forse compreso che c’è una lotta a monte di tutte le altre, senza la quale ogni tipo di diritto raggiunto sarà vanificato dal cedimento delle nostre fondamenta. Perché magari riusciremo finalmente a sposarci con chi ci pare, a vivere dove meglio crediamo o ad essere trattati in modo equo sul posto di lavoro, ma nulla di questo avrà poi molto senso quando a mancare, davvero, sarà il respiro.

 

Voglio una vita mozzafiato, ma anche respirare

                                                                                         (Uno dei tanti slogan utilizzati alla manifestazione)