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Liguria, Italia

Non dimenticherò mai la mattina del 14 agosto 2018: da genovese, come potrei? Qui ognuno ha la sua storia circa il momento esatto in cui ha saputo del crollo di Ponte Morandi, alcune sono più suggestive di altre, ma sostanzialmente tutte sono accomunate da interminabili minuti di silenzio.

Era una mattina di mezz’estate come tante, ci si preparava a festeggiare Ferragosto tra feste di paese, grigliate e falò sulla spiaggia; di certo nessuno si aspettava che tutti quei piani sarebbero stati annullati, senza nemmeno discutere. Con mio padre avevamo deciso di andare al supermercato, “quello grande, al centro commerciale”, ma ad attenderci c’era uno scenario irreale. Nello specifico uno di quei momenti che all’inizio non si capiscono, ma poco dopo si percepiscono come “storici” e tragicamente reali.

All’ingresso del reparto di elettronica, una folla immobile e silenziosa si staglia di fronte a una parete piena di televisori sintonizzati sullo stesso canale: trasmettono immagini poco chiare e senza audio, in cui sembra riconoscersi soltanto della polvere grigia. Sguardi confusi e attoniti intorno a noi, ma a poco a poco sempre più persone iniziano ad agitarsi, a parlare fra loro e a telefonare. «Dove sei?», «State tutti bene?», «Hai sentito cos’è successo? Assurdo”», dicono ai cellulari. Continuo a non capire, ma inizio a preoccuparmi, del resto un TG1 alle 11:30 non era normale. La situazione, nel suo complesso, non era normale. Mio padre poi, tutto ad un tratto, capisce e sussurra: «Quello è il ponte del Polcevera, è Genova…il ponte di Brooklyn è crollato».

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Sconvolti siamo subito tornati a casa, senza più pensare alla spesa. Sono seguite ore terribili;  chiamate dai parenti lontani e accertarci a nostra volta che tutti stessero bene, perché su quel ponte ci eravamo passati tutti, centinaia di volte. Era pressoché inevitabile, per spostarsi da una parte all’altra della città, da una parte all’altra della regione. Anche i giorni successivi, insieme a tutta Italia, non abbiamo fatto altro che tenerci aggiornati, sperando che il numero delle vittime smettesse di salire sempre più.

Il ricordo è ancora vivissimo e proprio in questi giorni, per la prima volta dopo mesi, le notizie di apertura dei telegiornali e le prime pagine non erano dedicate al virus o alla quarantena: erano il segno di una piccola grande rinascita, che aveva il mare sullo sfondo. Come richiesto dal sindaco Marco Bucci e dal consorzio “PerGenova”, formato da Fincantieri Infrastructure e Salini Impregilo, il cantiere del nuovo ponte firmato da Renzo Piano non si è mai fermato. È rimasto aperto giorno e notte nonostante tutto, nemmeno l’emergenza sanitaria e le misure di lockdown hanno interrotto i lavori, portando anzi al perfezionamento del piano di sicurezza del cantiere fino al raggiungimento di 60mila ore totali di lavoro. Il cantiere del nuovo viadotto Polcevera è considerato, ora più che mai, tanto strategico politicamente parlando – davvero inutile nasconderselo – quanto simbolico. È l’immagine di un’Italia che riparte all’insegna dell’innovazione e dell’efficienza. A ribadirlo è stato lo stesso premier Giuseppe Conte, che lo scorso 28 aprile ha trovato il tempo di recarsi nel capoluogo ligure, accompagnato dal ministro della Infrastrutture, Paola Demicheli, per segnare l’avvio della cerimonia di varo dell’ultimo impalcato dei 19 che compongono l’infrastruttura.

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«Da Genova – ha detto Conte – si irradia un nuovo modello per l’Italia. Un modello che cercheremo di replicare: è quello di ripartire insieme. Dopo il buio potremo vedere la luce ed è una luce che dà speranza all’Italia intera». «Lo Stato», ha affermato, «non ha mai abbandonato Genova. Lo abbiamo solennemente detto a poche ore dalla tragedia: ero già qui e abbiamo detto subito che Genova non sarebbe stata lasciata sola».

Una cerimonia che si è conclusa con il passo finale del montaggio: la campata, già in quota e in posizione, è stata innalzata degli ultimi metri e appoggiata sui piloni. Ad accompagnare quest’ultima posa il suono della sirena del cantiere, immediatamente propagato in tutta la città e seguito dalle sirene delle navi nel porto e dalle campane, in ricordo delle 43 vittime del 14 agosto.

Sono passati quasi due anni da quel giorno e in questo tempo tutti noi genovesi abbiamo scoperto che si chiamasse “Morandi” (posso assicurare che prima della tragedia in pochissimi conoscessero il suo vero nome), attraversato mezza città lungo percorsi alternativi per oltrepassare il fiume, visto lo scheletro e le nuove campate. Seppur in un periodo mesto come quello che stiamo vivendo, nel mezzo di un’altra tragedia che si sta consumando su scala ben più ampia, possiamo dire di essere quasi arrivati all’obiettivo. Genova si sta rialzando, insieme al suo ponte e alla sua bandiera di S. Giorgio, più fiera che mai.