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Lo yacht sfarzoso della Formula Uno attracca nel porto del Principato di Monaco per una gara che riserva sorprese, adrenalina e un pizzico di leggendaria malinconia.
Vince il GP Monaco Lewis Hamilton davanti ad un Verstappen spettacolare, quarto al termine a causa della penalizzazione di 5 secondi per unsafe release ai danni di Bottas. Vettel sul secondo gradino del podio, felicemente reo di aver messo fine alla diarchia Mercedes. Completano le prime posizioni Valteri Bottas e un vivace Gasly, finalmente con tempi e mosse che gli competono. Charles Leclerc ritirato con grandissimo onore, dopo che l’ardore eroico del giovane tradito – si veda la partenza dal quindicesimo posto causata da una strategia discutibile, se non inesistente, durante le qualifiche del sabato – lo spinge a provare manovre mai viste e a tamponare malauguratamente Hulkenberg. Da qui l’entrata della safety car con conseguente rimescolamento delle carte, per fortuna. Il tutto nel ricordo del leggendario Niki Lauda, scomparso lunedi.

gp monaco

Candidato Lewis Hamilton: stavolta ha dovuto sudare pure lui. Partenza perfetta, poi qualche problema tecnico ma si sa, a Monaco se sei davanti puoi bloccare tutti e tutto, quando e come vuoi. Allora eccolo che si trasforma in un tappo da Dom Perignon e guai a far passare un Verstappen indiavolato, che da placido olandese arancione si era trasformato in un toro rosso supersonico. Alla fine Lewis dimostra che anche in modalità strenua difesa denti e unghie è fra i migliori, non dimenticando che il compagno Bottas è sì sul podio, ma terzo. Bello il pollice alzato rivolto all’avversario olandese dopo la gara. Ci si è divertiti tutti, si sente nell’aria.

Candidato Verstappen: “Ti voglio bene, non l’hai mica capito; ti voglio bene, lascia stare il vestito”, diceva Vasco un po’ di tempo fa. Alla fine, togli qualche peccatuccio giovanile ai danni della Ferrari, a questo toro gli si vuole bene. Faccio il prevedibile? Si, ve l’avevo detto due settimane fa, di aspettare Montecarlo per vedere veramente in azione il re corsaro delle compagnie volanti olandesi. Incastrato fra Hamilton e Vettel, dopo un’ unsafe release che gli è costato 5 secondi di penalità a fine gara, si è trovato costretto a ribollire nel purgatorio tiepido del secondo posto: o sorpassava Hamilton e se ne andava solo per le strade del principato annullando così il valore della penalità, o si fermava in una seconda posizione che l’avrebbe condannato al quarto posto finale, data la vicinanza di chi gli stava dietro. A Montecarlo, si sa, sorpassare è impossibile, quindi quarto posto e pace. Però chapeau, giù il cappello, tutti.

Candidato Vettel: nulla di spumeggiante oggi, ma sentire la parola “felice” uscire dalla sua bocca dopo la gara fa molto piacere. La macchina bilanciata, la guida sicura, la speranza quando Verstappen tocca Hamilton in un tentativo disperato di sorpasso a pochi giri dalla fine, quella speranza maledetta di vedere la tuta rossa lassù, e il popolo ferrarista che festeggia. Ce l’aveva negli occhi anche Vettel questa voglia, dietro la visiera scura del casco con dedica a Niki Lauda. Oggi ha agito con grande saggezza, da campione quale è. Un campione un po’ più felice, almeno stasera.

Da qui in poi, cuffie per questo pezzo.

Candidati Leclerc e Formula Uno: Chi ha detto che a Montecarlo è impossibile sorpassare? (semicit.) Charles, infuriato dopo l’errore madornale del muretto durante le prove di ieri, sfata ogni diceria sul circuito monegasco. Sarà che lui ci è nato qui, sarà che gli scorre dentro il sangue di quelli che nella vita alla fine devono sempre correre per sentirsi vivi, sarà che tutto sommato la corsa è poesia e la poesia osa, lui ci prova. Sorpassa Norris alla Hairpin, asfalta Grosjean beccandosi del kamikaze in diretta internazionale, ci riprova con Hulkenberg non riuscendo però ad evitare il contatto. Diventa così regista da oscar, costringendo la safety car ad entrare e a cambiare ogni gerarchia precostituita. Prende allora forma la vera Formula Uno, quella delle lacrime da macchine sfondate e delle ruote sfalciate che baciano l’aria. Quella che alla fine porta gli amici a scriverti un semplice ma magnifico messaggio: “Che gara”.
Che gara.

Niki Lauda: ci ha lasciati una leggenda. Lo capisci perchè ti viene quasi impossibile parlare delle sue avventure senza pensare all’olimpo, a cui può accedere solo chi ha avuto il coraggio di trascendere i limiti dell’umano. Niki Lauda ha cambiato il mondo dell’automobilismo: ha contribuito a creare quello che oggi viene definito il “circus della Formula Uno”, un insieme di elementi che va dallo sport adrenalinico alla spettacolarizzazione delle emozioni. La rivalità con Hunt, raccontata nell’ipercitato film di Ron Howard “Rush”, ha reso la Formula Uno uno sport popolare, nel senso di disciplina di scambio fra atleta e popolo: da una parte gli eroi che fanno quello che noi mortali non possiamo permetterci, dall’altra la folla oceanica che, ogni tanto, recrimina la dovuta dose di emotività, forse solo per sentire la realtà meno monotona, meno piatta. Un giovanissimo Lauda, al suo primo anno in Ferrari, ebbe il coraggio di andare da Enzo Ferrari, il leader maximo del cavallino, a comunicargli che la macchina era semplicemente, e testualmente, una merda. Ferrari gli rispose che gli avrebbe dato la macchina che voleva, ma che se non avesse portato a casa tempi soddisfacenti, allora se ne sarebbe potuto andare anche prima dell’inizio della stagione. Alla fine la storia, come sempre, sentenziò e Lauda di campionati in rosso ne vinse due. Un esempio di tenacia e caparbietà per chiunque sia giovane oggi, in un periodo in cui si fa fatica a capire dove si vuole e può andare. Lauda bruciato vivo al Nurburing, che dopo 40 giorni dal disastro torna in pista, termina la gara, scende dalla macchina e togliendosi il casco lascia intravedere le ferite sanguinanti, in una commozione che trasforma l’uomo in leggenda vivente: un redivivo che abita l’anima di ogni amante dello sport, e non solo. L’epopea umana va avanti e all’ultima gara della stagione, sotto una pioggia monsonica che colpisce il circuito del Fuji in Giappone, in lotta con Hunt per il campionato, Lauda rientra ai box prima della fine e scende dalla macchina, impaurito e spaventato dall’ennesimo elemento della natura che prima lo vuole atterrire, e poi uccidere. Mauro Forghieri, storico direttore tecnico della Ferrari, gli propone di addurre come causa del ritiro inesistenti problemi tecnici, ma Lauda rifiuta, dicendo semplicemente “ho paura”. Ammette che la causa del ritiro per lui, il risorto dalle fiamme, era la paura di affrontare qualcosa di troppo grande, il timore di lanciarsi di nuovo contro le manifestazioni radicali della natura maligna. Niki Lauda come esempio umano, Niki Lauda come porta verso racconti che non esisteranno mai più, Niki Lauda come causa per cui siamo qui a parlare, discutere e leggere di Formula Uno. Come motivo per cui, alla fine, la amiamo.

Living on the road my friend was gonna keep you free and clean
Now you wear your skin like iron and your breath’s as hard as kerosene
You weren’t your mama’s only boy but her favorite one it seems
She began to cry when you said goodbye and sank into your dreams

Vivere sulla strada, amico mio, ti avrebbe mantenuto libero e pulito
Ora indossi la tua pelle come ferro e il tuo respiro forte come kerosene
Non eri l’unico figlio di tua madre ma sembra fossi il suo preferito
Lei iniziò a piangere quando le dicesti addio e affogasti nei tuoi sogni

A presto.

Townes Van Zandt

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