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Scena carina di Venezia 76: in Sala Grande inizia la proiezione di Storia di un matrimonio, anticipata stampa prima dell’anteprima mondiale prevista per la sera dello stesso giorno. Si spengono le luci e il video copertina mette in mostra i suoi colori. Stacco e poi all’improvviso una N rossa che si dirada in tante linee colorate. È un film Netflix, partono dei fischi dalla platea.

Non è un rapporto facile quello dei critici con Netflix, ma mai come quest’anno pare doveroso alzare bandiera bianca in qualsiasi battaglia mirata a screditare il gigante dello streaming. Storia di un matrimonio è un piccolo gioiello di cinema teatrale, The King è una chicca e Panama papers ha ridonato al mondo la genialità di Steven Sodembergh. Questo è stato l’autunno su Netflix, ieri sera mi è arrivato l’inverno. Finisce la partita del mio Milan e praticamente in contemporanea arriva la pizza. Ce la vediamo la Juve? Anche no, la parentesi furti si è aperta e chiusa con Sodembergh (vedi: Ocean’s). Direi un filmettino sul divano, la voglia dice Django ma è troppo tardi per gestire 165’. Propongo I due papi, memore di un consiglio di mia madre. Bingo.

Il Sudamerica sta diventando il mio posto preferito. Non tanto perché l’abbia visto, penso anzi non ci andrò mai nella vita, ma per i film dei sudamericani, mai come quest’anno sconvolgenti e allo stesso tempo eccitanti. Solo negli ultimi 10 mesi posso citare Monos, Divino Amor, Ema e ora I due papi. Terra fertile per il cinema, a quanto pare. Sicuramente sembrano avere molte cose da dire e molte più idee per farlo in modo creativo, dimostrando la possibilità di apportare novità ad un’arte martoriata dal confronto – idiota – con le serie tv. Forse ancora più eccitante è il fatto che si provi a riscattare il cinema proprio attraverso lo strumento principe delle serie tv e dall’altra parte vedere come quel vecchio nemico voglia legittimarsi dandosi a quell’arte apparentemente danneggiata. Il risultato è questo: a oggi il grande cinema passa anche su e per Netflix, con produzioni di altissimo livello disponibili sul televisore del nostro salotto (non dirò mai sullo schermo dello smartphone: quello non è guardare un film). I due papi di Fernando Ferreira Meirelles, come si sarà intuito, conferma il trend e gli fa fare anche uno scatto in più. Registicamente è un film sublime, ovviamente non candidato né all’Oscar per Miglior Film e nemmeno a quello per Miglior Regia. Ormai non mi sorprendo più: dopo la nomination di A star is born e la statuetta a Rami Malek, francamente, ho perso le speranze. Auguro tutto il meglio all’immortale Anthony Hopkins, qui nei panni di Benedetto XVI, perché un’interpretazione del genere l’avrebbe potuta fare solamente un attore capace di essere più di un attore, un vero e proprio intellettuale e artista a tutto tondo. La storia, poi, la potete intendere dal trailer e dalle sinossi, se non addirittura da titolo. È la seconda volta in una settimana in cui mi ritrovo a dover lasciar da parte il lato politico delle cose, toccato nel profondo dalla complessità delle vicende umane. Questo non significa che sono diventato craxiano o clericale, semplicemente attesta il buon lavoro di uno sceneggiatore caparbio. I due papi non è una sviolinata al papato e sicuramente non è un elemento utile a indagare i crimini di un’istituzione le cui sedi sono tanto maestose quanto ricche di lacrime. Il papa è il papa e come ogni capo di stato rappresenterà sempre le tante maschere del potere, il quale ha ben poco di divino. Non sarà questo film a farmi scendere dalle barricate in quanto cittadino laico, pronto a chiedere l’IMU o a condannare i pedofili. Questo però non vieta di raccontare una bella storia sul papa, anzi su due papi, soprattutto se questo viene fatto con maestria. Perché persino io, dalle barricate, mi concedo di ascoltarla appassionato, come solo chi ama il cinema riesce a fare. E poi tra calcio, pizza, scrittura e Netflix, forse sono più simile a Bergoglio di quanto non potrò mai ammettere.

 

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