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Siamo ciò che mangiamo?

In un possibile futuro distopico le prigioni si sviluppano in verticale.  Le celle, più di duecento, sono poste una sopra l’altra. Al centro di ogni stanza c’è un buco attraverso il quale, ogni giorno alla stessa ora, transita una piattaforma ricolma di vivande cucinate con cura da uno staff di preparatissimi chef al soldo dell’Amministrazione. I due prigionieri di ciascun livello hanno solo due minuti per consumare ciò che resta del pasto dei detenuti al livello precedente. La propria posizione all’interno della prigione può fare dunque la differenza tra la morte e la vita; quando Goreng si risveglia al piano 48 e apprende che di mese in mese ciascun prigioniero varierà di livello in modo completamente arbitrario, farà di tutto per riuscire a sopravvivere preservando la sua umanità.

C’è un che di straniante nel modo in cui Galder Gaztelu-Urrutia si presenta al pubblico per la prima volta con questo suo film d’esordio. Il buco nel quale egli risucchia lo spettatore pare infatti venuto fuori dalla più fine letteratura d’horror alla Edgar Allan Poe e insieme da un romanzo distopico di serie B degli anni ottanta, di quelli che si potevano recuperare nei cesti delle occasioni e che regalavano tante emozioni al prezzo di qualche concessione alla grossolanità del racconto. Potremmo definirla foga del principiante, ma a guardar bene è forse nell’invito dell’autore ad andare oltre la superficie di un messaggio auto-evidente che si svela la vera raffinatezza di questo stranissimo prodotto. Di messaggi si parla infatti tantissimo in questa storia d’incubo, che per il minimalismo della sua rappresentazione potrebbe collocarsi in qualsiasi spazio-tempo immaginabile, dalle città ipertecnologiche di un futuro distopico alla Brave New World, ai più oscuri labirinti della psiche di un soggetto al limite della psicosi. Il primo messaggio è talmente chiaro da risultare quasi prevedibile agli occhi di uno spettatore allenato: in questa assurda prigione regolata da infidi e apparentemente casuali ingranaggi c’è chi sta sopra e chi sta sotto. Chi ha il privilegio dell’altezza può godere della ricchezza, che abbonda e potrebbe andare a largo beneficio anche di coloro che non sono così fortunati. Insomma, esattamente come nella società libera e civilizzata, ce ne sarebbe davvero per tutti se solo gli arraffoni dei piani superiori non decidessero di consumare tutto e lasciare le briciole – quando va bene – ai poveracci che stanno a piano terra (o all’interrato, addirittura). Una triste verità, che vede il soggetto incagliato nei meccanismi di una legge ingiusta e orienta i toni della storia verso una satira socio-politica già largamente esplorata dal cinema contemporaneo: il Bong joon-ho di The Snowpiercer aveva scelto per un simile scenario un treno in marcia continua, dove una popolazione soggiogata da un governo autoritario e relegata sul fondo della macchina cercava di avanzare per raggiungere la cabina di comando. Ma se Uturria è largamente debitore, per temi ed estetica, al lavoro del collega coreano, la portata del messaggio sociale nel suo film è tutto sommato esaurita dopo i primi dieci minuti. Una volta capite le dinamiche del rompicapo il suo interesse si concentra infatti su temi collaterali che privilegiano uno spazio più personale e per questo più torbido da attraversare: il singolo, gettato nel bel mezzo di una macchina potenzialmente letale, si trova improvvisamente costretto a conciliare i suoi più solidi ideali con i ben più stringenti bisogni fisici, ed è per questo chiamato a prendere decisioni cruciali che, nel rapporto con se stesso e con gli altri, potranno essere determinante per il destino di tutti. Il protagonista è dunque a sua volta portatore di un messaggio: non soltanto Goreng entra nella fossa con solo una copia del Don Chisciotte come sua proprietà, ma ci entra volontariamente, con la promessa di un attestato di permanenza da conseguire una volta scontata la sua pena. C’è dunque una sicurezza intellettuale quasi sprezzante nel suo iniziale, dignitoso rifiuto del cibo già toccato da novantaquattro persone prima di lui, un’integrità che non potrà far altro che scricchiolare sotto l’evidenza di una ferocia che sembra dominare ogni angolo di questo spazio incubico.

Una serie di ben piazzati flashback sul background del protagonista aggancia il tema della libertà di scelta a quello della cieca e bestiale obbedienza del soggetto alle proprie pulsioni di piacere, di vita e di morte. È l’ingresso di un’alterità perturbante e animale nella psiche del protagonista, il quale immergendosi sempre di più nel fondo della fossa sarà costretto a fare i conti con quegli stessi tormenti ai quali si credeva immune. Al di là della doppia e tripla faccia della società-gabbia, è dunque l’ambivalenza dell’essere umano a giocare un ruolo fondamentale anche al livello estetico, con attori capacissimi di gestire espressioni ed emozioni talmente imperscrutabili da sembrare demoniache. I tre compagni di cella del protagonista incarneranno dunque la varietà di istanze che popolano la nostra mente quanto la nostra società, andando ad allegorizzare con succosissimi aneddoti e situazioni oniriche una domanda abissale: fino a che punto all’interno di una struttura definita da poche – ma ineludibili – leggi l’esito dei nostri comportamenti è da imputare al sistema? Dove, di fatto, finisce l’autorità della legge e inizia la responsabilità del soggetto? All’interno di una struttura di detenzione si potrà forse trattare di sottilissimi confini, ma è proprio nella scelta che i singoli compiono all’interno di un’organizzazione regolata – che è poi quella del capitalismo che divora sé stesso portando al cannibalismo i suoi stessi figli – che si gioca la differenza tra la colpevolezza e l’innocenza, tra la condanna e la grazia. Non è infatti un caso se Goreng, ormai vessato dalla violenza e incapace di distinguere il reale dall’immaginario, si affidi agli oggetti fisici per porre un limite tra la follia e la lucidità: è una storia fatta di materia quella che il regista mette in scena per noi, e non soltanto perché il cibo è il principale feticcio al quale i condannati si prostrano ogni giorno, ma anche perché intorno a ciò che ciascun personaggio ha scelto di portare con se nella propria cella si costruisce quell’unico spazio di libertà e speranza di cui il soggetto può godere, col beneplacito o il sospetto del proprio compagno. Dallo spaventoso coltello che si affila da solo del vecchio al cagnolino dell’ex dipendente della prigione, passando per la corda dell’uomo di colore convinto di poter risalire tutti i livelli fino in cima, è il desiderio di aggrapparsi a qualcosa di più della mera necessità di sopravvivenza che dona speranza ai singoli; e ciascuno di loro sarà costretto, giorno dopo giorno, a verificare l’effettiva tenuta – o fallacia – proprio di quegli oggetti eletti ad amuleto. Da qui la folle idea che muove l’agire del protagonista nella seconda parte del film, quella mossa rivoluzionaria che mira a utilizzare le stesse armi del virus contro le cellule più cancerose dell’organismo già malato: si ribalterebbero così le logiche di potere tra soggiogato e soggiogatore attraverso un potentissimo messaggio simbolico racchiuso, ancora una volta, in un oggetto, non da consumare, ma da recapitare ai piani alti. Il piano è geniale, ma raggiungere l’obiettivo provocherà un gran numero di colpi, inferti e ricevuti, con conseguenti sacrifici. La furia è incontrovertibile, le ragioni della rivoluzione sono più forti di tutto, finché di fronte ad un’umanità pura e innocente si pone, di traverso e più potentemente, un’ulteriore e ultima necessità di scelta: quella tra il messaggio in quanto tale e il suo valore salvifico, tra l’atto-oggetto come mera affermazione di ribellione e un bene condiviso per il quale l’io, mettendosi a servizio, riesce a porre l’altro davanti a se stesso, celebrando così la sua più vera e compassionevole natura. L’oggetto è il messaggio? No, lo è l’uomo.