Condividi:

La medicina dei Green Day sa di adolescenza bruciata e di ribellioni pop-punk, ci ricorda la matita sugli occhi di Billie Joe o la famosa granata a forma di cuore del loro album più famoso, collega la mia generazione a quelle passate semplicemente saltando dal ritornello malinconico di Boulevard of Broken Dreams a quello ironico di Basket Case.
I Green Day insomma ci accompagnano ormai da vent’anni e sembrano essere un’instancabile fabbrica di stimoli adolescenziali, tanto quanto il nostro udito ormai maturo si era dimenticato di ascoltare. Allora ho ripreso in mano la loro medicina, per capire cos’altro di buono, con l’uscita del loro ultimo album, hanno da offrirci.
INDICAZIONI: Il gruppo nasce nel 1989 a Berkeley dalle ceneri degli Sweet Children. Il nome apparentemente benevolo è in realtà un termine in slang col significato di “giornata passata a fumare erba”, spunto autobiografico dei due fondatori BillieJoe e Mike Dirnt abituati a spacciarla nei pressi del loro liceo. Il trio affermato si consolida nel 1990 quando Tré Cool sostituisce Al Sobrante alla batteria, mentre nel 2012 si aggiunge ufficialmente il turnista Jason White. La band sbarca nel mainstream all’uscita del loro terzo album Dookie (1994), il loro maggior successo e il loro migliore cd punk. Nel 2004 esce il famosissimo American Idiot che viene acclamato un anno dopo come “Best Rock Album” ai Grammy Award. Dopo una lunga carriera e alcuni problemi di salute che colpiscono il cantante, il trio è di nuovo impegnato sui palchi a presentare la loro ultima fatica: Revolution Radio.
COMPOSIZIONE: Billie Joe Armstrong (chitarra e voce); Mike Dirnt (basso e seconda voce); Tré Cool (batteria); Jason White (chitarra e terza voce).
INDICAZIONI TERAPEUTICHE: Difficile che non possano piacere almeno una volta: i Green Day possono essere energici, malinconici, commerciali, sarcastici, punk, pazzi, spensierati e pop rock a seconda di ciò che si sceglie di ascoltare. Ma soprattutto donano molta carica, che sia da accumulare nelle cuffiette o da scaricare saltando in uno dei loro live, sempre elettrizzanti e coinvolgenti.
AVVERTENZE E CONTROINDICAZIONI: La vastità di repertorio della band rende alcune sonorità decisamente ripetitive (da vedere brani come Curch on Sunday e The Static Age, oppure St.Jimmy con l’ultimo singolo Bang Bang) o alcuni lavori decisamente discutibili (come non citare l’ultima trilogia ¡Uno! – ¡Dos!- ¡Tré! che strizza un occhio alle generazioni del 2000 a discapito di kili di Auto-Tune e di titoli glitterati in rosa).
DOSI CONSIGLIATE: Sono all’incirca 11 gli album in studio: vediamo anche quelli meno conosciuti. Se siete nostalgici del punk-revival dei loro primi anni sfogliatevi gli album di debutto 1,039/Smoothed Out Slappy Hours (1990) e Kerplunk! (1994). Se vi interessa l’album più cupo guardatevi Insomniac (1996) o se vi incuriosisce quello con più sperimentazioni (hardcore punk, ska) sentitevi Nimrod (1997). Se vi attira di più il rock commerciale di 21st Century Breakdown (2009) ne potrete trovare gli albori nell’album Warning (2000). Volete anche un po’ di garage rock? Ne scoprirete alcune tracce tra i brani di ¡Dos! (2012), nient’altro che rimandi al loro side project sotto lo pseudonimo di Foxboro Hot Tubs.
MODALITA’ D’USO: I Green Day hanno sempre apprezzato particolarmente il calore dell’Italia, tanto da iniziare il loro tour europeo proprio nella nostra penisola. Sono passati a Torino, Firenze, Bologna e Milano, dove torneranno quest’estate affianco alla data di Lucca. Le occasioni per vederli non mancano di certo.
Ripassate le istruzioni, incuriosito su che sapore avessero ormai i loro live, mi son diretto verso l’Unipol Arena di Caselcchio di Reno. L’attesa estenuante, una volta arrivati, riesce finalmente ad essere ripagata grazie ad una canzone in sottofondo: Bohemian Rapsody. Da qui parte un’escalation di entusiasmo: il pubblico comincia a cantare i Queen e accendere i cellulari, poi subito dopo compare Blitzkrieg Bop dei Ramones, ed infine spunta fuori il coniglio rosa, mascotte dei Green Day, che inizia ad incitare l’arena tra saltelli e gestacci. Finalmente si comincia.
La band entra in scena con Know your enemy tra fumogeni e scoppiettii di scena. Subito fa salire un ragazzo, in giacchetto di pelle e cappello nero, per poi buttarlo tra le braccia del pubblico. Dopo dei brevi saluti quasi in italiano “Ciao Bologna! Siete pronti? Io amo Italia” Billie Joe sceglie di cantare i due brani principali dell’ultimo album, Bang Bang e Revolution Radio, mentre continuano a scoppiare le luci e si sprigionano delle fiamme dal palco. La carica di adrenalina, un po’ per la musica e un po’ per i messaggi che questa trasporta (il motto “No racism, no sexism, no homophobia” ultimamente viene sempre riproposto dal cantante) prosegue con la famosa Holiday. Dallo stesso album escono fuori l’altrettanto famosa Boulevard of broken dreams e Letterbomb. “It’s not over untill you’re underground, it’s not over before it’s too late” recita quest’ultima, ed effettivamente nonostante noi del pubblico ci siamo già sfogati e stancati un po’, non è ancora finita: siamo solo agli inizi del concerto.
Si introduce il basso di Mike Dirnt ed arriva la vecchia Longview, mentre il frontman chiama un altro fan per cantare assieme a lui: una ragazza dai capelli verdi, decisamente più commossa che intonata. Ciò che sorprende a noi del pubblico è l’età estremamente giovane dei ragazzi scelti per salire sul palco: qualche minuto più avanti infatti Billie Joe chiamerà un dodicenne a suonare Knowledge (cover degli Operation Ivy) e la Les Paul che imbraccerà il giovane e poi riceverà come regalo, ironia della sorte, sarà la prima chitarra che avrà mai suonato. Che il gruppo si stia costruendo una fanbase tra le nuove generazioni, come è giusto che sia, è palese. Solo che a volte, ci si chiede se dal 2004 in poi la loro carriera sia stata solo un sottile rimando ad American Idiot, con la convinzione di continuare a porsi come portavoci di più generazioni. Con la differenza che ora da mandare a quel paese non c’è più Bush, ma Trump.
Riascoltiamo l’ultimo album con Youngblood, ci si ricarica con Hitchin‘ a Ride, e si ritorna al passato con Christie Road. Prima di suonarla Billie Joe ci mostra “Blue”, la sua prima chitarra regalatagli dalla madre, a cui dedica questa canzone. Si continua con Scattered e Are we the waiting, finché St.Jimmy non fa scattare un pogo scatenato. I Green Day non vogliono di certo spezzare i legami col passato, e tante sono le canzoni vecchie (quasi più di quelle degli ultimi anni): da Dookie arrivano Basket Case, Burnout, She e When I come around.
Non c’è un loro live senza intrattenimento: il frontman ci incita più e più volte a rispondergli a coro “Ehy oh!” e durante King for a day, sfociato nelle cover di Shout e (I can’t get no) Satisfaction, l’Unipol sembra trasformarsi in una festa stile cabaret.
Tra sudore e dolori di schiena siamo Still Breathing e pronti per altre due canzoni di Revolution Radio: oltre a quella già citata, arriva Forever Now. “Oh, I wanna start a revolution, I wanna hear it on my radio” urla Billie Joe al microfono, e io finalmente ricordo la vera medicina dei Green Day. Sì, quella racchiusa in parole semplici (il cantante ripeterà spesso “I want Joy, I want Love”), forse apparentemente un po’ superficiali e leggere da non sembrare per nulla rivoluzionarie, ma parole che possono diventare calamite per la felicità. E’ ciò che mi viene da pensare, vedendo tanta gente semplicemente commossa, cantando e ballando canzoni come American Idiot, Jesus of Suburbia e Good Riddance (Time of your life) e immersa in tutta questa pura spensieratezza, perché “fuori da questa arena ci può essere tutta la corruzione possibile, ma qui dentro c’è amore” ci dice in inglese Billie Joe. E ce lo dice lui, un Peter Pan del 2000, che anche in un Ordinary World, anche dopo alti e bassi di successo, di problemi di droga e di salute condivisi con il resto del gruppo, riesce sempre a ritrovare quella semplicità adolescenziale, quel motore primo che ci permette di credere ancora nei sogni che avevamo perso per strada. Ed infatti era proprio alla fine di Boulevard of Broken Dreams che il cantante ci aveva rassicurato: “This is happiness, why not?”.