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Recensione scritta di getto appena uscito dal cinema dopo aver visto Il primo re, ma poi per qualche motivo non l’ho mai voluta pubblicare. Ora che nelle librerie e negli e-store è uscito il DVD, credo sia giusto condividere qualche considerazione. Cuffiette ON e buona lettura.

Ci sono momenti in cui un plauso va fatto anche solo perché ci si trova dirimpetto a chi ha avuto il coraggio di uscire dagli schemi canonici di un tempo e di un luogo. Nell’Italia del 2019, fortunatamente, c’è ancora chi permette di fare questo. Matteo Rovere, regista trentasettenne entrato nel mio cuore qualche anno fa per il capolavoro ad alta velocità Veloce come il vento, nonché unica persona di questo paese a poter dire di aver fatto recitare Stefano Accorsi, torna in sala con qualcosa di totalmente inedito per il panorama cinematografico nostrano. Il suo Il primo re non è solo un film storico relativo alla nascita di Roma, è anche e soprattutto una pellicola sulle pulsioni di vita e sul modo attraverso il quale ci troviamo ad interpretare ciò che la vita stessa richiede da noi.

Lo scontro, tanto fisico quanto mentale, di una crudezza bella e verace, è quello interminabile tra il libero arbitrio e il destino, tra l’umano e il divino. Il sangue è la chiave di volta di questa storia, com’è chiave di volta dei rapporti umani. Questo è un film in cui c’è cuore, ma non quel cuore a cui siamo stati abituati per colpa di un’arte cinematografica impegnata a imbellettare e nascondere sotto il velo di costruzioni incapaci di raccontare la vita. Qui cuore significa sacrificio, significa lotta, significa resa.

È un orizzonte complesso, duro da digerire, recitato in una fotografia splendida fatta di sola luce naturale con il corpo e con una lingua antecedente alle lingue, ovvero un protolatino in cui della civiltà si ha solo il sentore. E poi Alessandro Borghi, nel ruolo di Remo, da tempo non più una promessa ma una vera e propria realtà capace di far sognare chiunque ami il cinema italiano. Dopo la prova di Sulla mia pelle, l’attore romano ritorna con uno sforzo fisicamente ancora più impressionante e con l’intensità unica dei suoi occhi, capaci di emozionare in qualsiasi contorno essi si trovino a coronare.

il primo re
Un frame da “Il primo Re”

Non essere cattivo, The Place, Suburra (IL FILM, solo e soltanto quello): non c’è lavoro in cui Borghi non abbia dato tutto sé stesso al personaggio, anche quel cuore citato in precedenza. Vaghiamo per il mondo applaudendo e ammirando il cinema altrui, per poi lesinare ad acquistare il biglietto quando possiamo vedere qualcosa di cui qualsiasi italiano potrebbe essere orgoglioso. Grazie a Matteo Rovere per non arrendersi mai e grazie ad Alessandro Borghi per il fatto di continuare ad investire il suo talento, raro e cristallino, in un cinema impegnato e desideroso di dire qualcosa, di lasciare un messaggio chiaro e deciso.

Il mio invito, per il momento, resta l’unico possibile: andate al cinema a vedere Il primo re. E in libreria.

 

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