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Grazie a’ Maronn’

Banalità assoluta: un testo ben scritto è sempre attuale. Lasciate da parte le cose da dire per forza, facciamo due chiacchiere su un’opera vista a Venezia settembre scorso, da ieri disponibile su RaiPlay.it. Sì, avete letto bene.

Il sindaco del Rione Sanità (ITA, 2019, 115’) di Mario Martone, autore già celebre per L’amore molesto (ITA, 1995, 104’) e Il giovane favoloso (ITA, 2014, 145’), ha abitato i nostri cinema in autunno solo per poche ore: tre date speciali, come fosse una pièce teatrale. E infatti, di una pièce stiamo parlando, ma firmata da Eduardo De Filippo nel 1960 e adattata per il teatro dallo stesso Martone nel 2017, anno in cui curò anche la regia dell’Andrea Chénier per La Scala di Milano. Quando si dice un curriculum qualunque.

Ricordo la sera della prima in sala Darsena come se fosse ieri, perché poche file davanti a me sedeva Valerio Caprara, critico cinematografico sempre presente nel salotto di Gigi Marzullo e capace di punzecchiare chiunque, ma anche di riconoscere i meriti di un cinema coraggioso, purché sia autentico. In questo caso in realtà è davvero difficile parlare solo di cinema, ma negli ultimi anni questa è una tendenza riscontrabile in molte produzioni. Teatro e cinema si avvicinano, si toccano, si scambiano nomi e sceneggiature. Si pensi all’improvvisa celebrità di Mark Rylance, a detta sua attore di teatro in senso puro, ma meritevole dell’Oscar per Il ponte delle spie (USA, 2015, 142’). Oppure, per restare a Venezia, il piccolo gioiello Marriage story (USA-UK, 2019, 132’) e la sua sceneggiatura di chiara ispirazione teatrale; ma anche il controverso Chambre 212 (FRA, 2019, 86’), in questo caso presente a Cannes, con l’intera produzione vicinissima al teatro. Forse il cinema contemporaneo è alla ricerca di una legittimazione artistica nuova, ma per farlo cerca consigli dalle parole del nonno, sempre più saggio e verace rispetto al padre occupato ad aggiornare il diario di Facebook. Della saggezza infatti si parla anche nell’opera di Martone (o meglio, di nonno De Filippo) attraverso una costruzione narrativa incentrata sulla figura di don Antonio Barracano, interpretato da un magnetico Francesco Di Leva, o’ sindaco della Sanità ritiratosi fino all’inverno nella sua villa ‘ncoppa o’ Vesuvio con i suoi cani, i figli, la moglie Armida e il medico personale assieme al resto dello staff. Non solo una famiglia, ma un piccolo municipio con tanto di tribunale annesso: casa Barracano è continuamente visitata da persone comuni bisognose di risolvere questioni e contenziosi, appianare attriti e trovare pacificazioni sulla carta impossibili. E per loro, per gli ignoranti, non c’è altra legge al di fuori della parole di don Antò.

L’uomo è uomo quando capisce che ha sbagliato e fa un passo indietro

Ragazzi miei, a me questo film è piaciuto da matti, c’è poco da fare. Quella banalità assoluta detta all’inizio è una banalità vera, perché le parole di De Filippo funzionano nel nostro oggi, anche se messe affianco alla trap napoletana. Solo qualche termine lascia intuire gli anni del testo, ma senza intaccare la sua attualità più vera, ovvero quella legata alla complessità delle vicende umane, soprattutto se avvicinata alla ferita dell’ignoranza. Godo, godo come un riccio quando vedo una settima arte davvero italiana, coraggiosa nell’esaltare caratteristiche solo nostre, così italiane da essere provinciali, così campaniliste da essere universali. È cinema impegnato, intellettuale eppure popolare, perché come ha insegnato Villaggio per sapere scrivere del popolo e per il popolo bisogna saperne più del popolo, così come per vedere l’altezza di una torre bisogna uscire dalla città (questa forse era di Nietzsche). E quando arriva la fine, al momento decisivo, per il popolo ci si può anche sacrificare. Quasi scontato richiamare la mitica storia dell’anarchico di Nazareth, ma il riferimento calza e lascia capire tante cose. O’ sindaco, padre di Napoli, un Cristo capace di moltiplicare villette e dare il pane a tutti – perché il pane è il pane e tutti devono mangiare – una figura sopra tutti perché capace di immaginare un futuro a cui tutti non sono arrivati e al momento giusto farsi da parte, facendo credere agli ignoranti che qualcosa di superiore ha agito per loro, quando in realtà a farlo è stato solamente un uomo con qualche marcia in più. Chapeau a Martone e chapeau a De Filippo, capaci di costruire una storia così convincente da portare noi fedeli del cinema a rispondere così a chiunque ci parli di loro: brava a’ Maronn’.

Disponibile gratuitamente su RaiPlay.it