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a cura Lorenzo Orsini

Il mare uccide ancora. A seguito delle proteste popolari che hanno impedito l’attracco di un’imbarcazione con a bordo dei migranti provenienti dalla Siria, un bambino è morto in acqua. Giornalisti picchiati, migranti invitati a tornare da dove vengono. Nell’isola greca le frontiere dell’Europa tracollano davanti all’onda umana che batte con forza sulle  rive e sulle reti spinate. Erdogan ha deciso di schiantare la fiumana di migranti provenienti dalla Siria direttamente verso l’Europa: il ruolo del cuscinetto turco è saltato. Le guerre non finiscono, mentre i popoli si muovono. Eppure in tanti non sembrano accettare questi due assiomi del giorno d’oggi.

Si pensava che si potesse porre un argine ai problemi umanitari provenienti dal Medio Oriente. L’Europa aveva ‘appaltato’ alla Turchia – sei miliardi di euro il prezzo – la gestione della quantità abnorme di profughi provenienti dai paesi mediorientali. Nel mentre, in Siria la guerra è tornata a far esplodere le bombe: città incenerite, civili in fuga. Il copione stavolta però non reciterà il solito arrivo in Turchia. Erdogan ha tolto il nastro dalla falla, lasciando sgorgare con forza il flusso di persone che vogliono fuggire in Europa. Ankara gestirà i profughi come si gestisce l’acqua dai rubinetti: aprendo e chiudendo, ricattando un continente intero. Chi cerca invece di fermare questa migrazione costruendo un altro muro è la Grecia, e con lei l’Europa che chiude gli occhi e si autocondanna a un’indifferenza lacerante.

A Lesbo è arrivata solo la conseguenza di quello che già era ampiamente prevedibile. L’Europa – consciamente o inconsciamente – credeva di risolvere almeno questo problema pagando qualcun altro per nasconderlo. E invece, questo qualcun altro ora si defila, bombarda, e combatte. Ma abbattuto un muro, se ne crea un altro poco più in là. A Lesbo il bambino non è morto di stenti, la barca non è affondata in mezzo al mare, così come accaduto troppe volte nel mezzo del Mediterraneo. Nelle acque fredde dell’Egeo, il bambino è morto perché la barca è stata respinta dalla banchina: allontanata con la forza dal molo, l’imbarcazione si è capovolta. Poco dopo, un piccolo cadavere a galleggiare leggero nell’acqua. Aveva solo cinque anni e fuggiva come tanti da avvenimenti più grandi di lui. L’hanno ucciso la rabbia dei cittadini che vedono nel prossimo la minaccia di una vita ancora peggiore di quella che già si vive. L’hanno ucciso la convinzione che i muri possano impedire alle persone di muoversi, e al mondo di fare la sua storia. Ma la storia di quel mondo, quello siriano, è quella di guerre e bombardamenti. Finché le bombe esploderanno e i soldati marceranno, le persone continueranno a spostarsi.

In questo scenario l’Europa resta a guardare, e i propositi di tempi senza guerre appaiono sempre più lontani dall’essere realizzabili. Dietro il muro in cui ci siamo rintanati è facile vedere ciò che si vuole guardare. Sporgersi oltre il muro per fissare negli occhi la rassegnazione di chi fugge dalle bombe può essere un buon punto di partenza per ricominciare a ragionare sulle migrazioni. Ma la paura dell’altro blocca ogni progetto: in tanti si chiedono se si possa tornare ad accogliere per davvero. Nel frattempo, le persone continuano a infrangersi sui confini. I fucili esplodono pallottole dolorose, l’indifferenza e l’appalto della sofferenza scricchiolano. L’Europa si prenderà l’impegno dell’azione?