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(o “discorsi sulla vita sulle scale di una palazzo“)
Si apre il portone, una scalinata, ci sediamo circa a metà; è come se ci conoscessimo da sempre. Io e Simone Cristicchi. Un’intervista improvvisata sulle scale, appunto, di un hotel a pochi metri da Piazza Maggiore. Di lì a poco l’istrionico cantautore romano avrebbe calcato il palco di Piazza Maggiore, in occasione del Festival Francescano 2019. Abbiamo parlato di “quattro accordi ed un pugno di parole“, perchè Simone ama definirle così le sue canzoni. Mi ha, poi, raccontato della sua ultima esperienza in Kenya al fianco di Amref, una ONG internazionale che si occupa di portare aiuti non tanto economici quanto nell’ambito educativo e sanitario. Ed infine, abbiamo anche parlato di spiritualità, di teatro e del forte legame che lo lega al francescanesimo.

Simone Cristicchi è una persona semplice, empatica, accogliente, di una gentilezza e di una disponibilità disarmanti. Insomma è un uomo di altri tempi. Non si nega a nulla, ama giocarsi fino in fondo…e poi ti conquista con un sorriso. Non smetterà mai di stupirmi la sua straordinaria capacità di ascolto, il suo esser capace di mettere a proprio agio chiunque intersechi la sua strada. Ma soprattutto, il suo modo privilegiato di usare le parole, come fossero carezze, ponti di pace. Delle parole Cristicchi conosce, infatti, molto bene la bellezza ma anche il peso, di cui vi ho tante volte parlato. Resteresti ad ascoltarlo per ore senza mai stancarti: quanta cultura dietro ogni parola, quante esperienze, quanta vita vissuta.

simone cristicchi

E’ il 28 settembre 2019, Bologna è un crocevia di gente che viene e che va. La città pullula di storie di vita diverse tra loro ma forse proprio per questo sempre molto belle. Comune denominatore: il desiderio di dialogare, di conoscersi, di raccontarsi, di confrontarsi.

Attraverso le parole: prove di dialogo“: questo il tema del Festival Francescano 2019, a 800 anni dall’incontro di San Francesco D’Assisi con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil nell’ambito della quinta crociata.

Ospite d’eccezione del Festival è appunto Simone Cristicchi accompagnato sul palco dall’orchestra del Collegium Musicum Matris, composta da studenti universitari e diretta dal maestro Valter Sivilotti. L’artista alterna racconti, monologhi e canzoni creando un’atmosfera magica e soprattutto continuando a dimostrarsi estremamente attuale.

Noi di Radio 1088 lo abbiamo incontrato subito dopo il soundcheck.

Simone Cristicchi mi ha raccontato del suo primo incontro con il mondo francescano: quando fu ospitato all’eremo di Campello, a Campello sul Clitunno, in Umbria, da alcune francescane minori, dette allodole. Lì ha potuto sperimentare per la prima volta quella che è la vita francescana: una vita di semplicità, di silenzio, di preghiera. Successivamente è stato invitato a partecipare al concerto “Con il cuore, nel nome di Francesco” ad Assisi, e proprio in quell’occasione l’artista romano ha avuto la possibilità di conoscere padre Enzo Fortunato.

Ho chiesto, inoltre, a Simone quanto concordasse con coloro che hanno definito la sua “Abbi cura di me” una laude francescana o piuttosto un Cantico delle creature 2.0 ed egli mi ha spiegato che sono state molte le interpretazioni date al brano e che non ce ne sono di giuste e di sbagliate. Lui la definisce una preghiera universale, in partenza senza nessuna connotazione religiosa. “La sua forza – chiosa – è questo essere interpretabile in tanti modi. Può sembrare una preghiera a Dio, una dichiarazione di fragilità, una richiesta di aiuto. Io ci ho messo dentro tutta la mia vita, il mio modo di vedere il mondo, le poche cose che ho imparato su quelli che secondo me sono gli argomenti prioritari della nostra vita. Volevo dare voce alla mia fragilità, alla mia debolezza interiore e in questo modo condividerla con tutti, con tutti quelli che si sentono come me“.

simone cristicchi abbi cura di me

Si definisce un esploratore, un curioso; quello che ha costruito nella sua vita dice di doverlo alla curiosità, al bambino che abita ancora dentro di lui e che gli permette di meravigliarsi e di stupirsi anche delle piccole cose.

Approfondiamo, poi, il tema del silenzio e mi confida che “Lo chiederemo agli alberi” nasce proprio dall’ascolto del silenzio, dalla percezione che solo se facciamo silenzio riusciamo ad ascoltare la voce della Natura che ci parla. Essa – commenta – ci dà continuamente degli insegnamenti e sta a noi farne tesoro ed interpretarli nel modo giusto. “Proprio per questo ho scelto l’albero, che rappresenta l’accettazione e la fermezza: le radici sprofondano nella parte oscura, nella terra mentre i rami puntano verso l’alto; l’albero è dunque simbolo dello spirito e della materia che sono in perfetto equilibrio. L’allodola, invece, l’uccellino prediletto da San Francesco, rappresenta l’umiltà, che non vuol dire essere remissivi“. E mi spiega come, in realtà, la parola “umiltà” è da ricondursi al latino “humus”, che significa “terra fertile”. Aggiunge poi: “Io credo che ci sentiamo davvero umili quando ritorniamo a essere terra, campo arato pronto a ricevere i semi degli altri; è quindi necessario essere aperti a quello che altri ci possono donare“.

Sul tema della fede mi confida, ancora, di non sentirsi affatto un uomo di fede ma piuttosto un pellegrino, un uomo in cammino; e che la bellezza sta più nel percorrere il sentiero che nell’arrivare alla meta.

Definisce, infine, i suoi spettacoli un equilibrio tra musica e narrazione e mi concede anche qualche piccola anticipazione sul suo prossimo progetto: uno spettacolo teatrale che debutterà il 28 novembre al Teatro Stabile d’Abruzzo, teatro che Cristicchi dirige in qualità di direttore artistico. Lo spettacolo si chiamerà “Happy Next: alla ricerca della felicità” ed esplorerà quella che è la falsa felicità, il falso benessere che ci viene in qualche modo propinato, e la vera felicità che, invece, è fatta di pochissime cose, ma importanti. Simone svilupperà allora l’intero spettacolo partendo da 7 parole che rappresentano per lui dei “piccoli ponti verso la felicità”.

Un nuovo album ci attenderà invece tra la primavera e l’estate 2020.

Durante il concerto Cristicchi ha ripercorso alcune tappe della sua carriera interpretando alcune delle sue canzoni più celebri per l’occasione in abito da sera, con un arrangiamento inedito curato dal maestro Walter Sivilotti. Il cantautore ci ha poi regalato una sua versione di “L’ombra della luce” del maestro Franco Battiato ed “Emozioni” di Lucio Battisti.

Simone Cristicchi ferma il tempo, non gli basta cantare, vuole raccontare; ed ecco che quasi ogni brano è preceduto da un racconto, da un monologo che lo illumina di senso, svelandone sfumature che ai più distratti son sempre sfuggite. E’ questo forse il caso di “Che bella gente” preceduta, durante il live, dalla lettura del rapporto dell’ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani nell’ottobre 1912.

«A volte crediamo che le nostre azioni quotidiane, i nostri pensieri, addirittura le nostre scelte non abbiano alcuna influenza sul mondo. Un’antica favola africana invece racconta di quel giorno in cui avvenne un grande incendio nella foresta. Tutti gli animali uscirono via dalle tane e scapparono via spaventati. Mentre fuggiva via, come tutti gli altri, il leone vide un piccolo colibrì che volava in direzione opposta. “Ma dove stai andando? C’è un incendio enorme, dobbiamo scappare via”. “Vado al lago – disse il colibrì – a raccogliere acqua col becco da buttare sopra l’incendio”. Al che il leone sbottò: “Ma sei completamente impazzito? Non penserai di poter spegnere un incendio enorme con 4 gocce d’acqua?”. Al che il colobrì concluse: “Io faccio la mia parte”».

Con questa favola il cantautore romano ha introdotto “Studentessa Universitaria”, perchè il cambiamento nasce dalla cultura, nasce dalle piccole cose, nasce dai piccoli gesti di ogni uomo e di ogni donna, di ogni studente, anche universitario. Si tratta di piccoli gesti insignificanti, se isolati; ma di grande forza se messi in un unico grande pentolone.

Segue un’intima versione di “Mi manchi” dedicata al nonno e preceduta da un monologo toccante che ci interroga ancora oggi: «Mio nonno è morto in guerra o almeno così mi ha raccontato; ché in guerra se non morivi fisicamente moriva comunque qualcosa dentro di te. […]

Mio nonno è morto in guerra e una parte di lui è rimasta lì, stesa sul campo di battaglia, ricoperta dalla neve e dai ghiacci della steppa russa. Mio nonno muore ogni volta che qualcuno continua indisturbato a fare affari vendendo armi agli altri uomini rendendoli animali, e insieme a mio nonno muiono tutti i giorni i partigiani, i loro cadevi umiliati, vilipesi, smembrati dalle parole a serramanico di un politico. Mio nonno muore ogni volta che un crimine resta impunito; ogni volta che un massacro di innocenti viene rimosso; ogni volta che qualcuno senza vergogna sputa sulla  nostra Costituzione; ogni volta che un bambino viene mutilato da una mina che non sia di matita. […]

Mio nonno muore ancora di più in questi tempi di finta pace».

E’, poi, il momento di un omaggio a Laura Antonelli, grande attrice del cinema italiano, e a tutti quegli artisti che hanno dato un grande contributo alla cultura italiana in tutte le arti e che nonostante questo sono stati messi nel dimenticatoio.

Cristicchi racconta anche dell’esodo degli istriani e di tutta quella gente che aveva perso tutto, per poi lasciare che sia la musica a curare le cicatrici di quelle ferite; che sia la memoria a rendere giustizia a tutte quelle persone il cui “tutto” di cui disponevano oggi possiamo trovare in un magazzino nel porto vecchio di Trieste: “un cimitero di oggetti dove riposa non in pace la vita quotidiana di questi uomini, di queste donne e di questi bambini”.

Ed ecco “Magazzino 18”.

Fra quei 350 mila italiani che andavano via dall’Istria c’era anche un piccolo Sergio Endrigo che Simone sceglie di omaggiare insieme al pubblico di Piazza Maggiore sulle note di “Io che amo solo te”. Sono solo brividi e lo sguardo, accompagnato da una sola voce, per un attimo, sale dritto al cielo.

Dedica, infine, “L’arcobaleno” (canzone scritta da Mogol e Gianni Bella ma cantata da Adriano Celentano, nda) a Marta e Martina, due bambine volate in cielo troppo presto.

«Credo che quando la barbarie diventa normalità la tenerezza è l’unica rivoluzione. Credo che la vera gioia sia riuscire a sentirsi parte di un panorama incantevole pur non essendo altro che un minuscolo granello di sabbia. Credo che la lingua di Dio è il silenzio e il suo corpo la natura. Credo alla potenza del soffione, il piccolo fiore selvatico che cresce ostinato, testardo tra le pieghe dell’asfalto, e anche in mezzo a mille difficoltà riesce comunque a farcela. Credo nelle stelle cadenti quelle che poi si rialzano e vanno avanti. Credo nel pesce fuor d’acqua perchè poi è l’unico che si è evoluto. Credo che ho preso talmente tante fregature da persone per bene che adesso mi fido solo dei pazzi psicopatici. Credo che chi non vive il presente sarà sempre imperfetto anche da trapassato, perchè la vera sfida è debuttare ogni giorno; tutto il resto è repertorio. Credo nel dolore che ti spezza dentro e in molti casi ti lascia migliore di quello che eri prima, perchè una ferita può diventare feritoia e le matite spezzate colorano ancora. Credo nell’amore, quello sprecato, buttato via; in chi sa donarsi agli altri senza chiedere niente in cambio e che se la prendi e la smonti quella parola è tutto il contrario della morte: amore, alfa privativo mors, a-more; vuol dire voglio che tu non muoia mai. Credo che alla fine del nostro viaggio non ci sarà chiesto quanti soldi abbiamo guadagnato, quante case abbiamo comprato, che posizione sociale abbiamo raggiunto, ma quanto amore, quanti semi di bellezza abbiamo lasciato dopo il nostro passaggio su questa terra. Credo che l’unico scopo di ogni essere umano sia dare alla luce se stesso e togliere le condizioni che lo tengono chiusi in un sepolcro. Credo che non ci sia peggior peccato che non stupirsi più di niente e che bisognerebbe tornare a guardare i bambini; a imparare da loro».