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Bologna. Volume al massimo.

Ai mi temp, sé…” si dice in dialetto,​ “ai miei tempi sì…”: una frase nostalgica, per indicare una condizione del passato migliore di quello che il presente ci offre.
E allora:​ “una volta si viveva meglio”, “il mondo era tutt’altra cosa“, “che certi aspetti​ dell’oggi sarebbero stati intollerabili”, “certe libertà odierne non si sarebbero potute concepire nemmeno​ nella più astratta delle teorie”.

“C’era una volta…Bononia!”. È cominciata con questa frase la nostra avventura alla riscoperta di una Bologna medioevale, ricca di segreti, di​ torri nascoste e torture a cielo aperto. Certo, nel 1400 assistere ad una esecuzione in piazza Otto Agosto era un po’ come andare a vedere uno spettacolo di Povia dal vivo, uno show per tutta la famiglia, che può piacere o meno e forse da vicino può impressionare i più sensibili, ma risulta essere un ottimo modo per passare un pomeriggio senza pensieri (o senza testa per i protagonisti più fortunelli dell’esecuzione). Se non hai mai assistito o subíto un qualche tipo di tortura non hai assolutamente alcuna chance di sopravvivere all’accogliente atmosfera medioevale bolognese.

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Ore 19:30, pioggia a catinelle e sole calante. Un clima scomodo, indubbiamente, ma pittoresco, che ci mostra una sempre suggestiva Bologna da cartolina. Al crepuscolo partiamo da Piazza Malpighi e attraverso la voce di Roberto Colombari, scrittore e fine conoscitore della storia di Bologna, ci addentriamo nel cuore della nostra città. Una città pulsante, vibrante che esprime vita in ogni suo borgo in ogni suo affresco e in ogni sua torre. Una Bologna che ci offre un’immagine composita e viva del suo passato remoto e prossimo, un colorito mosaico le cui tessere sono tanto le ricostruzioni d’ambiente, quanto i curiosi flashback sulla vita quotidiana. Anzi, a raccontare la Bologna medioevale saranno proprio le mille porte aperte su vizi, virtù e tradizioni cittadine a fornire la misura di quel passato, una misura che si confronta costantemente all’uomo e alla società.

Da Piazza Malpighi passiamo per Via Porta Nova sui versi di Guido Guinizelli, l’inventore del Dolce Stil Novo, colui che viene definito da Dante Alighieri «il padre​ mio e de li altri miei miglior» nel Purgatorio, XXVI, 97-98. ​ Dopo un ispirata interpretazione di Roberto Colombari dei versi di Guinizzelli, proseguiamo il nostro percorso fino a Piazza Galileo.

Qui, incastonata tra moderni edifici, ritroviamo la Torre Agresti. Nel 1641, la notte del 2 agosto, un furioso incendio distrusse i due stabili che circondavano la Torre e la bottega di un salumiere che al tempo risiedeva al pian terreno. Il fuoco, divampato dalla bottega di un ottonaio e attizzato da un violento temporale, continuò ad ardere per giorni. Il panico si diffuse in tutto il circondario, anche perché la Torre Lapi, giusto accanto, era utilizzata al tempo come magazzino di polvere da sparo e munizioni. Nulla esplose e l’Agresti resse. La torre è stata ricavata dalle demolizioni degli anni Venti e Trenta, per poi essere allargata dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale che devastarono pesantemente questa zona della città. Con questa ricostruzione, la Torre fu uniformata all’edificio circostante, abbassata agli attuali venti metri con la realizzazione di un’altana e privata dei blocchi di selenite tipici degli zoccoli delle torri bolognesi. Se ne stette intonacata e nascosta tra quei muri per tre secoli. Ma non avendo perso in solidità e fierezza, resse ancora ad un nuovo attacco, questa volta delle bombe del 1945, che fecero scempio di una casa vicina.

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Passando per Via de Pignattari​ ci fermiamo alla corte dei Galluzi. Qui veniamo a conoscenza di diversi racconti a luci rosse, dai toni fortemente tragicomici, che investivano la famiglia bolognese dei Galluzi. Queste storie non circolarono solo a Bologna, ma ebbero l’onore di essere persino “chiacchierate” dal Boccaccio in una delle sue novelle che vale la pena di raccontare.

Un tale di Firenze si mise a corteggiare la bella Beatrice, moglie di Pipino Galluzzi. L’astuto​ amante si fece assumere come servo in casa Galluzzi e insieme a Beatrice mise in atto un piano per ingannare il marito.
​Beatrice confidò al marito che il servo aveva intenzione di offendere il suo onore organizzando un appuntamento notturno nello scantinato. Consigliò così a Pipino di travestirsi da donna e di recarsi all’appuntamento per smascherarlo. ​Mentre il Galluzzi attendeva ignaro l’amante, i due si incontrarono e ne approfittarono per passare del piacevole tempo assieme. A cose fatte, il servo si recò nello scantinato e fingendo di incontrarla la apostrò con un “malvagia femmina, davvero hai creduto che io potessi tradire il mio signore? ” e con un bastone incominciò a “sonar di botte l’ingenuo​ Pipino”. Questo gli valse ovviamente la piena fiducia​ del padrone e la conseguente disponibilità di Beatrice. Ma mai come questa volta un marito fu più cornuto e bastonato del povero Pipino.

Arriviamo alla penultima tappa, in Piazza San Domenico, dove veniamo a conoscenza della triste storia di quella che fu una donna bella, istruita, ricca e potente che​ aspettava quasi come una liberazione che venisse appiccato il fuoco a quello che sarebbe stato il rogo che l’avrebbe consumata.
Era Gentile Budrioli la donna che ancora oggi la storia ricorda con l’epiteto di “strega enormissima” di Bologna. Ma, cosa aveva fatto per essere stata​ condannata ad una fine così orribile?

Gentile era nata da un’ottima famiglia ed aveva sposato il notaio Cimieri. Colta e sempre assetata di conoscenza, aveva frequentato le lezioni di e aveva appreso le arti erboristiche da Frate Silvestro del convento francescano nei pressi della sua casa. Nonostante l’ostilità del marito, iniziò a mettere a disposizione degli altri le sue conoscenze di medicina e ben presto in città si diffuse la fama delle sue abilità, unita alla rara capacità di comprendere e talvolta acquietare i malesseri della psiche di alcuni pazienti. Anche Ginevra Bentivoglio, moglie del Signore di Bologna, Giovanni II, volle conoscerla e diventarne amica. Rapidamente, Gentile meritò il ruolo di consigliera della piccola corte bentivolesca, ma questo la rese oggetto di invidia e, in breve tempo, di menzogne e maldicenze. I malelingue cortigiani, volendo metterla in cattiva luce, iniziarono a suggestionare Giovanni II, incolpando la Budrioli di gettare a Bologna una cattiva influenza con le sue arti stregonesche.

Da questo ad essere accusata di stregoneria e a venire affidata al Tribunale dell’Inquisizione il passo fu breve. Nemmeno Ginevra riuscì ad evitarle le tremende torture. La povera Gentile, ormai più morta che viva, finì per confessare reati che non aveva mai commesso e venne condannata al rogo.

La pioggia cessa. Non poteva essere altrimenti, perché finalmente arriviamo in Piazza Maggiore, “La piazza grande” dei nonni, quella piazza in cui si può immaginare di sdraiarsi in una notte di mezza estate per guardare il cielo stellato. Già, una di quelle cose che alla fine non facciamo mai…perché “ok tutto molto poetico, ma io il colera non me lo prendo, i pantaloncini di Gucci non me li sporco, i piccioni cospirano contro di me e proprio non me la sento di provocarli occupando abusivamente il loro territorio“.

Paranoie a​ parte, nell’andare via non poteva che cadermi l’occhio sulla facciata di San Petronio, bellissima e perfetta come sempre, elegante simbolo di Bologna e fonte di ispirazione di artisti e poeti.
Dopotutto San Petronio si affaccia su Piazza Maggiore, che in fondo è sempre stata​ una​ sorta di mamma che accoglie a braccia aperte tutti, dai musicanti, alle zdoure, dai giovani​ universitari di ogni dove, ai feroci piccioni, dalle dolci fiere gastronomiche, alle impiccagioni, dai baci, agli abbracci, dal suono di una chitarra, ai concerti del primo maggio, ai colori, ai fuochi d’artificio e ai raggi di sole che riflettono sul Crescentone.
Ce n’è per ogni gusto.

Ma quello che davvero non possiamo evitare di sentire, quando calpestiamo quella magica piazza, è una dolce melodia.​ Sono le note di Lucio Dalla che riecheggiano ad ogni passo, ogni volta. Ogni volta che calpestiamo Piazza Grande, Maggiore o Cavour.

“Lenzuola bianche per coprirci non ne ho
Sotto le stelle in piazza grande
E se la vita non ha sogni io li ho e te li do

E se non ci sarà più gente come me
Voglio morire in piazza grande.”

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Articolo di Ileana Caselli, speaker per Radio 1088 di Paranormal radio activity