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Un sentiero complesso
Serre dei Giardini Margherita, Bologna, ore 18:43.
Sotto un sole caldo che prova ad asciugare la pioggia appena scesa, viene montato il palco per la prima serata di IT.A.CA’ Festival, il quale terrà occupata la città fino al 30 maggio. Riconosco Wu Ming 2 e mi avvicino. Dopo esserci presentati di nuovo, ma per la prima volta dal vivo, cerchiamo un tavolo asciutto e relativamente appartato.wu ming 2

R88. Siamo alla prima serata di IT.A.CA’ Festival, il festival del turismo responsabile. Al microfono di Radio 1088 c’è Wu Ming 2, al secolo Giovanni Cattabriga. Si inizia con un evento molto particolare.

Wu Ming 2. Questa sera proponiamo un reading con musica e testi non semplicemente letti, ma recitati. Lo spettacolo si chiama Surgelati e si ispira a un testo che racconta il viaggio di un ragazzo che arriva in Italia dal Kurdistan. Per farlo attraversa Turchia e Grecia, per poi imbarcarsi per Ancona. In Italia viene trovato congelato in un camion frigo. Questo è lo spunto reale, arrivato grazie all’esperienza in un centro d’accoglienza di uno dei musicisti che collaborano con me. Il ragazzo ha accettato che noi partissimo dalla sua storia per costruire però un racconto tra il reale e il fantastico. Questo perché pensiamo che ormai di storie di viaggi, di migrazioni e tentativi di arrivare in Europa se ne sono raccontati tanti e molti l’hanno fatto bene e quindi di quel tipo di storia non ce n’è ulteriore bisogno, per quanto chiaramente sia sempre importante documentarlo. Il nostro è un tentativo di fare un racconto che non abbia solo elementi realistici e allora abbiamo usato il fatto che lui sia stato trovato congelato, quasi assiderato, come una metafora. Sganciandoci dalle reali conseguenze mediche, il nostro ragazzo rimane con la faccia congelata. La faccia come identità e identità preconfezionata e lui vive con questa faccia le sue prime avventure in Italia. Quindi la faccia diventa un simbolo.

R88. Questo mi sembra inserirsi nella “tradizione” letteraria di Wu Ming in cui l’impegno sociale si connette alla produzione artistica. Mi viene in mente anche una sua opera, Meccanoscritto, in cui si vive l’esperienza della scrittura collettiva. In un contesto letterario come il nostro, per molti punti di vista abbastanza personalista e narcisista, non è scontato riportare nelle pagine dei libri il tema sociale e farlo con metodologie allo stesso tempo pionieristiche e derivanti da una tradizione lontana. Vi sentite più pionieri o più riscopritori?

Wu Ming 2. Effettivamente entrambe le cose. All’inizio, quando dovevamo spiegare come mai ci fossimo messi collettivamente a fare romanzi in 4 o 5 persone, spesso facevamo l’esempio della narrazione del passato, a partire dai tempi di Omero, per la quale la creatività non era né strana né problematica. Anche il teatro shakespeariano in qualche modo ha sempre avuto modalità collettive: molto spesso gli autori si prestavano i personaggi. Chi ha studiato il teatro elisabettiano sa bene come gli autori andassero in teatro con dei canovacci e poi era la collaborazione con gli autori che creava il testo definitivo. Tutt’oggi questi sono modelli che noi abbiamo quando scriviamo un romanzo. Siamo poi convinti che la cultura digitale abbia riportato in auge metodi di creare cultura che in qualche modo erano stati dimenticati e appartenenti a una cultura precedente alla Prima Guerra Mondiale.

R88. I dati di vendita parlano da soli per quanto riguarda l’accoglienza di questi progetti da parte del pubblico. Ma da un punto di vista più reale, quando organizzate incontri o presentate i libri, dove trovate più ricezione, in che tipo di pubblico?

Wu Ming 2. Questo sinceramente non lo saprei dire. Attraversiamo spazi molto diversi, facciamo presentazioni in centri sociali occupati come in librerie indipendenti, andiamo ai festival: il nostro è un pubblico molto eterogeneo, trovandoci di fronte a persone di tutte le età. Recentemente ho parlato con una ragazza ventenne che mi ha detto di aver appena letto il nostro primo romanzo, Q. Ha detto di essere arrivata un po’ in ritardo, però lei è nata quando il libro è uscito. Ci è sembrato quindi che sia arrivata la terza generazione di lettori di quel libro, per cui non saprei identificare il nostro pubblico in maniera netta. Anche perché, in varie forme, assumiamo in modo abbastanza netto posizioni politiche…

R88. Direi che le ultime settimane sono state parecchio impegnate.

Wu Ming 2. Esatto, parecchio impegnate. Quando andiamo a prendere posizione in maniera decisa, spesso abbiamo lettori che hanno amato i nostri libri che ci dicono di essere delusi e in disaccordo con noi. Anche da questo punto di vista non abbiamo solo lettori di un determinato schieramento politico o simpatizzanti verso una certa opinione.

R88. In questo caso voi portate avanti lo storico contrasto tra artista impegnato e non. Perché ogni volta che si esce dal libro e dal racconto per curarsi del momento presente i rischi ci sono e non sempre si può piacere. Voi però, mi viene da dire, siete nati per essere impegnati.

Wu Ming 2. Sì, noi siamo nati fin da subito come collettivo politico e artistico e all’inizio non facevamo romanzi. Lo scrivere romanzi per noi era una delle tante forme di intervento politico. Scrivere un romanzo è fare un gesto nel mondo e nella società e quindi è per forza di cose prendere una posizione. Anche credere di scrivere per non prendere posizione è in fondo prenderla, è schierarsi per un certo tipo di letteratura. Noi abbiamo sempre l’impressione che chi cade dal pero per certe nostre posizioni forse non ha letto bene i nostri libri. Il bello di un romanzo è anche questo, l’interpretazione sfugge al controllo dell’autore. E meno male che i nostri libri vengono letti anche da persone che non la pensano come noi! Mi stupiscono invece quelli che una volta che abbiamo preso determinate posizioni ci dicono che non ci leggeranno più, quello mi sembra davvero strano. Pretendere di leggere solo romanzi di chi ammiri per certe posizioni mi sembra un po’ sciocco.

R88. Leggendola in un’ottica di pluralismo delle idee, se si legge solo ciò che già ci si aspetta la cosa diventa molto poco artistica.

Wu Ming 2. Dipende sempre dall’idea che hai di arte. Per me l’arte non è qualcosa che ti mette comodo, un minimo di inquietudine te lo trasmette, non ti fa accomodare sulla poltrona per farti addormentare tranquillamente, qualche puntina da disegno sotto il sedere te la mette. Leggere qualcosa con cui sappiamo già di essere completamente d’accordo, in vista di una conferma della propria visione del mondo, mi sembra un approccio poco interessante.

 wu ming 2

R88. Dato che siamo a IT.A.CA’, torniamo ai temi maggiormente legati a questo festival e alla sua produzione letteraria, spesso legata al tema del viaggio. Ne abbiamo parlato anche con Luca Mercalli, da sempre impegnato per la sostenibilità. Abbiamo bisogno di un nuovo concetto di viaggio, anche come status quo, per avere un cambio prima a livello culturale e poi a livello di sostenibilità ambientale?

Wu Ming 2. Sicuramente sì. Abbiamo bisogno di nuove categorie di turismo. Ormai il turismo, anche in seguito alla crisi dell’industria pesante e altre forme di produzione, è diventato una delle principali industrie mondiali, costituendo spesso una delle più importanti entrate delle nazioni. Di conseguenza, il turismo è diventato uno strumento in mano ad un’economia di tipo capitalista, in senso estrattivista. Tutta l’economia globale ha questo paradigma: individuare risorse, trasformando anche quello che non sarebbe risorsa in risorsa, per poi estrarre fino al prosciugamento. E questo senza nemmeno porsi il problema dell’esaurimento della risorsa. La bellezza, il fascino e il pittoresco di sentieri, vie e luoghi sono diventati risorse di questo tipo, sono diventati una bellezza che il capitalismo estrattivista, dopo averla resa risorsa, cerca di estrarla come se fosse petrolio, fino a quando non è spremuto tutto il limone. Poi, si passa al limone successivo e così via.

R88. Andando sempre a riprendere i suoi libri, si passa un po’ dai sentieri al corridoio, ricordando anche i vari progetti legati ad una mobilità veloce ma che dimentica la capacità e soprattutto la capillarità. In questo modo, quelli che sono luoghi diventano corridoi.

Wu Ming 2. Sì! In quel caso perché si decide che un luogo conta come risorsa-spazio, ovvero come piedistallo per una grande opera. Tutto il resto di ciò che quel territorio esprime non importa più. La logica estrattivista è allo stesso tempo mono-culturale, un territorio deve produrre una certa risorsa, quindi un territorio battezzato per essere un corridoio infrastrutturale deve fare quello. Poi nel momento in cui certi investimenti si rivelano non così fruttuosi oppure bisogna spostarsi perché il limone è spremuto, il risultato è lo stesso delle monocolture agricole: dopo quelle, c’è il deserto. Come viaggiatori e camminatori dobbiamo interrogarci anche su un nuovo tipo di bellezza, un nuovo tipo di interesse dei luoghi che non sia solo estetico, che non sia qualcosa che posso succhiare, come appunto con un limone, per poi lasciare solo la buccia.

R88. Insomma, che non duri quanto una storia di Instagram.

Wu Ming 2. Certo! Se noi puntiamo a un interesse dei luoghi che si riferisce al modo in cui quei luoghi vengono abitati, se comprendiamo il significato di un posto, il che potrebbe essere anche uno degli obbiettivi del nostro viaggio, attraverso le persone che vivono quotidianamente un determinato luogo, allora sarà un po’ più difficile fare un’estrazione a scapito degli abitanti. Se invece parliamo solo di una bella cartolina, allora è chiaro che alla cartolina possono anche mancare gli abitanti, li posso espellere se mi fa comodo. Questo per esempio succede nei centri storici delle città.

R88. È sempre emblematico il caso di Venezia.

Wu Ming 2. Ma anche Bologna! Io abito in questa città da sempre, quindi da 45 anni, e la proliferazione di esercizi, ristoranti e negozi pensati per il turismo, in seguito fondamentalmente a una bolla legata alla scelta di certe compagnie di atterrare al Marconi, negli ultimi 10 anni ha avuto una crescita esponenziale. Questi elementi mettono tutto un territorio a servizio di un certo tipo di economia e ne identificano la bellezza semplicemente con il contesto architettonico e enogastronomico. Se invece sono interessato davvero a un luogo sarà difficile espropriarlo a chi lo abita, perché nel momento in cui mando via gli abitanti è il luogo stesso a perdere d’interesse. Se riusciremo a fare questo passaggio, allora viaggiare potrà essere qualcosa di sostenibili, ma anche qualcosa che arricchisce i luoghi senza sfruttarli. Oggi il turismo invece rischia di essere solo sfruttamento.

R88. Politicamente parlando siamo in un momento rovente. Dal nord Europa, per quanto per correttezza bisognerebbe analizzare paese per paese, arrivano esempi di politica in cui la sostenibilità è presente tra i punti in agenda. In Italia, sia a livello politico sia a livello socio-culturale, sembra esserci una sorta di allergia ai temi della sostenibilità, come se fosse un argomento lontano. Lei come interpreta questo fenomeno?

Wu Ming 2. Credo che in parte ci sia una ragione storica. L’Inghilterra, ad esempio, ha conosciuto una rivoluzione industriale molto tempo fa e potremmo vederlo con un paese industrializzato da circa 200 anni, ovvero molto prima dell’Italia. I problemi ambientali e le contraddizioni del sistema sono emerse prima e di conseguenza anche la necessità di una tutela del paesaggio. In Inghilterra il paesaggio è tutelato e si ragiona in termini di paesaggio e non di cartolina da ormai molto tempo. Poeti romantici e tutto il movimento Art and Crafts hanno avuto molto più tempo per ragionare su questi concetti. In Italia per certi versi uno sviluppo simile a quello inglese si è avuto negli anni ’60 e ancora non si è riuscita a sviluppare una modalità di gestione dell’economia. Infatti, ancora oggi, si pensa che le infrastrutture autostradali, per esempio, portino il progresso di per sé, perché negli anni ’60, quando l’economia aveva un certo flusso, costruire autostrade in luoghi fino a quel momento tagliati fuori dalle comunicazioni è stato un volano economico importante che ha anche portato a un miglioramento delle condizioni di vita. Però questa è un’idea che andava bene 50-60 anni fa, il problema è che oggi viene riproposta tale e quale e chi si oppone viene anche considerato vecchio. Ma è assolutamente il contrario: vecchio è chi crede che il problema dell’Italia sia di tipo infrastrutturale letto in termini di corridoi e non di capillarità.

R88. In questo caso balza all’occhio la contraddizione di chi parla di “padroni a casa nostra” e poi in Val di Susa non ci è mai andato. Mi riferisco alla Lega, la quale parla della difesa del Paese e dei territori, poi però sulle grandi opere è il meno attivo o è il più attivo dall’altra parte.

Wu Ming 2. È uno stranissimo partito localista che doveva essere basato su un culto illusorio delle tradizioni locali, del valore dei luoghi, dell’attaccamento ai dialetti. Inizialmente, quando la retorica della Lega cercava di essere federalista e prendere voti grazie a quello, qualcosa ci ha messo dentro, poi questo è stato totalmente abbandonato e la Lega ha mostrato il suo vero volto. In realtà l’attaccamento ai luoghi del leghista è l’attaccamento di chi quei luoghi vuole continuare a cementificarli. Al massimo ci si inventa qualche tradizione qua e là, magari una disfida medievale in un paesello della bassa, ma non molto di più. Questo effettivamente è abbastanza contradditorio. Dall’altra parte è vero che altre forze, come ad esempio la sinistra, hanno fatto fatica a riconoscere e valorizzare elementi legati ai luoghi e alla territorialità. Il problema se lo poneva anche Gramsci, quindi bisogna andare un po’ in là. Mentre negli altri paesi è concepibile una sinistra interessata a un territorio specifico, come per esempio in Catalunya, in Italia la sinistra non è mai stata questo. Anzi, ha sempre considerato questo come un qualcosa di retrogrado, ha sempre cercato di mostrarsi come alleata del progresso.

R88. E se pensiamo al tema della sostenibilità, l’ultimo governo, lo dico aprendo le virgolette, di sinistra è stato quello che meno ne ha fatta, basti pensare allo Sblocca Italia. Da questo punto vista un elettore interessato ai temi appena citati e quelli trattati anche in questo IT.A.CA’ Festival fa fatica a trovare una rappresentanza…

Wu Ming 2. Non sa veramente dove andare a mettere la croce! L’ambientalismo in Italia, a parte alcune figure per certi periodi anche legate a certe formazioni politiche, penso ad Alexander Langer ma anche ad altri, è stato usato principalmente come un pretesto, come una paroletta da mettere lì…“Sinistra Ecologia e Libertà”, come una formula da provare perché funzionava in altri paesi. C’è il boom dei Grune in Germania e allora facciamo i Verdi anche in Italia: è un tipo di esperienza politica che non ha sedimentato quasi per niente. Funzionava di più quando era un movimento più spontaneo, non legato un partito, come i gruppi contro il nucleare dei primi anni ’80 e alcune battaglie ambientaliste che sono state vinte in Italia, perché quando poi si sono strutturati come pretesto per raccogliere voti, l’ambientalismo è stato completamente svenduto. Noi purtroppo abbiamo anche a livello di associazioni ambientaliste spesso delle associazioni che nelle lotte territoriali contro grandi opere imposte ed inutili fanno da mediatori. Legambiente, per dirne una, in molti casi in fondo fa questo, il “non dobbiamo dire solo no” per poi andare a contrattare eventuali modifiche e migliorie. Diventano consulenti per fare meglio il progetto e questa è una logica che spesso si è dimostrata sbagliata.

R88. Vista la situazione, per non avere poi molti risultati.

Wu Ming 2. Se si sono ottenute modifiche ai progetti, se pensiamo alla TAV in Val Susa il progetto è stato modificato forse una decina di volte, è perché c’è stata un’opposizione dura che ha detto NO e basta. E allora ecco che cambi il tracciato, fai la TAV low cost, cerchi tutti i modi per tenere il punto, perché ormai lo Stato ha deciso che non può cedere di fronte a una richiesta dal basso di questo tipo perché ne andrebbe della sua credibilità. Ma tutti le modifiche derivano da un secco NO arrivato dall’altra parte.

R88. Un NO che non è stato raccontato. La porto su un tema su cui so di trovarla critico, ovvero l’informazione, la quale ha sempre un valore chiave in un paese democratico. Nel caso TAV si è trattato un problema di carattere infrastrutturale, logistico ed ecologico come un problema di ordine pubblico, raccontando di cassonetti bruciati e scontri con la polizia ma molto poco del progetto in sé. L’informazione in questo è responsabile.

Wu Ming 2. Ricordo un libretto, uscito credo nei primi anni 2000, dal titolo Le ragioni del sì. È stato scritto da un docente dell’Università di Torino e dai suoi studenti, se non sbaglio di una facoltà legata al giornalismo e alla comunicazione. Loro come laboratorio pratico si mettono alla ricerca delle ragioni del SI pro-TAV nei grandi giornali nazionali, ipotizzando che su un giornale persone esperte con il tempo di studiare la questione espongano i motivi a favore di questa grande opera, ne approfondiscano i dibattiti. Per altro, questo professore non si è nemmeno schierato, era solo una ricerca. Alla fine, sconsolato, ha ammesso di non aver trovato nessun opinionista o divulgatore tendenzialmente attivo sui giornali che avesse esposto le ragioni del SI, loro non le hanno trovate. Ogni volta che si parlava di TAV sui grandi giornali italiani erano petizioni di principio: “va fatto perché ce lo chiede l’Europa”, “va fatto e basta” ecc. Mai che si entrasse nel dettaglio. Devo dire che da questo punto di vista il movimento NO TAV, chiaramente con i suoi mezzi, l’informazione l’ha fatta.

R88. Penso in questo caso a come si sono mossi alcuni docenti del Politecnico di Torino, al già citato Luca Mercalli, Marco Aime per l’antropologia e potremmo citarne altri: persone che hanno dato una visione anche tecnica della questione. In senso invece più letterario penso a Erri De Luca o Zagrebelsky per quanto concerne il lato giuridico.

Wu Ming 2. E poi fortunatamente dei tecnici anche capaci comunicare. Mercalli, Aime sono persone capaci di scrivere libri anche per non addetti ai lavori o esperti di settore. Quello che studenti e professore hanno sbagliato nella loro ricerca è stato partire dall’assunto che i grandi giornali abbiano ancora questo tipo di ruolo, mentre per fortuna le fonti di informazione si sono moltiplicate e la possibilità di trovare informazioni alternative le persone ce l’hanno. È chiaro che l’Italia da questo punto di vista non è all’avanguardia perché è un paese in cui, a dircelo sono tante indagini sociologiche, le persone si informano attraverso la televisione, uno strumento che dalla mia generazione in giù è sparito in quanto fonte di informazione. Il telegiornale lo guardo come indagine sociologica per vedere che cazzo dicono e come la mettono giù al TG, senza essere una fonte. E i miei figli assolutamente non guardano la tv. Evidentemente però resta uno strumento potente.

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R88. Dall’altra parte, nel campo del web, c’è però la difficoltà a reperire informazioni effettivamente affidabili, probabilmente per mancanza di educazione alluso dello strumento, forse non data proprio dagli stessi che si informano con la tv.

Wu Ming 2. Io ricordo che quando ero alle scuole medie i bravi professori ti facevano varie lezioni e laboratori, spesso trovavi anche qualche sezione sui manuali, su come si legge un giornale. Come sono fatti, come si differenziano tra loro: questa media education i professori erano in grado di farla sulla carta stampata, con i quotidiani già presenti da tempo. Oggi credo che un’educazione ben fatta, anche solo sull’uso di un motore di ricerca, è data per scontata. I professori assegnano delle ricerche perché tanto internet i ragazzi lo sanno usare, perché è scontato che i nativi digitali sappiano usare internet anche per fare ricerca, comprendere quali siano i buoni risultati e distinguerli dalla fuffa, analizzando le fonti. In parte c’è questo dare per scontato, in parte c’è un’incapacità perché se ai professori venisse chiesto di spiegare ai ragazzini come si fa, probabilmente non sarebbero in grado. Ma di questo ce n’è davvero bisogno, perché in fondo le così dette fake news non sono nemmeno così difficili da scovare, in quanto seguono schemi abbastanza ripetitivi. Una volta che hai capito come funzionano e una volta che hai fatto un po’ di pedagogia dell’informazione, non ci vuole poi tanto a verificare la veridicità di una fotografia, l’esistenza reale di una citazione, la solidità di una fonte. Anzi! Con gli strumenti digitali si fa molto prima rispetto a un tempo, però bisogna farsi le domande giuste. C’è un gruppo di ricerca sulle fake news storiche, nato sul nostro blog Giap, che si chiama Nicoletta Bourbaki, è un collettivo di storici e appassionati di storia, che recentemente ha prodotto un pdf scaricabile gratuitamente dal titolo “Questo chi lo dice e perché”: un prontuario su come rapportarsi a notizie, informazioni o frasi che a volte girano su eventi storici oppure citazioni attribuite a un tal personaggio. Ora questo lo stanno presentando nelle scuole e nei circoli di lettura. Ma d’altronde se la media education sui giornali siamo riusciti a portarla nelle scuole quando a scuola ci andavo io, probabilmente con internet arriveremo quando nel frattempo sarà nata un’altra tecnologia.

R88. Insomma, in costante ritardo. Vado in conclusione riprendendo le sue parole, ovvero sottolineando quanto sia importante porsi le giuste domane. Io di anni ne ho ventidue e di ragazzi della mia età, soprattutto in una città universitaria come Bologna, che di domande se ne pongono ce ne sono. Cosa direbbe lei oggi a un lettore di Wu Ming che vi vede trattare della storia in determinati modi e fare del giornalismo in determinati modi e magari sogna di contribuire, tornando al nostro tema principale, al viaggio di questo Paese? Ha un messaggio per chi è più giovane di lei?

Wu Ming 2. Non c’è un messaggio preciso. Già farsi domande è un aspetto fondamentale, perché, citando Gramsci, avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Se dovessi dirne una, tra le tante, è che vedo sempre di più il tentativo di nascondere il conflitto, nascondere i conflitti reali per sostituirli con conflitti fittizi. Questa è forse la cosa più importante alla quale stare attenti: vengono continuamente create false aggregazioni per poi contrapporsi agli altri, dei noi contro gli altri. Ecco, essere capaci di interrogarsi del fatto che il noi proposto sia effettivamente un noi, se l’altro è effettivamente un altro o se tutto questo non è altro che un modo per nascondere conflitti più reali, più interessanti e anche più incisivi. E poi non avere paura del conflitto. Senza usare le categorie dei “giovani” o delle “nuove generazioni” che sono un po’ terrificanti, vedo che spesso c’è un invito, una stimolazione a considerare il conflitto come una cosa brutta. La ricerca della mediazione, dell’accordo, il fatto che in fondo non convenga alzare la testa, come a scuola che è meglio non rompere i coglioni al professore perché magari va a finire male, il vogliamoci bene…

R88. La grande balena bianca che non ha smesso di nuotare?

Wu Ming 2. Esattamente! Ma in modo sempre più subdolo. Oggi passa molto attraverso una richiesta di omologazione che io trovo mostruosa. Oggi un ragazzo si trova a dover resistere a una richiesta di essere omologato che è mostruosamente superiore rispetto a quella che gravava sulle mie spalle quando ero ragazzo. In qualche modo mi sembrava che quarant’anni fa essere diversi, essere alternativi, potesse essere un’opzione possibile, una cosa interessante che uno poteva fare senza sentirsi isolato, drop out, sfigato. Oggi mi sembra più faticoso e chi lo fa ha tutta la mia stima. Però la richiesta di omologarsi, stare nel gruppo, non alzare la testa, avere tutti gli stessi abiti, le stesse cose, gli stessi gusti musicali … mi sembra che anche delle contrapposizioni tra fruitori di diversi generi musicali ce ne siano sempre meno. Persino la musica viene proposta come una pappa un po’ uniforme, è diventata scontata, la ascolti dovunque ed è sempre ovunque. Elementi che un tempo creavano conflitto e differenziazione oggi ci sono molto di meno, quindi il mio invito è a rifiutare questa omologazione che sento pesantissima.

Anche io.

 

wu ming 2

Il programma di IT.A.CA’ Festival è disponibile a questo link.

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