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TARANTO, ITALIA

Nelle ultime settimane l’ex acciaieria Ilva, oggi di proprietà della multinazionale franco-indiana ArcelorMittal, è tornata al centro del dibattito pubblico e politico. Questa volta però il fulcro della situazione si distacca dalle storiche sentenze riguardanti le inaccettabili condizioni lavorative degli  operai e persino la questione ambientale sembra passare in secondo piano. Il problema, oltre ad essere prettamente giuridico, si rivela sempre più complesso e di difficile gestione.

Per capire cosa stia effettivamente succedendo bisogna partire da premesse che vorrebbero definirsi come “solide”, ma che in realtà si presentano semplicemente come la somma delle volontà individuali di chi è al governo e, visto che le maggioranze in Italia sono tutto fuorché stabili, di conseguenza diventano piani estremamente malleabili. Ai tempi del passaggio delle consegne della società tarantina, avvenuto tramite regolare gara pubblica, il colosso della siderurgia Mittal è dovuto scendere a patti con la sottoscrizione di un vero e proprio contratto con lo stato italiano con il quale entrambe le parti si impegnavano nella corretta gestione dell’acciaieria. Se da una parte l’Italia avrebbe garantito ai manager dell’industria il cosiddetto “scudo penale”, cioè una sorta di immunità per le violazioni delle norme ambientali commesse dallo stabilimento nel corso degli anni, dall’altra la nuova amministrazione Mittal avrebbe dovuto portare avanti una serie di obblighi industriali quali la bonifica dei territori e il rinnovo degli impianti. Inoltre, da non dimenticare, vi è un altro dettaglio chiave: una clausola secondo la quale al mutamento delle condizioni promesse o delle politiche governative, l’accordo sarebbe legittimamente saltato. Nemmeno a dirlo, così è stato.

La decisione della società indo-francese ArcelorMittal di lasciare l’acciaieria Ilva di Taranto, comunicata ormai un paio di settimane fa, era in realtà attesa dal governo. Anche se come finirà questa vicenda e di chi sia la responsabilità rimane ancora oggi poco chiaro e nel frattempo il governo, l’opposizione e gli stessi partiti interni alla maggioranza si rimpallano le colpe per quello che è accaduto. Perché ArcelorMittal dice di voler andarsene? La ragione ufficiale è che il Parlamento ha cancellato lo “scudo penale” e il problema è che così facendo gli attuali e nuovi amministratori si potrebbero trovare a  dover commettere dei reati ambientali, sulla base delle attuali condizioni dell’impianto frutto della precedente gestione. La società si lamenta anche per i provvedimenti del Tribunale di Taranto che rischiano di obbligare allo spegnimento dell’altoforno 2 dell’acciaieria, che necessita di interventi speciali dopo la morte di un operaio nel 2015. Sono in molti comunque, se non la maggior parte, a sostenere che queste ragioni non spieghino da sole la decisione di ArcelorMittal e che ciò costituisca di fatto solo un pretesto volto a motivare le vere cause della rescissione: il mercato dell’acciaio è entrato in crisi nell’ultimo anno e ArcelorMittal vorrebbe quindi liberarsi di un investimento, ai suoi occhi, non più redditizio.

Che sia una scusa o meno, l’intera vicenda di questi giorni ruota intorno alla suddetta immunità. Questa era stata introdotta la prima volta nel 2015, durante il governo Renzi, quando si decise di mantenere in funzione l’Ilva e di affidarla a dei commissari che cercassero un compratore. Tra 2017 e 2018, durante il governo Gentiloni e durante la gestione del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, iniziarono le procedure per cedere lo stabilimento ai privati, che furono poi completate il primo novembre 2018 con l’entrata di ArcelorMittal. Nel frattempo però erano cambiati governi e maggioranza parlamentare. Al posto del PD, favorevole alla cessione dell’impianto e alla prosecuzione della produzione, era arrivato il Movimento 5 Stelle, che da sempre sostiene la necessità di chiudere o almeno di rivoluzionarne completamente i metodi di produzione. Nonostante le promesse fatte in campagna elettorale, a fronte dell’avvio delle procedure, il Movimento dovette rapidamente cambiare idea e accettare che oramai l’impianto era destinato a rimanere aperto. Però con l’ultima crisi di governo e lo stravolgimento delle maggioranze il M5S ha visto l’opportunità definitiva per far valere i suoi interessi in merito: da agosto nuove trattative sono iniziate e 15 senatori, capeggiati dall’ex ministra per il Sud Barbara Lezzi (eletta l’anno scorso proprio con la promessa di chiudere tutti gli impianti dell’acciaieria), sono riusciti a ottenere un parere positivo sull’emendamento che punta a eliminare lo scudo penale dal decreto “salva imprese” durante la sua conversione in legge.

In merito alla questione sono quindi fin troppi gli interessi in ballo e in queste settimane è un continuo susseguirsi di meeting tra forze politiche, amministratori d’azienda e rappresentati dei lavoratori. Si è concluso venerdì infatti a Roma l’incontro tra governo, ArcelorMittal e i sindacati. I nodi sul futuro della compagnia non sono stati sciolti ed è stato ribadito come qualsiasi trattativa veda come presupposto la garanzia dell’immunità. Quest’ultimi riassumono così la situazione: «Siamo a un metro dal caos. ArcelorMittal sa cosa vuole, il governo invece è confuso e continua a sbagliare. Bisogna che faccia i passi necessari per riaprire la trattativa». Il punto di vista del ministro per lo Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli, invece è ben diverso: “L’azienda ha detto qualcosa che ci ha lasciato piuttosto perplessi: che tutto è legato allo scudo penale quando dal 12 settembre dichiara che ci sono 5mila esuberi necessari per un problema strutturale dell’impianto che non potrà mai più produrre più di 4 milioni di tonnellate l’anno. Allora l’azienda si deve mettere d’accordo con se stessa.”

La situazione intanto precipita rapidamente. La cordata franco-indiana ha comunicato che il 4 dicembre andrà via e i commenti non possono che essere molteplici, a fronte degli innumerevoli punti di vista circa tale questione che di giorno in giorno sembra complicarsi sempre più. Gli interessi in gioco sono quindi di tipo economico, politico e sociale e ciò comporta inevitabilmente un mutamento del quadro, anche piuttosto repentino, sotto ognuno dei rispettivi aspetti. Si può prendere posizione? Probabilmente no, eppure noi italiani, chi da una parte piuttosto che dall’altra, ci riusciamo lo stesso.