Condividi:

di Lorenzo Orsini

Era il 4 marzo, e il governo aveva appena stabilito che tutte le attività didattico-scolastiche erano sospese. Non ancora i bar, non i ristoranti, neanche le sale scommesse: le scuole. Disorientamento, perplessità. Ma come, tra tutti, proprio le scuole? Era necessario, in effetti. Ma la mente calda processa all’impazzata senza razionalizzare, sputando sentenze e affrettate conclusioni sull’operato degli altri. Era difficile capire che sì, la scuola andava chiusa, così come ogni altra forma di aggregazione. Il Covid-19 si batte così, e infatti pochi giorni dopo è lockdown totale. E le lezioni? E l’apprendimento?

Insegnante novello, pensavo al paradosso della mia prima esperienza didattica nell’anno del Coronavirus. Ma c’era da muoversi, ora: preparare le lezioni. La didattica non si poteva fermare, il mantra del movimento perpetuo non poteva certo non comprendere anche uno dei pochi settori dove davvero l’immobilità avrebbe potuto recare dei danni irreversibili. Nessuno stop, dunque: solo una piccola pausa, durata due settimane circa. Ora, si doveva ripartire. Il problema era trovare il modo di ripartire.

In Cina, le scuole sono riaperte: qui, una bambina con un'”elica” che segna la distanza di sicurezza di un metro

Nella frenesia dei proclami, i professori si sono trovati improvvisamente a dover reinventare il concetto stesso di insegnamento. Ma mentre i numeri della pandemia impazzavano e la situazione degenerava, la didattica restava nell’ombra. L’unica disposizione nazionale era quella di proseguire, laddove possibile, con forme di insegnamento a distanza. Trovatomi senza riferimenti e senza guida, ho dovuto passare la palla al balzo agli studenti. L’educazione tradizionale è ormai una sciagura. Un male che però rimane però una tentazione enorme, così come i più bei vizi della vita: prendi un ragazzino, riempilo di nozioni, e puniscilo se non le apprende. Semplice, facile, e senza possibilità di testacoda di responsabilità: sua la colpa se impreparato, tuo il merito se arricchito. Ma dopo secoli di nozionismo c’era finalmente l’occasione pratica di mettere l’apprendente al centro della lezione. Tutta la didattica poteva venire indirizzata verso lo studente, spronato così a divenire centro dell’universo scolastico: domande, interventi e lezioni autoprodotte. Autonomia e libertà. Montessori.

Spostando la centralità sui ragazzi, però, è rapidamente apparsa ovvia una cosa che prima ovvia non era: gli studenti sono esseri umani che in quanto tali hanno vite diverse, famiglie diverse, case diverse. Portando la lezione nelle mura delle loro abitazioni, l’umanità straziante di situazioni difficili non poteva più essere nascosta dalla democrazia scolastica. E solo allora mi sono reso conto di quanto la scuola abbia una forza sociale. Il rovescio della medaglia è addirittura doppio: non solo la fragilità umana forzatamente portata in luce; è apparsa insormontabile anche una reale disparità sociale tra persone che ancora una propria vita sociale non hanno potuto crearsela.

Vittime o beneficiari del sistema in cui crescono, gli studenti che avevano una buona predisposizione allo studio e che avevano i mezzi prima, ora migliorano ancora, stimolati da nuovi sistemi di apprendimento. Chi, invece, già prima faticosamente riusciva a lasciare oscuri fastidi a casa, ora cala di nuovo nel silenzio: telecamere spente, ragazzi irraggiungibili e che spariscono da un momento all’altro. La pigrizia, certo, comprensibile. Ma anche, spesso, una difficoltà insita nel divario sociale che questa crisi sanitaria (e didattica) sta contribuendo ad ampliare a dismisura.

Chi ha dei genitori che possono garantire l’ordine a casa, come è quello tenuto in classe dal professore? Chi può impedire a un ragazzo o ad una ragazza di saltare la scuola, se deve contemporaneamente lavorare (e ora, anche lontano da casa)? C’è chi ce la fa, e chi resta indietro. Chi ce la sta facendo, ce la farà sempre meglio. Chi rimane indietro, avrà sempre più strada da recuperare.