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di Fabio Ciraci

Le crisi hanno tante sfaccettature e tanti aspetti diversi. Momenti di sconforto globale, di completa apprensione per un dato evento da qualche parte nel mondo, fanno precipitare la fiducia nel nostro sistema e che ci portano automaticamente verso la recessione. Altre volte passano in sordina: esistono ma nessuno se ne interessa realmente, con silenziosi effetti sulla vita di tutti i giorni. La più recente, legata al particolare momento storico, è la crisi relativa alla vendita del petrolio, elemento fondamentale nel piccolo quotidiano di ognuno.

Per spiegarne le origini questa volta dobbiamo tornare indietro di quasi dieci anni. Nel 2011 la Russia guidata dal presidente Medvedev, dello stesso partito di Putin, approvava il progetto del gasdotto Nord Stream 2, che doveva collegare le industrie di gas e petrolio russe con l’Europa, diventando dunque una nuova fonte da cui potersi rifornire. È però nel dicembre dello scorso anno, quando la struttura sta per essere ultimata, che gli Stati Uniti hanno imposto severe sanzioni a Mosca, per mantenere il proprio ruolo egemone nel settore. Gli USA infatti sono i maggiori produttori di ShaleOil, un tipo di petrolio ricavato tramite Fracking – procedura in cui si fanno esplodere delle cariche nel sottosuolo per raggiungere il prezioso combustibile. Questo porta a costi molto alti di produzione e raffinazione: si stima che il tetto minimo per la produzione sia di 25 dollari al barile, ma il prezzo a cui viene rivenduto è significativamente più alto. La Russia non può obbiettare e incassa il colpo basso.

Nel Gennaio 2020 la Cina è costretta a far chiudere tutte le sue aziende, dovendo necessariamente abbassare la produzione e riducendo la spesa per il petrolio. Questo naturalmente fa scendere il suo prezzo, non essendo più acquistato in grosse quantità, da 74$ a 50$ al barile. La situazione pare poi stabilizzarsi, ma solo fino al 6 marzo 2020, giorno in cui si è tenuto l’OPEC+, il congresso dei maggiori Stati coinvolti nel commercio dell’oro nero –  tra gli importatori ricordiamo Arabia Saudita, alcuni Stati africani e diversi Paesi del sudamerica, mentre fra gli esportatori ovviamente la Russia, leader nel settore dei combustibili naturali. Punto focale del summit: riparare al problema del calo del prezzo di petrolio, per evitare che quei Paesi che basano gran parte del loro PIL su di esso, non venissero penalizzati. La soluzione scomoda è però un un taglio della produzione, di modo che la scarsa offerta facesse risalire il prezzo del greggio.

La Russia rifiuta. Il prezzo del petrolio cade con un tonfo rumoroso a 40$ al barile, generando l’ira dell’Arabia che per tutta risposta fa qualcosa di incredibilmente inaspettato: aumenta la produzione. Questo spinge il prezzo dei barili più in basso di ulteriori 10$, toccando un minimo storico che non si registrava dalle Guerre del Golfo e portando sul lastrico molte aziende americane, che sono notoriamente quelle con costi di manodopera più alta.

Ora rimane un solo interrogativo a cui rispondere, per quanto il prezzo rimarrà basso? Perché per quanto sia vero che l’Arabia Saudita ha potuto mostrare l’egemonia in questo mercato, essa basa molta della produzione interna sull’estrazione del petrolio e non può permettersi di portare avanti questo braccio di ferro ancora per molto. Bisognerà quindi aspettare e cercare di capire come le superpotenze esportatrici di petrolio reagiranno, ma soprattutto, come cambierà dopo questo stop mondiale la richiesta di petrolio, quali conseguenze avrà sull’economia mondiale questa recessione che riguarda l’intero pianeta. Un’altra cosa ad oggi mai avvenuta.