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Articolo di Lorenzo Orsini

L’Europa chiude, e con lei le nostre certezze. Ursula Von Der Leyen ha dichiarato di avere in programma un piano mensile di chiusura dei confini dell’UE. Il confine europeo si prepara a cingere per davvero l’intera zona Schengen: una lunga cortina separerà l’Europa da ciò che non è Europa. Il progresso nella cancellazione dei confini e nello sviluppo del libero movimento si mette in pausa. L’emergenza diventa internazionale, mentre l’occidente riscopre i muri. E forse questa riscoperta mette in crisi l’intero apparato su cui poggiavano le nostre abitudini.

Il limes era un concetto perso nei ricordi da chi nell’Europa ci è nato. Il cittadino del Vecchio Continente non ha mai concepito la propria vita come un qualcosa di limitabile: viaggi, vacanze, lavoro, libertà. Tutti questi concetti sono parte fondamentale dell’identità europea. Una scontata libertà, oggi più che mai è messa sotto assedio dalla pandemia del Coronavirus. L’aumento dei contagi ha portato a delle soluzioni drastiche. Il virus non conosce confini, ormai questa frase si ripete come un mantra. E questo spaventa: i proclami di tempi di guerra, le chiusure totali, i tentennamenti per la paura di fermare la filiera produttiva: il cittadino europeo è libero, ma non può fermarsi. Libero di muoversi, libero di fare, ma non libero – non con sé stesso almeno – di mettere in pausa la propria vita. E perciò, arrivano non più le raccomandazioni, ma gli obblighi.

Il virus non conosce confini, l’abbiamo ripetuto. Noi, ora, dovremo riiniziare a scoprirli: non più per timore di guerre e divisioni, ma per una paura ben più ampia. Le persone circolano troppo, portano con sé il virus, e con il virus intasano ospedali e letti che bombardano i sistemi sanitari, che fanno cadere le economie. Un domino distruttivo inghiotte l’Europa, che per ripararsi abbassa con forza la testa della popolazione nella trincea. I confini si innalzano per nascondere noi stessi e gli altri cittadini del mondo dal pericolo di contagio. I muri d’Europa, da tempo cancellati, tornano – e lo fanno sempre – nei momenti di difficoltà.

Il limes ai tempi di Roma non era solo limite, ma anche strada: nell’enorme impero Romano non era immaginabile una fortificazione continua dei confini imperiali. Così il limes era anche la strada che connetteva le diverse legioni di stanza alle frontiere. Per questo oggi più che di confini dovremmo parlare di muri. Le soluzioni appaiono rudimentali: ciò che è difficile contenere si chiude con più forza nel recipiente dove si è ficcato. La speranza è che la chiusura sia ermetica.

Dalle macerie di questa pandemia rinascerà una società mutata. Non perché l’economia collasserà: nessuno lo auspica. È la libertà che ci distingue a diventare un problema. Come accettare di chiuderci nei confini quando è il muoverci che ci rende umani? Il cittadino scava nei paradossi, e ora avrà tempo di riflettere: cosa ne uscirà da queste settimane di quarantena? In un mondo dove nessuno si può fermare, siamo tutti fermi: sediamoci, respiriamo, e assistiamo alla storia. Qualcosa dovrà pur accadere.