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di Lorenzo Orsini

Silvia Romano torna in Italia, sta per atterrare a Ciampino, e ancora non sa quello che si appresta ad affrontare. È stata rilasciata pochi giorni fa da una prigionia durata 18 mesi: partita come cooperante volontaria, era stata rapita in Kenya il 20 novembre del 2018 dal gruppo terroristico jihadista Al-Shabaab. L’intelligence italiana negli ultimi mesi è riuscita a intavolare una trattativa che ha portato – in modi ancora da chiarire nei dettagli – alla liberazione della ragazza, che ora torna in Italia finalmente libera. Finita la reclusione però, ora sta per iniziare un nuovo calvario. Questa nuova sfida sarà sicuramente una stupidaggine se confrontata all’essere rinchiusa prigioniera per un anno e mezzo. Eppure, il presentimento non è buono: stavolta non ci sono fucili d’assalto e facce coperte a fare paura. Ora il nemico sta per diventare l’odio pubblico, accompagnato fino alla soglia di casa Romano, senza invito e senza educazione.

Sulla pista d’atterraggio ad attendere Silvia Romano ci sono le istituzioni, ovviamente. Il presidente Conte, il ministro degli Esteri Di Maio e via tutti i vari – chi più chi molto meno – protagonisti di questa liberazione. Sulla stessa pista d’atterraggio, però, ci sono anche tanti, troppi obiettivi e microfoni: c’è un’orda di giornalisti assatanati pronti a prendere d’assalto Silvia Romano per impacchettarla nel suo jilbab e servirla ancora calda alla gogna mediatica. Appena tutti la vedono nel suo abito islamico si leccano i baffi ingolositi: si è convertita all’islam, questo già si sapeva. Ma ciò che finalmente si capisce è che Silvia Romano è pronta a diventare un nemico pubblico dei milioni di cliccatori ossessivi: è stata liberata dallo stato italiano per tornare islamica. Sindrome di Stoccolma: si è messa gli abiti dei suoi carnefici, e ha addirittura l’arroganza di sorridere.

Appare curioso come dopo un anno e mezzo di prigionia, ad occupare lo spazio maggiore delle colonne giornalistiche – e opinionistiche in generale – siano gli infiniti dettagli sulla conversione della ragazza: approfondimenti sul tipo di vestito che porta e sul suo colore, il verde dell’islam più ‘cattivo’; considerazioni su come prima indossasse gonne corte e tacchi vertiginosi e come ora invece appaia inaccettabilmente con quelle stesse spalle e cosce copertissime. In quest’orgia disgustosa di sciacallaggio si intravede una fame tenuta a bada da mesi: troppo Covid-19 per troppo tempo, ed ecco che alla prima chance arriva l’ennesima dimostrazione di quanto sia facile mostrare il peggio di sé, e di quanto appaia invece complesso trovare la strada che porti ad un’analisi lucida in questo labirintico disgustoso circo mediatico.

D’altronde, si vende solo ciò che si è consapevoli che verrà comprato. La precarietà uccide ogni forma di ragionamento. E così, tutti hanno bisogno di un nemico per giustificare un malfunzionamento, per trovare chi ha causato il cortocircuito del sistema che affanna la popolazione e la sua quotidianità. Silvia Romano da volontaria cooperante diventa terrorista, da ostaggio liberato si trasforma in capro espiatorio della frustrazione di migliaia di vittime della società. Se le tasche son vuote si compra la merce a miglior mercato che si può trovare. E questa merce, fresca e ben imbastita, è presto servita all’esercito di odiatori professionisti. Se la stampa si ritiene portatrice di valori che trascendono la semplice cronaca, ecco che in quest’occasione (persa) ci mostra la faccia peggiore dell’economizzazione al ribasso della notizia. Non una parola su cosa sia Al-Jabaab e su chi siano stati i carcerieri della ragazza, tantomeno sul perché sia stata rapita. Non una parola sugli schemi sociali e geopolitici di cui questo rapimento è solo un minuscolo risultato pratico. Non una riflessione su come la liberazione di un ostaggio sia un’azione politica ancor prima che morale o – addirittura – culturale. Chiedere il silenzio del rispetto forse è arrogante ed eccessivamente utopistico. Ma almeno misurare e verificare le parole, più che una richiesta, dovrebbe essere un obbligo.