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Lega Late Show – Live in Bologna

Ormai conosciamo tutti la storia: se la Lega portasse a casa anche l’Emilia-Romagna, Salvini si sentirebbe legittimato a detronizzare il governo nazionale con uno schiocco di dita. Almeno, è quello che continua a ripetere lui. L’Emilia-Romagna, fortino storico della sinistra italiana, centro nevralgico per la memoria della Resistenza, vero e proprio esempio pulsante della storia rossa del nostro paese, rischia l’invasione dal carrozzone Salviniano, nella persona della candidata Lucia Borgonzoni.

L’interno del Madison bolognese

Bologna ha sempre qualche povera anima dannata che cammina per le sue strade. Anche nell’ora più buia e fredda puoi sempre trovare un simpatico barbone che mormora irripetibili impropri contro un muro. Miliardi di studenti fanno rimbombare le ampie stanze degli appartamenti che danno su via Lame, via del Pratello, storici passaggi, soprattutto quest’ultimo, di una parte di città che, spesso ubriaca, sonnecchia ma non dorme. Sono arrivato tardi nella zona del Paladozza, noto tempio del basket bolognese, grigia costruzione che sovrasta Piazza Azzarita. In un clima spettrale, fatto di camionette e stuoli di poliziotti in tenuta antisommossa mi sono fermato a coltivare il mio diritto di spaventarmi: mi fa rabbrividire pensare ad una realtà in continuo stato di emergenza, mi terrorizza immaginare di vivere in una città dove sia necessario dotarsi di blocchi continui, in uno stato di terrore perpetuo. Ho impiegato almeno un quarto d’ora per trovare un passaggio, controllato, all’entrata del palazzetto. Nella sala principale del PalaDozza sono stato accolto da un nugolo di giovani leghisti impegnati in un’opera titanica di volantinaggio. Ne ho fermato subito uno, si perché alla fine mi sembra legittimo capire cosa spinga un giovane a destreggiarsi fra improbabili messe in piega e birra volante. “La destrutturazione dei valori” mi dice lui. Non capisco, penso io.

Il PalaDozza è già pieno: giovani, mezza età, anziani. Li vedo, i vecchi nostalgici della Lega Nord, quella di Borghezio e della Padania Libera. Radicali birraioli con folte barbe e vecchie signore cotonate cantano leggiadri Il Triangolo di Renato Zero, improbabile inno tradizionalista. Sento sulla pelle una straniante percezione di realtà distorta: i valori cristiani che si stanno destrutturando nel brodo di note baldanzose della canzone dello sbrilluccicante Renatone. De gustibus non dispandum est, mai. In una fantozziana allucinazione punitiva mi ha ricordato la Vanoni che canta di fianco a Craxi, che brividi. In una marea di neon blu e bandiere svolazzanti sale sul palco Matteo Salvini. La diretta facebook non ha immortalato questo momento, ma ve lo racconto io: il capitano ha invitato il pubblico a pazientare, si sarebbe partiti con una mezz’ora di ritardo per colpa di quei “bontemponi” dei centri sociali. A dir la verità, poco prima, vedendo Salvini muoversi dal palco al passaggio che porta all’entrata del palazzetto, ho iniziato a seguire da lontano la sua traiettoria, trovandomelo infine davanti nella hall del Paladozza. Parlando con un collaboratore Salvini ha proferito testuali parole: “Aspettiamo l’arrivo dell’autobus della Lega di Vignola”. Traducendo per dovere di cronaca, l’evento sarebbe partito in ritardo per aspettare l’arrivo dei bontemponi di Vignola.

Ho sentito molto parlare di “Convention della Lega”. Mai termine fu più inappropriato. La Lega non ha organizzato un evento all’americana, peraltro già visto e rivisto in ogni parte del mondo, ma un vero e proprio programma televisivo. Questo passaggio è fondamentale quanto banale: tutto quello che la Lega fa è minuziosamente preparato per giocare con il subconscio degli elettori italiani. Se penso al media che ha maggiormente influenzato il nostro modo di pensare, votare e pure scopare mi viene in mente la tv. Se la realtà diventa tv, allora noi ci divertiamo, sentiamo familiare e allo stesso tempo eccitante quello che ci sta davanti. Ora cercherò di spiegare la serata in questa modalità, partendo dal nostro inconscio, dalla nostra sociologia, da quello che siamo come fruitori della politica.

Ogni programma televisivo, dall’inizio dei tempi della tv, ha bisogno di un suo mattatore. Quello della Lega late night show è lo sfasciatore urlante di zucche Mario Giordano, presentatore di Fuori dal Coro. Penso sempre: ma quale coro, Mario? Stai presentando il Lega late night show, lo spettacolo del partito con il 35% di consensi a livello nazionale. Coro di chi, Mario, su. Non prendere in giro quei 10.000 di piazza Maggiore: loro sono fuori dal coro, se permetti. “Non sono bello come la Gruber, non sono intelligente come Gad Lerner”. Parte così la presentazione di Giordano, all’attacco, aizza come si fa con il pubblico televisivo più incazzato. La risposta è calda, pronta, tutti aspettano Matteo Salvini, sempre presente a lato del palco. Il primo ospite però è Davide Rondoni, poeta Forlivese. Legittimazione culturale. “Vi dicono che siete rozzi, che siete ignoranti, e allora noi stasera iniziamo con un poeta.” Dice Giordano. Il subconscio è quello delle radici: giocare con la rustica cultura degli Emiliano-Romagnoli. Chi meglio di un poeta per farlo? Io non conoscevo ne conosco Rondoni, mea culpa. Però in un palazzetto, con tutte quelle luci, quei brillantini, nel bel mezzo dell’arena del basket bolognese, un poeta non ce lo riesco proprio a vedere. La sensazione, almeno la mia, è che quest’operazione sia un po’ fiacca, buttata su, come si dice. Quasi triste. Torna Giordano e introduce un tema affascinante quanto pericoloso: la cultura. Provate a chiedere a qualcuno di spiegarvi la parola “cultura”. Migliaia di risposte, balbettii, sovrapposizione di concetti. Per parlare di cultura la Lega ha scelto Alessandro Amadori, psicologo, saggista, presentato come ricercatore sociale. Ho appena dato un esame di sociologia della comunicazione, anche abbastanza ostico, questo non mi frega, penso fra me e me in un angolo remoto del palazzetto. Il discorso di Amadori parte dal concetto di cambiamento, passa per l’Emilia-Romagna come motore economico e si lancia direttamente nel discorso identitario. Cultura come identità, cultura come coltivazione della diversità. Avventato come ragionamento. Chiariamo. La cultura, dal 1800, viene intesa come antropologia culturale: le culture sono varie, nate dal rapporto degli esseri umani con i sistemi che li circondano. Non si parla mai di identità, di una cultura virtuosa che si deve differenziare, perché il rischio è quello di instillare un’idea di dominio di una cultura sulle altre. Il rapporto che l’uomo ha con la cultura deve essere descrittivo, neutrale, senza prevaricazioni di sorta. Amadori dice: “Noi dobbiamo ritrovare la nostra identità profonda”, richiamando la necessità di un ritrovato nazionalismo che, viste le premesse, mi riporta alla mente la sua preoccupante accezione di “vanità nazionale”, citando Bakunin. Amadori invita le persone a diventare parte integrante del processo di diffusione del programma della Lega. Spinge i presenti a trasformarsi in messaggeri, anche nel loro piccolo, dell’idea Leghista. Qui entra in gioco un concetto di teoria della campagna elettorale enormemente sfruttato dalla Lega: coinvolgimento dell’elettore nelle sue semplici azioni quotidiane. Parliamo di condividere un’immagine di indignazione su un gruppo WhatsApp, di iscriversi ad un gruppo Facebook legato alla Lega e condividerne i contenuti. L’elettore diventa militante senza rendersene conto, senza prendere freddo seduto dietro ad un banchetto la domenica pomeriggio. Mi premeva sottolineare come parole che possono sembrare banali – identità, nazionalismo, propaganda – siano in realtà espressioni di una volontà di potere e controllo molto più profonda, e in alcuni casi potenzialmente pericolosa. Faccio un salto, parte la sfilata dei governatori leghisti. Per descrivere i contenuti degli stringatissimi discorsi riporto una tristissima battuta del governatore del Veneto Zaia che con un sorrisino dice:

“Sarei venuto anche a nuoto, anche se non è il caso di dirlo”. Chapeau.

Infine Matteo Salvini. Io però il Capitano, ahimè, non l’ho né visto né ascoltato. Sono stato più fortunato del signore che ha contestato dagli spalti Giordano quando si è messo a parlare di Bibbiano. Lui, il signore, l’hanno scortato fuori a suon di “scemo, scemo”. Ma qualcosa è successo, e mai nella mia vita mi sono sentito così in difficoltà ad un evento politico. Non lo racconto nei particolari perché li tengo per me, ma sono stato psicologicamente invitato ad andarmene. Una psicologia che temo si sarebbe trasformata in scontro fisico. Uscendo ho ritrovato la Bologna deserta che avevo lasciato all’entrata, spettrale e scura. Il mio amico Michele mi ha scritto che in Piazza Maggiore erano tanti, ma veramente migliaia, che avevano cantato e protestato pacificamente. Che erano la parte più bella di questo paese martoriato da tanti, troppi stronzi. Sono tornato a casa canticchiando:

“Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,
mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso
e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:
ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!”

Ero ferito, ma tanto felice per la mia generazione.