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«I’m nobody
I’m a tramp, a bum, a hobo
I’m a boxcar and a jug of wine
And a straight razor…if you get too close to me»
– Charles Manson

Tra il 1986 e il 1991 in un villaggio della Corea del Sud vennero documentati i primi omicidi seriali nella storia del paese. Prima una giovane donna, ritrovata in un canale tra i campi biondeggianti delle zone rurali limitrofe al centro; pochi mesi dopo un’altra vittima, legata, stuprata e brutalmente assassinata con le stesse, identiche modalità. Mentre lo spettro di un serial killer inizia a farsi spazio nell’immaginario della popolazione, due detective di campagna, rozzi e con i sensi annebbiati dal troppo cibo e dall’alcool, cercano di ricostruire la personalità dell’assassino, rincorrendo sensazioni e analizzando modalità e ragioni del suo agire. A loro si unisce un terzo e talentuoso investigatore, proveniente da Seul e determinato a farsi guidare dagli indizi più che da casuali impressioni su soggetti sospetti. Il rigore e il metodo sembrano poter dare i loro frutti, ma i tre detective non hanno messo in conto che la fortuna e il caso in qualsiasi momento possono tirare a sorte i loro dadi, e che la realtà non è sempre così limpida come appare a colui che, convinto di poter scoprire la verità, con tanta fiducia vi si approccia.

Se Bong Joon-ho non avesse voluto immergere così a fondo il suo racconto nelle complesse vicende storiche del suo paese questo Memorie di un assassino potrebbe esser stato girato oggi o addirittura domani, vista l’innovatività di alcune scelte registiche e l’attualità delle questioni umane che pone. E invece la seconda prova dietro la macchina da presa del regista non hollywoodiano più chiacchierato di Hollywood risale al 2003. Diciassette anni durante i quali Joon-ho ha ulteriormente raffinato il suo sguardo sulla sua Corea, seguendone l’evoluzione sociale, politica, economica, e osservando come e in che misura l’allora apparentemente lontanissimo occidente sia penetrato sin dentro le più profonde dinamiche esistenziali della cultura asiatica, cinematografica e non. Il Parasite trionfatore agli Oscar di quest’anno era infatti già dentro le logiche più macabre e malsane di questo genialissimo film, distribuito in Italia per la prima volta grazie all’appassionato sforzo di Academy Two e rivelatore, seppur a posteriori, di un incredibile talento per la narrazione in immagini. Siamo nel 1986, in un paesino della Corea del Sud si respira un’aria bucolica: i ragazzini ricorrono i trattori, i campi sono dorati e la vita della gente sembra andare avanti con tempi e ritmi tipici delle aree rurali non contaminate dal caos della modernità. Tutto è chiaro e cristallino al pari dei colori dominanti delle campagne, ma – come sarà poi anche in Parasite – è proprio dietro la veste scintillante della superficie che si nasconde il marcio di una verità non ancora nota: un uomo sta guardando sotto la grata di un canale di irrigazione, un monello che scorrazza nelle campagne gli fa da eco, prendendosi gioco di lui e creando una situazione stranamente tragicomica. Sotto quella grata c’è infatti il corpo della prima vittima del serial killer che negli anni ’80 ha terrorizzato la Corea con una lunga serie di brutali omicidi, rimasti sostanzialmente irrisolti fino a una definitiva svolta risalente a pochi mesi fa. L’uomo che guarda il cadavere è il detective Park, mediocre poliziotto che con il volto dell’ormai iconico Song Kang-ho (star coreana co-protagonista di Parasite) riesce a comunicarci tutto il dramma della sostanziale inferiorità del soggetto rispetto al compito cui è costretto a rispondere: l’investigatore e il suo – altrettanto ambiguo – collega non capiscono, cercano goffamente di ricostruire la scena del crimine e con i loro sforzi non sanno far altro che cancellare le già poche tracce presenti. Il fatto è che la tragicommedia dell’inetto con uno come Joon-ho non si accontenta mai di ripercorrere i suoi passi, e diventa thriller o addirittura grottesco nel momento in cui il personaggio cerca di scavalcare la sua insufficienza per rendersi adeguato al contesto in cui è chiamato ad agire. Forzare le proprie capacità è però già un’operazione di violenta e deformante disperazione rivolta a sé stessi: nel tentare di mettere delle toppe al proprio irredimibile danno, infatti, il protagonista finisce per trasformarsi in un carnefice lui stesso, mettendo in gioco tutte le sfumature più malvage dell’essere umano che, in povertà di mezzi, si trova a fronteggiare una situazione dalla quale non sa come uscire. Qui entra in azione la componente più fisica e materica della narrazione, fatta di quella brutalità di cui si nutre colui che è capace di tutto pur di piegare la realtà alla propria immaginazione per scopi di mera sopravvivenza: i due detective si mascherano da veggenti e inventano prove, interrogano falsi sospetti e non si fanno scrupoli a passare direttamente alla tortura pur di ottenere una confessione. Il male prende il controllo del quotidiano, così con un colpo da vero genio il regista sceglie di associare scene crudissime a momenti di convivialità in cui il cibo viene strappato a viva forza dalle viscere dell’animale e buttato su una griglia a cuocere, come a dirci che di quella stessa violenza consumata nei sottoscala delle stazioni di polizia letteralmente si nutrono i corpi dei due protagonisti corrotti.

La trama materica emerge tuttavia anche dai toni degli interni – spesso grigi di consunzione e inconcludenza – e dai numerosissimi close-up sulle facce impenetrabili dei due compari, pronte a reagire in modi inaspettati al sempre più assurdo fluire di situazioni, che sia una barzelletta di cattivo gusto pronunciata vicino a un cadavere o un colpo a una gamba con una mazza chiodata durante un accesso di ira. Alla completa assenza di rigore morale fa poi eco tutta la situazione socio-politica posta come insinuante sottofondo della vicenda, dove una Corea in piena crisi dittatoriale e con tanto di legge marziale impatta contro il corpo di un popolo al quale è stata sottratta la possibilità di distinguere il falso dal vero, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Da qui l’affondo della sceneggiatura sulle doppie e triple implicazioni dell’agire dei protagonisti, che man mano che il dramma avanza si immergono sempre di più dentro i meandri della propria coscienza, con tutto ciò che da tale pericolosissima esplorazione deriva: se il detective Park sembra sperimentare su di sé il trauma della violenza inferta e subita dalle gabbie del sistema, il colto e intuitivo giovane investigatore di Seul viene pian piano consumato da quello stesso ordine di cose, un processo malato all’origine e portatore di una virulenza tale da infettare anche le anime più pure; non basta essere uomini di città o affidarsi alle più innovative tecnologie forensi dei laboratori americani, quando la realtà non parla la nostra stessa lingua anche il volto del più promettente sospetto diventa un muro di pietra, un oggetto perturbante che ci scruta senza che null’altro si possa carpire dal suo sguardo se non il nostro stesso riflesso. E a quel punto chiunque può essere l’assassino, l’uomo ordinario diventa il verme che infestava già quarant’anni fa un’umanità afflitta soprattutto da una profondissima crisi esistenziale, lo stesso arrampicatore che si incarna nel Parasite di oggi: quello che dal fondo fangoso del canale di irrigazione è arrivato a percorrere i pavimenti specchiati delle case di lusso, gravando su generazioni più giovani e più innocenti della propria, e costringendo infine queste ultime a intraprendere quella stessa strada di ambizione da nutrire a tutti i costi. Distrutte le catene della dittatura politica e scoperta l’inebriante libertà della democrazia e del benessere resta allora una sola domanda: chi ci salverà dalla nostra insospettabile, pericolosa, disperata ordinarietà di uomini del ventunesimo secolo?