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Recensione di Carolina Angela Sansone

Si può conquistare la normalità con una pillola?

Forte e chiaro è il messaggio che vuole inviare ai suoi lettori la scrittrice e giornalista Costanza Rizzacasa d’Orsogna nel suo primo romanzo, pubblicato a fine gennaio scorso: “Non superare le dosi consigliate”. Un vorticoso e ipnotico viaggio nel dolore, nella follia e nel perfezionismo, nel quale l’autrice parla attraverso la protagonista Matilde. Le presta i suoi trascorsi con i disturbi alimentari e il bisogno di riprendere in mano la propria vita prima che venga risucchiata dalle mura silenziose di una casa buia, rischiarata solo dalla luce di un frigorifero aperto, unica consolazione.

 “A casa nostra non si parla, si prendono medicine. Così lei mi dà il Dulcolax ogni sera perché sono una bambina grassa […]; lei ha cominciato a ingrassare quando aveva sei anni ed è affamata da una vita. […] Finché, dopo la morte della madre, il tracollo finanziario del padre e una relazione violenta, supera i centotrenta chili. E quando esce, c’è sempre qualcuno che la guarda con disprezzo. Allora Matilde si chiude in casa per tre anni, e sui social si finge normale. Ma che vuol dire normale?”

 Un romanzo attuale in particolar modo nel contesto storico in cui stiamo vivendo, durante il quale ogni semplice gesto ci è stato portato via: una carezza, un abbraccio, un bacio. Ecco che, d’un tratto, ci mancano le giornate di corsa, lo stare con le persone che consideriamo importanti, la libertà di camminare ed entrare nei negozi, la nostra routine. La nostra solita “noiosa” routine ma che, a pensarci non era poi così noiosa.

Matilde, in fondo, la conosciamo tutti. È quella compagna di classe che viene presa costantemente in giro dai compagni e si difende con il silenzio e lo sguardo basso. Quella ragazza che se ne sta in disparte per il terrore di essere giudicata a causa di frivoli stereotipi e di un’equazione che è tutt’altro che esatta: grasso = infelice, magro = felice. Eppure cosa ne sappiamo noi di ciò che contiene quell’involucro che chiamiamo corpo? Crediamo di sapere tutto di una persona, giudicandola solo dal suo aspetto fisico ma, in realtà, del suo mondo non conosciamo nulla. Inevitabilmente tutto ciò porta a chiudersi in se stessi, innalzando una corazza che difenda dal mondo esterno, ma si deve trovare il coraggio di accettarsi per quello che si è dando una lezione a tutti coloro che hanno gettato frustrazione e cattiveria. Perché proprio il non parlare spiana la strada all’insicurezza e alla paura.

Ora di Matilde possiamo sapere di più. Leggendo un libro che ci tira dentro la storia della protagonista e del suo corpo, della sua famiglia sbilenca, dove coesistono amori e grandi delusioni, una famiglia in cui si superano tutte “le dosi consigliate”, anche perché, come ci dice il libro, “Matilde è figlia d’una donna della generazione farmaceutica”, quella di “Prozac Nation”, quella che curava ogni disagio con una pillola. Questo rapporto angosciante con la madre autoritaria è infatti l’altro leitmotiv che accompagna il lettore all’interno del romanzo.

“Ho voluto scrivere un libro sul dolore, sulle persone che non hanno amore ma lo desiderano. Che hanno un vuoto riempito dal cibo. Io volevo far vedere il dolore di coloro che combattono con questi mostri dei disturbi alimentari” spiega la scrittrice, che aggiunge “La sorellanza e la fratellanza ci aiuteranno a combattere il fat shaming. Se vediamo l’altro come un altro noi, e non come diverso da noi, non lo stigmatizzeremo.