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Io a Steven Sodembergh voglio davvero molto bene. Palma d’Oro a Cannes – quando a Cannes vincevano i film – per Sesso, bugie e videotape (USA, 1989, 100’), candidato all’Oscar per Erin Brockovic (USA, 2000, 130’) e vincitore dell’Oscar con Traffic (USA-GER, 2000, 147’) nello stesso anno, Sodembergh è tra i cineasti più interessanti del cinema contemporaneo. Più di tutti, nel mio cuore ci sono la sensualità arrogante di Magic Mike (USA, 2012, 110’) e la genialità elettrizzante della trilogia degli Ocean’s (2001, 2004 e 2007), quelli veri. Il suo è un cinema per tutti e per nessuno, fatto da film di carattere diretti senza la paura di fallire. E proprio i fallimenti non sono mancati, ma assieme a loro ci sono sempre state sublimi rinascite. O almeno, ha sempre avuto il coraggio e la bravura di rialzare la testa. Questa volta per farlo, con Panama Papers, si è servito della piattaforma Netflix, per un film disponibile da domani per tutti gli abbonati della N rossa. Io l’ho visto in anteprima a Venezia, dove era in concorso.

 

Il titolo originale sarebbe The laundromat, ovvero lavanderia a gettoni, ma in Italia è distribuito con il titolo Panama papers. E poi ci diciamo un popolo creativo. Se non altro, si capisce fin da subito dove si vuole andare a parare: finanza, economia, mondo. Per parlarne si serve di un’anziana signora rimasta vedova e di due avvocati dandy molto simpatici per indorare lo spiegone. Riferimenti espliciti? Ovviamente sì, lo spettro de La grande scommessa (USA, 2015, 130’) di Adam McKay è lì e non è possibile non notarlo, così come sono da notificare l’eredità dell’ormai storico Wall Street (USA, 1987, 125’) di Oliver Stone e la libera ispirazione al cult contemporaneo The wolf of Wall Street (USA, 2013, 180’) di Martin Scorsese. Lo so, i nomi sono tanti, ma l’elenco è necessario per comprendere quanto l’opera di Sodembergh s’inserisca in un genere cinematografico già ben navigato, dove è dunque abbastanza difficile essere originali. Lo spunto a favore del regista è infatti dato dalla storia contemporanea, nel susseguirsi di scandali e inchieste. Obbiettivo base: empatizzare con il pubblico, mostrare gli effetti reali di un disastro finanziario. Ecco allora che Meryl Streep diventa il volto perfetto per il ruolo dell’anziana signora rimasta vedova per una disgrazia, senza vedersi poi risarcita perché l’assicurazione della barca affondata è in realtà un guscio vuoto riempito di altri gusci vuoti e gettato nel mare dell’offshore fondato sul riciclaggio di denaro. Un casino, ma spiegato divinamente dai due diavoletti colpevoli del fattaccio, Mosseck e Fonseca, interpretati alla grandissima da due attori in stato di grazia: Antonio Banderas (Palma d’Oro quest’anno per Dolor y gloria) e Gary Oldman (Oscar nel 2018 per L’ora più buia). Loro due sono il gran colpo di sceneggiatura, bellissimi, divertenti e controversi allo stesso tempo. E poi l’altra intuizione: raccontare la storia attraverso i segreti, svelati di volta in volta attraverso i fatti.

 

panama papers film

Sodembergh utilizza al meglio il libro Secrecy World: Inside the Panama Papers Investigation of Illicit Money Networks and the Global Elite di Jake Bernstein per costruire un film sulla realtà, ma con tutte le magie del cinema. Il suo è un lavoro utile, con uno scopo, capace di non ricadere nel moralismo spicciolo. L’unica vera pecca è forse una certa superficialità, incapace di portare lo spettatore a quello stato di inquietudine come con La grande scommessa. Ci si diverte più o meno allo stesso modo, non so quanto ci si possa spaventare vedendolo. Eppure le cose di cui parla sono terrificanti, anche se raccontate di fronte a un cocktail colorato. Per questo motivo è difficile parlare di questa pellicola come di un grande film, perché le manca quello scatto in più per farsi amare. Ma sicuramente, nel marasma di Netflix, tra le tante produzioni e serie tv inutili, The laudromat stacca nettamente e si fa notare. E aggiungo, anche con merito.

 

Voto complessivo: 7+/10. E una riverenza.