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L’eterno ritorno della dimenticanza

Meno di un mese fa, lo scorso 25 gennaio, sono stati tantissimi ad unirsi al ricordo di Giulio Regeni in occasione del quarto anniversario dalla sua scomparsa. Donne, uomini e ragazzi da tutta Italia hanno organizzato manifestazioni e fiaccolate in oltre cento piazze in giro per il paese, con un solo obiettivo: chiedere, ancora una volta, verità. Un coro che si è levato in un’unica voce contro le autorità egiziane, le quali si ostinano a non rendere noti i nomi di chi ha ordinato, eseguito e coperto il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio.

Non si poteva non iniziare così, in memoria di colui che si spera non diventi mai il primo di una serie, perché il paragone purtroppo è inevitabile. Questa volta al centro dei fatti di cronaca è Patrick George Zaky, uno studente ventisettenne arrestato la mattina del 7 febbraio al Cairo. Da Bologna, dove frequentava un master sugli studi di genere, voleva tornare nella sua città natale per una breve vacanza, ma ancor prima di uscire dall’aeroporto è stato fermato dai servizi segreti locali e sequestrato per le successive ventiquattro ore. Le tracce del giovane si sono perse fino a Mansoura dove, secondo i legali che hanno avuto modo di vederlo, è stato interrogato, minacciato, picchiato e sottoposto a scariche elettriche. Sabato mattina pare sia comparso davanti alla procura di Mansoura per un nuovo interrogatorio, secondo una delle tante versioni qui è stato informato d’essere accusato di aver pubblicato notizie false con l’intento di disturbare la pace sociale, di aver incitato proteste contro l’autorità pubblica, di aver sostenuto il rovesciamento dello stato egiziano, di aver usato i social network per minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica, di aver istigato alla violenza e al terrorismo.

Su di lui pendeva un mandato d’arresto in Egitto dallo scorso settembre, ma Patrick non ne sapeva niente. Al momento si parla solo di una custodia cautelare della durata di 15 giorni, ma di fatto il giovane studente risulta un detenuto che rischia l’ergastolo per la gravità dei reati che, secondo le autorità egiziane, dovrebbe aver commesso.  «Non è accusato di terrorismo, ma di un’accusa peggiore» dice all’Ansa Wael Ghaly, uno degli avvocati che lo difendono. Queste le notizie giunte tramite l’Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), organizzazione per la quale Zaky lavora come ricercatore sui diritti umani e di genere; ovviamente riprese anche da Amnesty International, la quale da anni porta avanti la causa di Regeni e che ha immediatamente lanciato una petizione online sottolineando come l’arresto arbitrario e la tortura di Patrick Zaky rappresentino un altro esempio della sistematica repressione dello Stato egiziano nei confronti di coloro che sono considerati oppositori e difensori dei diritti umani. Secondo quanto riportato dall’EIPR, dallo scorso ottobre altri sei membri dell’organizzazione sono stati temporaneamente detenuti per essere interrogati.

Nonostante siano passati pochi giorni dall’accaduto, moltissimi si sono fatti sentire in proposito. In primo luogo la famiglia ha dichiarato di averlo sentito per telefono, riconoscendone lo stato di shock, e ha pubblicato un lungo post su Facebook: «Non riusciamo ancora a comprendere le accuse mosse a Patrick, nostro figlio non è mai stato fonte di minaccia o di pericolo per nessuno, anzi, è stato una costante fonte di sostegno e di aiuto per molte persone». E ancora: «Non sappiamo nemmeno quando o come finirà questo incubo», «chiediamo di stargli vicino e di sostenerlo». Al Cairo intanto l’ambasciatore italiano, Giampaolo Cantini, ha incontrato il presidente del Consiglio Nazionale per i Diritti Umani egiziano, Mohamed Fayek. Pertanto sembrerebbe che la Farnesina e l’Ambasciata stiano portando avanti tutte le azioni necessarie per avere il massimo delle informazioni e attivare tutti gli organi di garanzia, sia a livello nazionale sia sovranazionale.

Anche il Rettore dell’Università di Bologna, Francesco Ubertini, dopo aver convocato una riunione straordinaria del Senato accademico, si è espresso in merito: «Il nostro obiettivo è far sì che l’attenzione sul caso, sia a livello italiano sia a livello europeo, venga mantenuta alta per riavere Patrick il prima possibile». In campo anche la famiglia di Giulio Regeni: «Stiamo seguendo con attenzione ed apprensione l’arresto al Cairo dello studente egiziano Patrick George Zaky – affermano Paola e Claudio Regeni e il loro legale, Alessandra Ballerini – Patrick, come Giulio, è un brillante studente internazionale e ha cuore i diritti inviolabili delle persone. I governi democratici dovrebbero preservare e coltivare la crescita di questi nostri giovani impegnati e studiosi e tutelarne in ogni frangente l’incolumità». «Auspichiamo che ci sia per Patrick una reale, efficace e costante mobilitazione affinché questo giovane possa essere liberato senza indugi». E proprio da Giulio è abbracciato Patrick nel murales comparso in questi giorni a Roma, vicino all’Ambasciata d’Egitto. “Stavolta andrà tutto bene” dice il primo, sopra alla parola “libertà” scritta in arabo.

Uno di noi

Anche se non sei chissà quale penna e le tue riflessioni magari non interessano a nessuno, a volte è giusto, se non necessario, esprimere il proprio pensiero, soprattutto se questo è scaturito da ciò che hai appena finito di scrivere. È giusto perché anch’io sono una studentessa e frequento l’Università di Bologna. È giusto perché anch’io, come Patrick, credo nei diritti umani. Così come migliaia di altre persone. Due anni fa ho avuto la meravigliosa opportunità di incontrare l’avv. Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, che sin da sempre lotta per ottenere verità e non scorderò mai come mi definì: una “nativa democratica”. Così come tutti coloro nati in paesi come l’Italia, in cui il rispetto dei diritti umani dovrebbe essere garantito, anche se purtroppo non si può certo dire un modello di tolleranza. Mai avrei pensato che pochi anni dopo mi sarei ritrovata a raccontare una storia tragicamente simile, questa volta da un contesto ancor più vicino. Eppure eccomi qua, ancora una volta, a focalizzare il mio privilegio.