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Girls just wanna have everything

Nel quinto adattamento del romanzo di Louisa May Alcott la regista Greta Gerwig mescola le carte in tavola, intrecciando gli episodi cruciali della storia della famiglia March con le vicende autobiografiche dell’autrice. In questo modernissimo Piccole donne troviamo infatti una Jo March già adulta, alle prese con il tentativo di farsi spazio nel mondo della letteratura newyorkese: presentando i suoi racconti a editori mediamente più interessati agli intrecci scandalistici che alle narrazioni drammatiche della vita vera, Jo rievoca la storia della sua famiglia e del rapporto con le sorelle, rendendosi così narratrice e insieme protagonista dell’intero impianto narrativo.

In una delle splendide sequenze in cui le sorelle March camminano a braccetto in mezzo alla neve, la sempre caustica Jo, impegnata in uno strabordante dialogo, urla al mondo l’unicità della sua voce: «io uso parole pesanti, che hanno un significato», ci dice fiera la giovane aspirante scrittrice, alle prese con le certezze della propria adolescenza. Intorno alla tempesta di inquietudini e sicurezze della sua indiscussa protagonista gira infatti l’intero adattamento di Greta Gerwig, che ancora una volta dopo il bellissimo Lady Bird ci trascina dentro una storia di formazione capace, a vari livelli, di sconvolgere e insieme valorizzare il modello letterario. Liberiamo il campo da qualsiasi malinteso sin da subito: la versione di Piccole donne della regista americana non ha alcuna intenzione di allinearsi pedissequamente al testo della Alcott, ma mira a valorizzarlo in ciò che di più contemporaneo emerge da quelle pagine a 150 anni dalla loro prima pubblicazione. Scelta coraggiosissima e rischiosa, quella della Gerwig, che al netto di qualche schematismo nella messa in scena vince anche soltanto per aver dimostrato di saper ricreare l’immaginario del romanzo dotandolo di un’equilibrata modernità di toni e di uno sguardo delicatissimo verso l’universo delle relazioni famigliari. Dentro e oltre le colorate vicende della famiglia March si delinea tuttavia anche un livello di racconto che comunica la femminilità come esperienza collettiva e prorompente: con un padre impegnato nella guerra di secessione e le finanze che scarseggiano, ciascuna delle ragazze deve darsi da fare per portare avanti la baracca, mentre una Marmee instancabile, interpretata dalla sempre più talentuosa Laura Dern, veglia sulle giovani donne e le guida, passo passo, al di fuori dello spazio protetto del focolare domestico. Peraltro il mondo reale è veramente difficile come ce lo descrivono, e in più di un’occasione le ragazze vedranno con i loro occhi le conseguenze mortali della povertà e le catene che le etichette paralizzanti della società ci mettono addosso. Il sacrificio sopra tutto e in ogni cosa, dunque; ma c’è anche molto di più, perché nell’atmosfera di complicità che domina lo spazio domestico si giocano anche i desideri e le domande che ciascuna di loro, con le sue inclinazioni, rivolge al mondo: Se Meg nella sua saggezza di sorella maggiore cerca di trovare l’amore vero e Beth vive di gentilezza e note di pianoforte, l’anima infuocata di Jo rifiuta ogni vuota smanceria e cerca il significato di tutte le cose, trovando il suo controcanto nel bellissimo personaggio di Amy, aspirante pittrice (che si vede però in società) valorizzata dalla straordinaria interpretazione di Florence Plugh. Affascinante l’idea, riproposta in più punti, di osservare questo tornado di forza umana che è la famiglia March a partire dagli occhi maschili, che nelle scene di gruppo indugiano sulle sorelle con un affetto e un’ammirazione assolutamente sorprendente. Ma ciò che stupisce ancora di più della resa di questo incontro-scontro col mondo è che vivendolo non ci si rinchiude mai soltanto in una prospettiva esclusivamente collettiva o completamente privata, preferendo attribuire alle vicende rappresentate i caratteri di un’esperienza totale: così le pesanti responsabilità che ogni componente della famiglia si trova addosso vengono condivise con una gioiosa compagnia, la cui travolgente vitalità ha alla sua origine una resilienza e una forza (anch’esse tutte femminili) dettate dalla fede nei valori nei quali mai si smette di credere. E tuttavia ogni contingenza interroga ciascuno di noi personalmente, così quando Meg e Jo si ritrovano ad un ballo in società ciascuna di loro sceglierà in piena autonomia quale posto occupare nella stanza, quali convenzioni rispettare, quali conversazioni intraprendere; attraverso le loro decisioni le sorelle March si affermano dunque anche nella loro individualità, ed è nel loro essere sole di fronte alla realtà che le quattro si costruiscono finalmente un temperamento e una loro identità. Qui il progetto della regista rivela la sua ampiezza di sguardo, perché la varietà dei caratteri messi in scena permette alla storia di valorizzare davvero fino in fondo tutte le declinazioni di femminilità: non soltanto il desiderio di autonomia di Jo e la delicatezza materna di Marmee, ma anche la dedizione di Meg al matrimonio e il desiderio di amore e successo della bella Amy, senza dimenticare i minacciosi ultimatum di Zia March, che con la consueta genialità della performance di Meryl Streep dice alla nipote «married or dead, my dear». Il peso delle scelte si fa sentire in particolare nelle avventure di Jo, alter ego della regista interpretata dalla potentissima Saoirse Ronan e animata da una furia di conoscenza e grandi progetti tale da farle sfuggire, talvolta, il valore delle piccole cose. Di fronte alla responsabilità di un destino risiede poi la dimensione più drammatica del film della Gerwig: l’espediente dell’intreccio di vari piani temporali permette infatti di intercettare diversi momenti della loro vita, esponendo così le piccole donne anche alla crudele verità dello scorrere del tempo e del modo che ha di plasmare le persone.

Gli andirivieni narrativi non sono forse riuscitissimi in alcuni punti, ma hanno il merito di esplicitare quell’ambivalenza di sentimenti che davvero regola le relazioni domestiche: dal furioso rifiuto al ritorno nostalgico, la pervasività dello spazio famigliare di questo film ci parla soprattutto della paralizzante paura del giovane di fronte al proprio essere adulto nel mondo. Tema riassuntivo dell’intera poetica della Gerwig, che come in Lady Bird si diverte a creare personaggi che stanno sempre con i piedi dentro il loro microcosmo mentre con lo sguardo adocchiano una realtà altra ed estranea; in questo strano mondo prima o poi entreranno, spinti da un bisogno di conoscenza e completezza, per uscirne forse un po’ ammaccati e irrimediabilmente cambiati. Di questo percorso fa parte la parabola evolutiva di Jo, ragazza irrequieta e col debole per la scrittura che alle prime battute del film «non sopporta la delusione di essere una donna» sfuggendo alle lusinghe di Laurie (Timothée Chalamet) e che poi, a qualche anno di distanza, ritroveremo alle prese con una profonda crisi esistenziale: la propria adamantina certezza di dominio su di sé e sul mondo non potrà che fare spazio a quella parte di sé, intima e sensibile, senza la quale la vita non è degna di essere chiamata tale. Riconoscere la propria fragilità è forse la parte più dolorosa dell’essere adulto, e allora il compimento della protagonista si manifesterà non più nel desiderio di ricevere l’amore naturale e gratuito dell’infanzia, ma nel riconoscersi capace di concedersi per intero all’altro sacrificando, nel processo, un po’ di quell’amore per se stessa che la rendeva cieca. A partire da questa nuova prospettiva anche quelle parole «pesanti» e «piene di significato» della giovane Jo rinascono sotto la luce di uno sguardo più maturo: quello di chi sa che una scrittura nella quale ci si dona interamente a un altro è forse l’unica con la quale un autore può riuscire, una volta per tutte, a trovare la propria voce.