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«C’era una volta…
– Un re! – diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno».

Geppetto è un anziano falegname che a stento riesce a vivere del suo lavoro. Tra vestiti sgualciti, coperte bucate e un laboratorio vuoto, si aggira per le strade alla ricerca di qualche soldo e di un pasto caldo. Quando in città arriva un rinomato teatro di burattini di legno, affascinato dalla fattura di questi oggetti, Geppetto decide di costruirne tutto per sé, con il quale mettere su uno spettacolo e girare il mondo. Mastro Ciliegia gli fornisce un bellissimo ceppo da intagliare, nel quale però si nasconde un segreto: appena scolpito in forma di bambino il burattino prende vita, trascinando l’anziano falegname in un’incredibile avventura.

Se c’è un regista in Italia capace di mescolare fino alla perfetta fusione il registro fantastico con quello realistico quello è Matteo Garrone: con Dogman abbiamo visto il suo sguardo incarnarsi nel volto malinconico e indurito di Marcello Fonte, nel Racconto dei racconti l’elemento fiabesco mostrava il rovescio della sua medaglia in un’atmosfera orrorifica pervadente e inquietante. Dichiarando tutto il suo amore per le pagine di Collodi, lo stile del regista trova invece in Pinocchio il suo punto di equilibrio tra queste due tensioni, valorizzando fin quasi all’adesione filologica il racconto nella sua forma più visionaria, senza però mai dimenticare un viscerale attaccamento al valore storico, materiale e forse addirittura sociale di cui il paesaggio e i suoi abitanti sono pervasi sin dalla primissima inquadratura. Si tratta sicuramente di voler dare nuova veste a un capolavoro da secoli entrato nei noveri della più salda tradizione letteraria italiana, ma la dedizione che Garrone dimostra raccontando di questa storia immortale ci parla soprattutto di un profondo affetto per l’italianità: spazio umano e paesaggistico da riscoprire, che trova all’interno e oltre l’opera di Collodi declinazioni e orizzonti nuovi e sorprendenti; per questa ragione l’incredibile rispetto della scrittura verso la linea narrativa del romanzo non può essere ridotta ad una pura volontà deferenziale: le avventure più importanti che Pinocchio vive nel libro sono in effetti perfettamente replicate nel film, ma non è nel nucleo dell’azione che si trova la vera identità dell’opera, quanto in quello che i protagonisti non fanno o in ciò che non riescono ad essere fino in fondo di fronte alle sfide che la storia gli pone davanti. Non soltanto Garrone agisce con grazia su alcuni eventi secondari eliminandoli completamente dalla storia (Melampo, il cane Alidoro e altri piccoli dettagli), ma in alcuni casi modifica di molto il ruolo di alcuni personaggi fondamentali: un grillo parlante giocato tutto in iperbole, con fatture apertamente artigianali –  e punte di trash notevole – è davvero l’anima moralista del perbenismo italiano, tanto insopportabile quanto inutile al povero Pinocchio alle prese con gli inganni del quotidiano; la fatina poi si pone nel classico segno dell’archetipo materno primo e ultimo, funzionale sì al coronamento della vicenda ma di fatto poco influente sulle sue dinamiche. Abbandonate le altezze di una moralità stantia, Garrone si inabissa nelle paludi degli ultimi e li sceglie veramente fino in fondo, facendoli diventare il simbolo di una italianissima popolazione di poveri che lottano, ogni minuto della loro vita, per sopravvivere. Ed è qui che il film omaggia e allo stesso tempo si allontana di più dal modello letterario, per brillare davvero di luce propria: nel segno dello scarto e dell’emarginazione si muove prima di tutto Geppetto con gli occhi di un commovente Benigni, figura di una miseria materiale compensata soltanto dalla nobiltà di un amore, dedito fino al sacrificio, per suo figlio; negli spazi di questo sottosuolo si muovono però anche tutte le creature collaterali che animano il quadro della storia: la spassosissima lumaca a servizio della fatina, il sensibile Mangiafuoco (col volto di un mastodontico Gigi Proietti), il giudice-scimmia al giudizio di un troppo onesto Pinocchio, e infine i bestiali Gatto e Volpe (incredibili Papaleo e Ceccherini), loro sì mossi da una miseria insieme post-umana e infernale esente da qualsiasi possibilità di redenzione. In questi caratteri-tipo il film riesce a dar vita a tutte le sfumature dell’umano fino agli estremi dei suoi limiti, che sfociano volentieri e in più di un’occasione in toni incubici e perturbanti degni di un Kafka o di un Edgar Allan Poe. Si ha forse talvolta l’impressione di una certa lentezza della narrazione, che farà storcere il naso agli spettatori in ricerca dell’intrattenimento puro, e che è invece risultato calcolatissimo di un’equilibrata commistione tra tempo del racconto e senso delle atmosfere.  E se non c’è atmosfera senza paesaggio, sul fronte visivo Garrone dà vita a soluzioni davvero innovative, giostrandosi tra l’esposizione dei più bei scenari della penisola italiana (Toscana in primis) e la messa in primo piano di tutta la vita di un popolo, osservato sin nei più minuscoli dettagli, dalla donna che mette a seccare i pomodori al sole al pastore che munge le capre. Ancora nel segno dell’italianità c’è un’evidente celebrazione delle parlate dialettali, che si alternano in tutti i personaggi tra napoletano, toscano, romano, siciliano e chissà quante altre inflessioni, giocate tra il serio e il faceto per tutta la durata del film.

Dal lato più propriamente immaginario, grandissimo l’impatto delle scenografie d’interni, che ricreano alla perfezione le atmosfere del fiabesco popolandole di creature indefinibili, costruite nella più pura – e forse parodica – intenzione di artigianalità ed esposizione del fittizio. Oltre e dentro tutto questo c’è ovviamente il personaggio di Pinocchio, portabandiera del diverso per eccellenza perché non-uomo, eppure in cerca di un’umanità risolutiva e ultima, da abitare nella carne da bambino e da vivere nella conquista di una dignità d’amore: lasciata da parte la costruzione morale e la deferenza alla legge, è nella crescita emotiva ed esistenziale della quale Pinocchio fa esperienza che si trova il vero centro del film. Le marachelle e il naso lungo contano relativamente poco, la rinuncia di sé, della propria durezza materiale e caratteriale – che è poi quella tipica dell’infante, fermo e saldo nelle sue capricciose posizioni di necessità –  è il punto più alto e faticoso di quel desiderio d’umano che anima il burattino. Raggiungerlo vorrà dire puntellare sé stesso, imparare a conoscersi guardandosi negli occhi e nei bisogni di coloro che lo circondano, e infine educarsi alla sacrificio e alla fatica: non tanto per guadagnarsi un posto rispettabile nella società, ma per prepararsi a ricevere quel di più di umano, l’amore paterno, nella cui unica dimensione si può arrivare ad essere pieni, compiuti, finalmente uomini.