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di Carolina Sansone

Che senso dare alla parola “felicità”? Come trovare in sé la forza di rischiare, di evitare le trappole del disincanto, delle scelte superficiali in un mondo dominato dal cinismo e dal materialismo? Sono queste le domande che Susanna Tamaro si pone durante un intero anno, che ripercorre attraverso una serie di lettere scritte ad un’amica immaginaria. Si tratta di riflessioni sulla noia, la depressione, il cinismo e tutto ciò che affligge la nostra società; le lettere non espongono soltanto ma cercano anche di dare delle risposte alle domande che, da sempre ci si pone ed alle quali non ha mai saputo rispondere.

Si parla di invidia, che non distrugge solo noi stessi nel profondo dell’animo ma anche chi ci sta intorno; per abbatterla non bastano i buoni propositi ma bisogna costantemente interrogarsi, interrogare i propri pensieri ed emozioni perché, come definita nella Bibbia, l’invidia è “un tarlo che rode le ossa”. Le ossa sono l’asse portante del nostro corpo; se vengono distrutte da sentimenti malvagi, siamo noi per primi a crollare.

Dove possiamo trovare le risposte che ci servono? La Tamaro ci invita a cercarle nella natura, a metterci in discussione e a liberarci dalle tentazioni della passività interiore. Il cammino che si crea nel romanzo rapisce il lettore, facendogli vivere le tappe più importanti della vita della scrittrice: nelle scelte personali e le vicende quotidiane. Protagonista non è solo la vicenda personale ma anche le preoccupazioni di un mondo dominato da ingiustizie, dove la salvezza non viene dalla disperazione ma dall’ascolto attento della parola e dalla strada che apre alla conversione del cuore.

Il romanzo si presenta come una fitta tessitura di flashback, attimi che hanno portato Susanna Tamaro a riflettere sulle piccole cose, quelle di cui non ci accorgiamo. Ripensa al suo guardarsi attorno da bambina durante la messa di Natale ed oggi si interroga su cosa sia la fede e del motivo per il quale Dio si accontenta di gente che, durante un momento solenne, si presenta distratta, avvolta da altri pensieri. Da riflessioni nascono riflessioni in una reazione a catena che sembra non poter mai finire. Le maschere: dall’orrore che ne aveva da bambina, alla riflessione su quelle che ogni giorno indossiamo, per mostrare agli altri solo ciò che intendiamo lasciar trapelare, nascondendo le nostre sofferenze, la nostra realtà, la nostra personalità, per farci accettare.

“Il cammino interiore è simile al lavoro che una volta facevano gli uomini per accendere il fuoco. Si batte e si ribatte una pietra contro l’altra, senza stancarsi, finché scocca la scintilla. Per nascere il fuoco ha bisogno del legno, ma per divampare deve aspettare il vento. Cerca dunque sempre il fuoco nella tua vita, attendi il vento, perché senza fuoco e senza vento i nostri giorni non sono molto diversi da una mediocre prigionia”.