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Si può piangere da soli, per ridere bisogna essere in due

L’ironia della sorte vuole che quel treno fermi anche a Codogno. Parlo del Regionale Veloce 82equalchealtronumero, firmato Trenord (aiuto), preso dopo un caffè e un pasticcino alla stazione di Piadena, Cremona. La storia dei miei 25 aprile è legata a doppio filo ai treni regionali, ai ritardi, alle canzoni nelle cuffiette condivise con Lisa, l’unica persona che so essere esplicitamente chiamata così per omaggiare un computer. La storia dei miei 25 aprile ha sempre una giacca rossa e una maglia verde, ovviamente spezzata da dettagli bianchi. La storia dei miei 25 aprile è una corsa nella stazione della Metro Lima per non perdersi il corteo. E dopo quella corsa, c’è sempre stata la samba per le vie di una città libera, le magliette satiriche, i quotidiani comunisti scritti troppo densi e un’enorme bandiera della pace. Retorica? Anche, ma fa parte del gioco. Quel regionale mi portava a Milano e io mi sentivo di fare qualcosa di importante. Non c’è mai stato il sole a quei cortei, sempre un disarmante cielo grigio, forse più meneghino di tutti i presenti. Corso Buenos Aires, con i suoi negozi dozzinali, non sembrava mai accorgersi di noi, forse più abituato al circo urbano. Alle spalle piazzale Loreto: il dritto e il rovescio della partita di tennis della storia. Davanti a noi, aldilà di un’alta cancellata, i giardini Montanelli, teatro della mia prima esperienza in piazza a Milano, quella volta con Benny e Greenpeace. In meno di un chilometro c’è tutto: la storia di un Paese, la storia di un ragazzo, la società contemporanea e il sottobosco urbano, talvolta sotterraneo. Durante il 25 aprile a questo si aggiungevano le storie di migliaia di donne e uomini, ragazzi come noi anche a 50 anni, pronti a manifestare un amore viscerale per la libertà. Non stento a credere che con molti di loro non avrei granché da condividere, non stento a credere di essere dell’idea opposta su molti temi, ma sono convinto sia quella la vittoria del 25 aprile, letta soprattutto come la festa di chi non la pensa come noi.

Libertà totale, pervasiva, per cui io non la penso come te e battagliamo anche per questo, ci salutiamo dalle barricate, ci insultiamo – delle volte è anche un balsamo per l’anima – eppure siamo convinti della necessità di essere su quelle barricate, persuasi dalla visione per la quale le idee si scontrano nello stadio/teatro (dipende dallo stile) delle idee. E nella città che ha dato al mondo San Siro e La Scala, questo sentimento non può che essere esaltato. Sono molti i motivi per contrastare il fascismo, io semplicemente ne scelgo uno, perché mi sta più a cuore: se ci fosse il fascismo, questo spazio non esisterebbe. Se ci fosse il fascismo il mio microfono sarebbe spento e assieme al mio anche quello dei miei cari colleghi, menti appassionate e affamate, desiderose di aggiungere un verso allo spettacolo della realtà. È perché loro possano continuare a parlare che è giusto mandare affanculo il fascismo, perché questa pagina possa continuare a essere uno spazio in cui ognuno è libero di portare la propria storia e la propria tesi, purché la dica con stile e autenticità. Nel ventennio – o anche in Ungheria – non avremmo modo di esistere e con noi molti colleghi e amici. E, francamente, la mia voglia di esistere non può levarmela nessuno. Allora oggi, chiuso in casa nel rispetto del DPCM blablabla, ripenso a Milano, ripenso al corteo e alle sue contraddizioni, ripenso a quel Regionale che fermava anche a Codogno e a una canzone, insegnatami dalla mia mamma, con un verso straordinario: “[…] Vi siete incamminati tra il tempo, le promesse e le speranze. La guerra che finiva, i balli americani: l’Italia da rifare con le mani”. Siamo pronti. 

 

Consiglio per il 25 aprile sul divano:

Una giornata particolare, Ettore Scola (ITA-CAN, 1977, 103’)