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«Se mi avessero detto venticinque anni fa che chi aiuta le persone in difficoltà sarebbe stato perseguibile avrei risposto ‘ma tu sei scemo’ e invece lo scemo forse sono io perché è accaduto proprio questo» (Elio sul caso Sea Watch) 

Niente musica oggi, ma un cantante che parla e dice quello che non si dovrebbe aver paura di dire ad alta voce.

Anche questa volta qualcuno ha rischiato di farsi male. È bagarre fra diversi notiziari per raccontare nuovi dettagli su quanto sia stato rischioso per i membri della Guardia di Finanza, prodi cavalieri senza macchia e senza paura, lo sbarco illegale della Sea Watch la scorsa notte. D’altronde alla Interni&Co. (Salvini, entourage e scagnozzi) spettava il giusto ma duro fardello di dare un’occhiata da lontano ad una quarantina di disgraziati che a stento chiedono di poter sopravvivere. La vittoria, le cuoia dei disgraziati, sarebbe stata grazie alla loro solerzia; la sconfitta, il pianto di vita dei disgraziati, sarebbe arrivata nonostante la loro solerzia.

Sea watch

Anche questa volta qualcuno si è fatto male. Il capro espiatorio della mancata comunione d’intenti fra politica, legge internazionale ed etica è un capitano coraggioso. Niente a che vedere con la canzone, per fortuna. Una giovane che porta a riva quaranta anime in cambio delle sbarre per lei, condite dall’augurio di stupro di qualcuno che si sarà sicuramente sentito più coraggioso di lei. Potrei augurargli che Carola accetti le sue scuse, ma in questo momento davvero non mi va.

Anche questa volta qualcuno si è fatto parecchio male. Non è più una questione di vite. Ha smesso di esserlo nel momento in cui la massa informe che ha per nome opinione pubblica dà ragione o torto alla Lega. Se ancora non fosse chiaro, vite di gente che si affida al mare perché non può andarsene diversamente dalla realtà in cui vive sono in pericolo, sono precarie: non salvarle è legale, ma è disumano. Interni&Co. – Società Contro le Azioni (dal 4 marzo 2018) sbandiera questo vanto. L’opinione pubblica se ne deve fregare della Lega – e vado a prestito di un lessico non mio ma del Capitano, quello finto – tanto quanto la Lega se ne frega della vita e della morte. Altrimenti gente, ve lo chiedo per correttezza, lamentatevi con il vostro partito anche per le decine di sbarchi mensili che non sbandiera in tv perché non li può fermare per quindici giorni in mare o dirottarli in spagna davanti alle telecamere.

Sea watch

Oggi Matteo Salvini è Capitan Spaventa, il personaggio del teatro tradizionale genovese. Una maschera con un nome piazzato da qualcuno che lo ha (in)vestito a dovere e che fa ridere perché, malgrado l’appellativo, non è riuscito a spaventare nessuno. È forse una delle prime volte, Bruxelles esclusa, in cui a venire preso in giro non è solo il lettore dei giornali, ma anche il vicepremier. E in maniera abbastanza plateale. Possiamo continuare a dire che l’Unione non ci aiuta, la Grecia fa finta di rispettare qualche vago accordo eccetera. Forse qualche gita in più all’Europarlamento avrebbe giovato alla situazione. La butto lì.

Oggi Carola Rackete è Capitan Spaventa, il personaggio del teatro tradizionale genovese. Una protagonista con degli ideali, invischiata in una situazione rocambolesca. In una storia che, per il buon senso, non dovrebbe aver motivo di esistere. Una storia che ci tiene attenti in attesa del finale e che nel frattempo ci dà di che riflettere.

E la situazione italiana è subito commedia dell’arte.