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25 NOVEMBRE: SENZA VIOLENZA

 

Lunedì 18 novembre. Ore 15:56.
Manca una settimana alla Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne: urge articolo. Anche perché è da un po’ che non ti fai sentire, i milioni di lettori dei tuoi pezzi saranno preoccupati. Però pensandoci tua madre l’hai sentita ieri e quindi il 50% è sistemato. Comunque serve un articolo e hai una settimana. Vedi di lavorarci.

Giovedì 21 novembre. Ore 19:02.
È tutto il giorno che vedi le cose in modo negativo e questo è perché probabilmente ti rode fino al midollo di non essere a Casalmoro per la Pollastrella, pluricentenaria sagra che ha cadenzato la tua vita. Non è questa però la ragione per la quale cancelli la bozza scritta ieri pomeriggio: lo fai perché hai scritto in modo disonesto. Una frase di Rosa Luxemburg come entrée, primo piatto a base di casi di cronaca tragici, un filetto di retorica femminista come secondo e le pari opportunità su fonduta di libertà a chiudere: in quaranta minuti hai trovato il trait d’union (d’ora in poi basta francese, lo giuro) tra Studio Aperto e i centri sociali, ma francamente non hai scritto nulla di sincero e quindi non hai scritto nulla e basta. Cancella tutto, domani rifai.

Venerdì 22 novembre. Ore 17:44.
Horror vacui prima, poi ti è venuta la sindrome del foglio bianco. Resti in silenzio stampa: meglio così.

Sabato 23 novembre. Ore 6:37.
Ok, ora ci sono. Mi ha salvato in corner uno che di arte ne sa qualcosa. Ieri notte ho aperto una cartella del mio computer e ho visto due fotografie di un amico. Bingo.

donna sul treno

Pensieri da Ragazza sola

Qualche mese fa un amico mi ha chiesto di collaborare con lui per una mostra fotografica e come ogni anno la mia risposta è stata affermativa, perché dalle sue foto trovo sempre qualcosa su cui riflettere. Quest’anno il soggetto era la quotidianità, letta nelle sue diverse sfaccettature.

Il buon Enea Zani si è concentrato sull’elemento del treno e i suoi abitanti, in un susseguirsi di dentro-fuori tra sedili e finestrini, marciapiedi, cartelli, porte che si aprono, odore di gasolio. Degli scatti che mi ha mandato, due mi hanno colpito particolarmente: due giovani donne sul Trenord Brescia – Parma, perse nella campagna della valle del Po. Quando ho capito di dover scrivere un articolo per la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (suggerimento: usare un acronimo o abbreviare il nome, per favore) il primo pensiero è andato a quelle foto, perché nel punto di vista del fotografo mi ci ritrovo perfettamente. Io osservo, non sempre ma spesso lo faccio.

Osservo l’eroismo di mia madre mentre guida per un’ora e dieci nella nebbia perché ogni giorno in ospedale hanno bisogno di lei, osservo la tenacia di mia sorella nel condurre una piccola attività in un paese di 2.223 abitanti, osservo una cara amica – forse un’altra sorella – mentre risponde all’arretratezza di chi le sta più vicino con lo studio e la passione di chi ha fame, osservo un’altra amica catapultata in un mondo di riflettori e scatti dopo anni a sentirsi brutta perché erano gli altri a dirglielo, osservo anche un’altra amica (ne ho parecchie, abbiate pazienza) vivere la giurisprudenza come una missione e studiare per essere capace di ascoltare chi di fortuna ne ha avuta ben poca, osservo una giovane donna metterci tutto quello che ha nel violino e un’altra sgomitare tra i grattacieli di Milano, osservo una compagna delle elementari solcare le onde della vita parlando tante lingue ma senza dimenticarsi il dialetto. E poi osservo le sconosciute, alla fermata dell’autobus con le cuffie o a lezione mentre estraggono il quaderno per gli appunti, sul treno intente a leggere un libro o al cinema mentre si srotolano la sciarpa.

Non è stalking, è semplice e sincera fascinazione per ciò che mi circonda e solidarietà per chi deve lavorare il doppio o accontentarsi della metà, ma soprattutto è vicinanza a chi si sente dire che le proprie battaglie sono giuste ma potrebbe evitare di manifestarle per strada. Io non so nulla delle donne, salvo quello che di loro ho potuto osservare passeggiando per le nostre città e aprendo casa mia a persone capaci di riempire la mia vita, quelle stesse persone costrette a subire la simpatia di chi le chiama troie se mettono una mini, suore se non la danno subito, con le palle se hanno carattere e così via.

Non ci ho mai creduto troppo alla convinzione di alcuni ambienti femministi per cui se uno parla bene pensa anche bene, mi sembra (torno al francese, ma con altra inflessione: pardon) una cazzata. Non credo sia la parola in sé a costituire l’offesa o la violenza, credo sia la cognizione di causa con la quale si usa una parola. Certo, questo non permette di scrivere regole precise per cui una parola è buona e l’altra è sbagliata, ma è molto più reale. Demonizzare le parole porta solo all’istituzionalizzazione della falsità, legittimata da un buonismo francamente insopportabile. Solamente una cosa penso sia inoppugnabile: le parole possono essere un elemento di violenza, sempre per lo stesso principio per cui la discriminante è la cognizione di causa di chi le usa. Dire il contrario è fermarsi alla superficialità, punto. Poi per quanto mi riguarda permane il sogno di una società aperta al gioco delle parole, in cui prendersi in giro a vicenda è pratica comune, perché forse lì potremmo imparare a smettere di odiarci. Principio preso dal Vangelo di Bassem Youssef: un best-seller. Però finché questo resta un sogno, evitiamo di prenderci in giro con l’ipocrisia, perché fa quasi più male.

Ritorno dunque alle fotografie, a quel documento aperto per caso e a quelle immagini di vita da pendolari, su e giù per la Bassa Padana. L’amico Enea mi ha chiamato a collaborare non come fotografo – anche perché non saprei nemmeno da dove iniziare – ma come scrittore, nel senso di persona che tende a lasciare fogli macchiati in giro e nulla più. Ho risposto volentieri e celermente, perché quella mattina ero proprio su un treno e voltandomi ho visto una ragazza, sola. Vederla mi ha ispirato qualche verso.

Ti ricordi, sì, ti ricordi
della fiera d’autunno
e dei cappotti allacciati
quando aspettavi i gettoni
tutto l’anno sognati
e ogni giro era un viaggio
fatto di umori stranianti
mentre allenavi il coraggio. 

Ci ripensi, sì, ci ripensi
quando un sobbalzo ti sveglia
e nell’orecchio hai una voce
frutto del sogno di urlare
a questo mondo veloce
com’è bella quest’alba
appena oltre la coltre
nella mattina un po’ scialba. 

Lo credevi, sì, lo credevi.
Talvolta, di notte, ancora ci credi.
Ti narravi diversa nella tua libertà,
ma poi sei cresciuta tra binari di un tram
carico d’altri lasciati ormai andare
al passo che forse non fa naufragare. 

Lo dicevi, sì, lo dicevi.
Talvolta, di notte, ancora lo dici.
Ma solo a te stessa,
perché fa troppo male
pensare che il tempo
non ti ha insegnato a viaggiare. 

E allora l’attendi,
la quotidiana fermata,
perchè in fondo è un’amica:
un’amica fidata
a cui confessare
ogni segreto d’amore
a parte quello del sogno
di volersene andare.

Care amiche, ma anche non amiche, vi lascio questi pochi versi e qualche frase, conscio del fatto di non cambiare di una virgola questo mondo. Un abbraccio.

donna treno

 

Piccoli consigli

Piccolo consiglio di lettura: Quasi per caso una donna di Dario Fo (Guanda, 2017)

Piccolo consiglio di visione: The Associate di Donald Petrie (USA, 1996)

Le fotografie

Si ringrazia Enea Zani per gli scatti. Le due fotografie, unite alle altre della rassegna, saranno in mostra al Museo Lechi di Montichiari (BS) fino al 5 gennaio 2020.