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«Parliamo tanto di razzismo in Italia, ma non più solo bianco o nero. Anche zingaro, o serbo, di m… Si parla di razzismo solo con bianchi e neri, se si tocca un popolo intero va tutto bene. Ma questa è l’Italia. Comunque, chi mi ha chiamato zingaro lo aspetto, me lo venga a dire in faccia. Sanno dove vivo, vediamo se hanno le palle»
Sinisa Mihajlovic

Ci sono due categorie di giocatori: i primi sono quelli che ogni giorno si infilano le scarpette da calcio, si allenano con costanza e dedizione cercando di strappare una maglia da titolare, la domenica scendono in campo, se sono fortunati giocano le competizioni europee, firmano autografi, scattano selfie e tornano a immergersi in quella bolla che il calcio ha creato per loro, intangibile dal mondo esterno, elevata rispetto alla vita comune.

Poi ci sono calciatori che decidono di non essere solo “calciatori” nel senso proprio della parola, ma che spinti dalla loro immagine pubblica, decidono di veicolare messaggi, opinioni, con il rischio di esporsi e di essere criticati, consapevoli della forza delle loro parole. In questa categoria rientrano personaggi come Pep Guardiola, che si presenta in conferenza stampa con la felpa di Open Arms (ONG spagnola), oppure come la capitana della nazionale femminile americana Megan Rapinoe che durante il discorso di festeggiamento della vittoria dei Mondiali ha esortato le persone a smettere di odiare e iniziare ad amare, rifiutando l’invito di Trump alla Casa Bianca. Prese di posizioni, scomode e potenti, ma che ti identificano.

In questa categoria rientra a pieno merito Sinisa Mihajlovic.

Mihajlovic

A soli vent’anni è uno dei punti fermi della Stella Rossa , che nella stagione ’90-’91 vince la Coppa dei Campioni a Bari, presagio del forte legame che Mihajlovic avrà con il nostro paese.

Nella stagione seguente arriva il trasferimento a Roma dove inizia la cavalcata che lo porterà a diventare uno dei giocatori più rappresentativi della nostra Seria A negli anni novanta.

I primi anni non sono semplici: è un giocatore anarchico, poco ligio al rispetto tattico e incostante ma non privo di talento, che dimostra in diverse occasioni nei primi due anni a Roma. Lascia la Capitale dopo 54 presenze e 7 gol per accasarsi a Genova, sponda blucerchiata, dove inizia a mettere in mostra la specialità che lo renderà famoso in tutto il mondo: il calcio di punizione. A forgiarlo e a dargli un’identità tattica ben delineata ci pensa Eriksson che lo sposta da centrocampista laterale a difensore centrale.

A Genova gioca 4 stagioni, tutte positive, contornate da 110 presenze e 12 gol prima di tornare a Roma, ma questa volta con la maglia della Lazio.

Nelle sei stagioni laziali vince 1 Scudetto, 2 Supercoppe Italiane, 1 Supercoppa Europea, 1 Coppa delle Coppe e 2 Coppe Italia. Conclude la carriera all’Inter dove in due stagioni vince 2 Coppe Italia e 1 Scudetto.

Dotato di un sinistro micidiale e potente, grazie alle sue doti balistiche detiene sia il record di gol segnato su punizioni in Serie A (28 centri) sia il record di gol su punizioni in una singola partita con 3 gol (record condiviso con Beppe Signori e Andrea Pirlo). La tecnica di Mihajlovic si è raffinata nel tempo: inizialmente prediligeva un tiro secco e potente mentre con il passare del tempo ha migliorato la sua tecnica cercando di aumentare la precisione e disegnando parabole insidiose per il portiere. Celebre anche la sua routine di allenamenti, dove posizionava la barriera artificiale molto più vicino alla palla rispetto alla distanza regolamentare, aumentato il coefficiente di difficoltà del tiro.

Ma Sinisa Mihajlovic non è solo calcio, punizioni, gol e trofei. È in ritiro con la nazionale  jugoslava nel 1990 quando sua padre, al telefono, gli comunica che insieme a sua madre stavano scappando dal loro paese, Vukovar, assediato dalle bombe. La guerra in Serbia, come per tutti quelli della sua generazione, l’ha segnato nel profondo, come sono profonde e piene di rabbia le parole che rilascia nelle interviste ogni volta che gli chiedono di ripercorre quegli anni. Ruvido in campo e ruvido con le parole. Non ha mai avuto paura di esporsi, di dire ciò che pensava di quegli anni tremendi, non ha mai rinnegato le sue posizioni che gli hanno riservato diverse critiche. Perché Sinisa è fatto così: non è una figura accomodante, non si allinea al sistema e alle banalità, è la voce fuori dal coro che fa rumore. O lo ami o lo odi. O lo prendi o lo lasci.

Sabato scorso in conferenza stampa, insieme a tutta la dirigenza del Bologna e allo staff medico, ha annunciato di avere la leucemia che lo porterà ad allontanarsi dal campo per concentrarsi sulle cure. Il suo è stato un discorso avvolto dalle emozioni ma allo stesso tempo agguerrito. E non lo è stato solo nelle parole, perché il tecnico bolognese ha deciso di anticipare il ricovero in ospedale per iniziare prima le cure. Perché come ha detto lui “prima inizio, prima finisco”. Una scelta che non tradisce il suo personaggio ma che lo rispecchia.

Questo è Sinisa Mihajlovic: coraggio, determinazione e audacia.

Mihajlovic

 

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